Gianni Maroccolo

Da Eneide a Eneide

Maroccolo ha vissuto in prima persona l'epopea del rock italiano, dai Litfiba ai CCCP, passando per Marlene Kuntz, CSI, PGR e decine di altri artisti. Lo abbiamo raggiunto al telefono in occasione dell’uscita della nuova "Eneide di Krypton".
Gianni Maroccolo
Da Eneide a Eneide

Quella che state per leggere è un’intervista colma di aneddoti, confidenze e speranze, in cui il musicista toscano racconta gli anni 80, il rapporto con Ferretti, Zamboni, Ginevra Di Marco e Magnelli, e un commosso ricordo di Claudio Rocchi. Buona lettura.

Nell’ottobre dell’83 insieme a Magnelli e Aiazzi, fra i membri fondatori dei Litfiba, avete creato le musiche all’Eneide di Krypton, che nasceva come spettacolo teatrale per poi divenire un disco. Ci racconti quella prima esperienza?
All’epoca stavamo iniziando a pensare a Desaparecido (secondo album dei Litfiba, NdR). Era un fiorire di iniziative artistiche e creative di ogni tipo e dalla Compagnia Krypton ci hanno proposto di comporre la colonna sonora dell’Eneide. Andava in scena come spettacolo tecnologico e post-moderno, quindi neon, laser, effetti speciali, videoproiezioni e guerrieri vestiti di plexiglass: una rappresentazione multimediale e anche un po’ danzante. Eravamo molto incuriositi dal teatro d’avanguardia, dalla new wave e dal punk, quindi decidemmo di comporre la colonna sonora sulla base dei tempi dello spettacolo. Fu un momento toccante anche perché lo spettacolo ebbe un buon successo, sia in Italia che all’estero. Fu in qualche modo la prima esperienza grossa.

Ci dici di più sulla Compagnia Krypton?
Uno dei tanti gruppi di teatro sperimentale che nasceva in quel periodo, insieme ai Magazzini Criminali, i Giovanotti Mondani Meccanici, i Falso Movimento; tutte compagnie che poi nel tempo avrebbero avuto un discreto successo. La stessa Raffaello Sanzio, poi diventato il più grande gruppo di teatro sperimentale insieme a La Fura dels Baus, nasceva in quegli anni. Erano artisti che in quel momento muovevano i primi passi, forse inconsapevoli di rappresentare un’avanguardia.

Com’è nata l’idea di riproporre l’Eneide e in cosa si differenzia dall’originale?
L’idea è nata a dicembre durante i festeggiamenti per il trentennale, con l’intento di fare sei o sette repliche al Teatro Studio (Scandicci, NdR). Nell’Eneide del ’83 non c’era il recitato, mancavano le parole; mentre questa versione sarà più ricca e il testo vero e proprio verrà affidato alle parole di Giancarlo Cauteruccio, che ha una voce molto particolare. Per la prima volta si suona dal vivo e in parte si recuperano le sonorità di quel periodo con un rispetto rigoroso per le note della composizione. Essendo una performance che durava intorno ai 45 minuti, con Magnelli abbiamo composto nuova musica recuperando qualcosa dei Beau Geste (gruppo fondato negli anni 80 da Maroccolo, Aiazzi e Magnelli, dedito soprattutto alla composizione di colonne sonore, NdR).

