Damon Albarn

Ogni cosa al suo posto

Dopo cinque lustri di carriera e tanti progetti condivisi con altri musicisti, ad aprile è arrivato il suo primo lavoro solista, Everyday Robots. Un album catartico, intimo, soulful, con cui Damon Albarn ha messo ordine nel suo passato. Tra un paio di drink e parecchie risate, lo abbiamo incontrato per una lunga chiacchierata. In attesa dei suoi live di questo mese in Italia, che qualcuno ha già definito “magici”.
Damon Albarn
Un estratto della nostra lunga intervista sul Mucchio estivo

La faccia da schiaffi è la stessa di oltre vent’anni fa. Quella che lanciava provocazioni ai tempi della Battle Of Britpop. Quella nascosta dietro un cartone animato musicale – ideato in combutta con il compagno di bagordi Jamie Hewlett – così geniale da sembrare diabolico. Quella del giovinastro immortalato mentre Paul McCartney gli accende una sigaretta; del leader un po’ despotico che aveva cacciato il miglior amico dalla band formata insieme; di un musicista che poi si era innamorato dell’Africa (con Mali Music e il team
DRC Music); di un “attivista anti-war”, che nel 2003 marciò su Londra con i movimenti
contro l’invasione in Iraq; dell’enfant prodige capace di essere “il capitano” di formazioni condivise con Paul Simonon e Tony Allen (il supergruppo che sfornò The Good, The Bad & The Queen e quello a nome Rocket Juice & The Moon); di un’icona popular con l’ardire di ficcare il naso pure dentro l’Opera (Journey To The West e poi Dr. Dee). La stessa faccia da schiaffi di chi ha ceduto alla tentazione di riunire la sua prima band e si è anche divertito parecchio nel farlo, per poi guardare repentinamente avanti – ma anche un po’ indietro – con il primo album solista (Democrazy, raccolta di demo nota come la sua prima ufficiosa uscita in solitaria, non la contiamo) raccogliendo consensi ovunque.

Damon Albarn, diciamoci la verità, sembra proprio un artista scaltro. Curioso, eclettico, coraggioso. Ma scaltro. E forse pure un po’ stronzetto. Sembra, ma forse non lo è (più). Tempo fa, Paul Simonon dichiarava “Quando ho iniziato a lavorare con Damon, alcune persone in ambito musicale mi dissero, ‘Non farlo, sarà un incubo’. E invece fu esattamente il contrario. Il suo approccio, piuttosto, è ‘se tu hai un’idea migliore, seguiamola’”. Ed è questa la sensazione che si ha nel conversare con Albarn: percepisci che ha le antenne sempre drizzate, senti tangibile la sua natura competitiva (nella musica come nel ping pong), ma è una consapevolezza di sé che non sfocia in presunzione – anzi, ci tiene a rimanere coi piedi per terra. Non ha bisogno di mentire quando deve spiegare le proprie scelte, non vuole nascondere la sua natura che è insieme rétro e moderna, non appare innaturale quando passa in breve tempo da momenti più riflessivi ad attimi in cui riconosci il buffone che fa le smorfie nelle foto con la figlia (o coi vecchi amici). Non ti mette in soggezione solo perché è uno degli artisti più importanti della sua generazione. Damon Albarn è costantemente aperto al dialogo e quella faccia da schiaffi, segnata da qualche ruga in più rispetto a vent’anni fa, è quella di un artista maturo.

Quando ci incontriamo, in un albergo di Milano, durante una calda domenica primaverile mentre è in Italia per promuovere Everyday Robots, il suo primo approccio è composto, molto english, moderatamente formale. Poi, piano piano si immerge nella conversazione e, quando anche un po’ di ironia si è accomodata insieme a noi, si trasforma in uno degli interlocutori più piacevoli che si possano immaginare. Per rompere il ghiaccio, la nostra chiacchierata comincia con uno di quei dilemmi esistenziali che piacevano tanto a giornalisti
e musicisti nel ’68 – il suo anno di nascita: la ricerca (o meno) dell’autenticità.
Devi sentire quello che stai facendo. È l’obiettivo principale per essere completamente dentro ‘quel mondo’, di qualsiasi cosa si tratti. Provare costantemente nuove cose si adatta alla mia innata curiosità… Come per il cibo: amo molto cucinare e mangiare, ci sono dei piatti che adoro, ma se ho l’opportunità mi piace provare cose diverse. E questo si applica a tutto. Mi stimola pensare che posso fare tutto ciò che voglio, senza soluzione di continuità: i Blur, l’Opera e tutto quello che c’è in mezzo. È intrinseco alla mia natura non essere sposato a nulla in particolare, ma quando sono immerso in qualcosa lo sono al 100 percento”.