Le prevendite stanno andando a ruba. Avete in programma altre date oltre a quelle di maggio?
In effetti sta andando bene, vista la difficoltà oggettiva di mettere su lo spettacolo. Ci stanno aiutando molto con il crowdfunding. La speranza è proprio quella di riuscire a metterla in distribuzione nei teatri.C:fakepathIMG_0082

Restando in tema crowdfunding, Musicraiser si sta dimostrando indispensabile per dare vita a vari progetti. Ne sono esempio l’album Vb23, le ristampe in vinile dei CSI e la stessa Eneide di Krypton. Oltre ai fan sembra non esserci nessuno disposto a investire nella cultura. È così?
Per fortuna chi ci segue non ha un rapporto “stereotipato” come avviene in altri casi. Si tratta di appassionati veri di musica, persone in qualche modo assetate di progetti culturali, come dici tu, ed è bellissimo perché in questo modo comunichi un progetto sin dall’inizio. Anche se è così, è vero: c’è un po’ di tristezza nel dover constatare che da 15–20 anni ormai sulla cultura non si investe niente, le avanguardie hanno difficoltà ad emergere e sembra che in qualche modo si debba fare tutto da soli. È tristemente vero quello che dici.

Da quando è terminata l’esperienza PGR, e ridendo e scherzando sono passati cinque anni, fra progetti e collaborazioni non ti sei fermato un attimo. Dove trovi l’energia?
Me lo domando anch’io. Anche perché, essendo sempre stato un musicista, anche se sono un po’ solitario, nella vita artistica cerco la condivisione, il branco. A cinquant’anni mi sono detto che forse era il caso di smettere, anche perché non hai chance di mettere in piedi un gruppo nuovo e magari sperare che per la terza volta riesca ad avere una grande ragione d’essere, com’è stato per CSI e PGR. Per cui ho iniziato a occuparmi di management e produzione, pensavo che la vita fosse quella. Poi ho trovato Claudio Rocchi, un incontro illuminante sotto molti punti di vista, e mi sono detto “non farò più niente che riguardi la musica ‘dietro le quinte’, cercherò di suonare e di campare di musica finché posso”. Da lì si sono aperte delle porte da sole e si è avverato qualche piccolo-grande desiderio come quello di ritrovarmi sul palco con i Litfiba, e con Zamboni, Magnelli e gli altri, e alla mia veneranda età mi sono ritrovato a fare la vita che facevo a ventisette anni.

A proposito di Claudio Rocchi, ci lasciava meno di un anno fa. Ti chiedo un suo ricordo, umano e artistico.
È un rapporto durato tre anni, poco, troppo poco. Ci siamo incontrati in un momento delicatissimo della nostra vita, di cambio, di svolta, di nuove scelte, tutti e due non al meglio a livello di salute. Ci siamo scoperti in ritardo, anche perché negli anni 80 faceva il monaco induista, trovandoci come due amici, due fratelli siamesi. Era un rapporto – e lo è tuttora perché ne percepisco la presenza quotidianamente – che rappresentava qualcosa di unico, ma anche problematico da esprimere: un legame d’affetto talmente stretto che mi sembrava di conoscerlo da una vita. C’era un’intesa su tutto, probabilmente l’amico del cuore che ognuno di noi ha cercato inconsapevolmente nella vita; è stato come se fossimo lì da sempre. La musica è venuta di conseguenza.

Insieme ai reduci dei CSI, con l’aggiunta di Angela Baraldi, avete ideato un tour in cui riproponete le canzoni di CCCP e CSI. Non è una faccenda innaturale, passami il termine, senza Giovanni?
Qui non c’è stata neanche per un attimo l’intenzione di rimettere in piedi i CSI. Ci siamo ritrovati con Zamboni (con cui non ci eravamo nemmeno lasciati bene), Magnelli e Ginevra. La voglia è stata quella di dire “facciamo un giro, anche piccolo, di basso profilo”. Stiamo realizzando pochissimi live dove riproponiamo le nostre canzoni dal vivo. Giovanni non c’è, ma va bene. C’è Angela che già collaborava con Massimo. Non c’è nessun intento di spacciare questo progetto per i CSI che sono tornati o di cambiare il cantante. È una cosa che ha vissuto per qualche concerto, e che probabilmente vivrà per qualche altra serata durante la prossima estate, ma che a settembre chiuderà; non ha senso neanche per noi continuare in questo modo.

Nel 2009 con la fine dei PGR ti ponevi le seguenti domande: “Cosa ci ha legato per vent’anni? Cosa ci ha permesso di fare musica insieme? Cosa ci impedisce ora di farla in futuro?”. Hai trovato le risposte?
Credo di avere capito qualcosa in più. Avendo ritrovato il rapporto umano con Massimo (con Giovanni c’è sempre stato, anche dopo che ci siamo divisi artisticamente), credo che ci sia ancora oggi, fra di noi, una visione della vita e un desiderio di rapportarsi con la musica, e con altre cose, molto diverso e lontano. Fra Giovanni e me – pur rimanendo stima, amicizia e affetto – quello che ci ha unito è stata anche una sorta di mediazione che ognuno di noi ha fatto e di cui non mi rendevo conto. Probabilmente queste mediazioni dopo un po’ hanno pesato e Giovanni ha detto “ora ho voglia di dedicarmi alla mia vita, dandogli un taglio ben preciso, sia artistico che a livello umano e sociale”. Riesco a capire perché, almeno per ora, non sia possibile condividere artisticamente un progetto.

Per ora?
Per tanti anni sono stato poco possibilista. Nel senso che una volta terminato un progetto voltavo pagina e davo per scontato che tutto fosse finito lì, ma sia chiaro: non in modo polemico o astioso. Mentre in questi anni è successo di tutto, quindi non escludo che possa succedere con Giovanni. Non dico che sia una regola ma forse le cose avvengono quando smetti di sperarci. Questi ultimi anni mi hanno dato questo piccolo, banale insegnamento.

I CCCP sono entrati nel mito, i CSI hanno toccato i vertici delle classifiche. Perché i PGR hanno catturato l’attenzione di pochi adepti, almeno rispetto alle esperienze precedenti?
A mio modo di vedere i PGR hanno rappresentato una sorta d’opera incompiuta; anche perché mancava Zamboni e non è cosa da poco. Ma soprattutto perché quando abbiamo smesso ci eravamo promessi di non tornare mai dove eravamo, come canta Giovanni. Così abbiamo cercato di cambiare totalmente linguaggio, mettendoci in discussione. Non a caso si scelse di prendere un produttore esterno, Hector Zazou, avventurandoci in un percorso nuovo sia a livello di tematiche di Giovanni sia nella musica, con Ginevra che aveva maggiore spazio su melodie e vocalità, e la parte un po’ punkettona e fracassona messa in secondo piano. Era una specie di work in progress creativo che però, dopo averci fatto capire certe cose con il primo album, purtroppo abbiamo dovuto rallentare con le defezioni di Ginevra e Francesco. A quel punto ci siamo trovati a D’anime e d’animali, che ci aveva allontanato da quella che voleva essere la nostra direzione ma ritengo comunque un buon disco, registrato in un momento di assoluta emergenza e con uno stato psicologico non bello. Alla fine è arrivato Ultime notizie di cronaca, che in qualche modo ha sancito la fine del progetto; quando invece poteva essere una ripartenza, la seconda puntata. PGR è stato più da nicchia perché meno definito di CSI e CCCP; lo stavamo facendo quando, prima Francesco e Ginevra e poi alla fine Giovanni, se ne sono andati.

Possiamo parlare di un epilogo eccellente visto che Ultime notizie di cronaca viene considerato da molti come un capolavoro, o quasi?
Giorgio (Canali, NdR) lo dice anche nelle interviste, per lui è uno dei dischi migliori, ma proprio nel lungo periodo, compresi CSI e PGR. Anch’io sono molto affezionato a questo album, che ho voluto fare a ogni costo anche per non lasciare tutto in sospeso con D’anime e d’animali. Però rimane un po’ l’amaro in bocca, immagina cosa poteva succedere dopo.

Magari potrebbe ancora succedere…
Sì, potrebbe.

La foto in apertura è di Elena Murru

C:fakepathmanifesto ENEIDE OK

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