C’è stato un momento in cui hai sentito il bisogno di questa libertà per fare tutto ciò che volevi?
C’è stato un tempo in cui ho sentito il peso di stare in un gruppo rock. Avevo bisogno di essere più slegato da quel ruolo. Ricordo di aver ascoltato il primo album dei Massive Attack, Blue Lines, mentre ero in tour e di aver provato gelosia per la loro libertà, per il fatto che fossero liberi dalla struttura di una band. La ricerca di gruppo è stimolante, ma la vera autenticità a volte deriva dal riuscire anche a dedicarsi ad altro.

Stai per caso anticipando eventuali risposte sul rimetterti al lavoro con le tue formazioni precedenti? Non te lo chiedo neppure perché anche sui Gorillaz, ad esempio, avevi detto che non avresti più fatto album e invece ultimamente sembri possibilista…
Il punto è che quando fai una cosa diventa quello su cui tu e gli altri si concentrano, quindi sembra sia tutto ciò che stai facendo al momento, ma non è così. Ad esempio, Everyday Robots è il disco di cui sto parlando ora, ma l’ho finito l’anno scorso. Per me è già il momento di iniziare qualcosa di nuovo…

A proposito, l’album comincia dicendo “They didn’t know where they was going, but they knew where they was”: dov’è in questo momento Damon Albarn?
Sono a Milano, è una splendida domenica assolata… (sorride, guarda altrove, NdR). La mia testa è su un nuovo progetto per il teatro che uscirà l’anno prossimo. Una specie di musical, ma non una commedia scanzonata, intendiamoci. Sto studiando la musica vittoriana, quella che nel diciannovesimo secolo in Inghilterra si suonava nelle case, con piano, voce, violino, fisarmonica. La tradizione europea ha sempre avuto delle connessioni: nel periodo vittoriano, ad esempio, l’opera italiana era molto amata. E devo dire che anche a me le grandi melodie italiane dell’800 piacciono molto. È come una sfida, vado davvero fuori di testa per l’Opera, anche se credo che quell’ambiente ormai mi detesti: ma è più forte di me, amo il teatro, ha qualcosa di avventuroso che mi affascina.

Hai prodotto Everyday Robots insieme a Richard Russell, boss di XL Recordings, con cui avevi già lavorato per l’ultimo album di Bobby Womack, The Bravest Man In The Universe e, ancor prima, nel progetto DRC Music, pubblicando nel 2011 Kinshasa One Two, come parte della campagna a sostegno dell’Oxfam in Congo. Entrambe le esperienze sembrano avere un legame forte con il tuo album…
Woooow! (Entra l’aperitivo. Un Campari – “non credi sia il drink perfetto per le 6 del pomeriggio?” dice, ghignando – ma soprattutto una vaschetta di olive piccanti: sgranocchiarle e rispondere alle domande sarà una sfida divertente come un’altra, NdR). Sì, lavorare con Bobby è stato non solo meraviglioso ma fondamentale. Anche se poi, per Everyday Robots, abbiamo usato un metodo semplice ma molto efficace: io suonavo il piano e Richard i suoi MPC per la parte elettronica e percussiva, ci vedevamo tutti i giorni nel mio studio, dalle 10 alle 6 del pomeriggio – mi piace il ritmo che ti dà la routine… E sicuramente mi piacerebbe fare un altro album con lui. D’altra parte per me non si tratta di un vero lavoro da solista, solo di un altro disco con il mio nome sopra. Lui mi ha detto: voglio produrti. E io: non l’ho mai fatto, lo farò stavolta. Why not? (espressione che Albarn ripete spesso, e che un po’ lo rappresenta, NdR).

La sensazione è che la componente soulful che lega questi album sia, almeno in parte, da ricondurre alle tue esperienze in Africa…
Credo di aver passato abbastanza tempo, suonato con abbastanza persone e vissuto un numero sufficiente di esperienze per far sì che questa connessione fosse naturalmente presente. Ma il legame tra tutto quello che ho assorbito in Africa ed Everyday Robots sta nell’essenza autobiografica dell’album, per il quale ho scelto di tornare molto indietro, in una fase iniziale della mia vita in cui vivevo a Leytonstone, una zona multiculturale nella parte Est di Londra. Erano gli anni 70 e c’era ancora un sacco di razzismo nell’aria, che però non ho mai vissuto in prima persona, perché facevo parte della prima generazione di inglesi che non aveva più quel tipo di risentimento verso gli immigrati. Crescere a Leytonstone ha avuto un’influenza enorme su di me e tornare in quei luoghi per scrivere l’album ha fatto sì che tutto ciò che ho fatto nel frattempo, inclusi i viaggi in Africa, trovasse un senso. C’è una connessione in tutti gli elementi che compongono l’album e tutto quello di cui parlo è successo veramente. Non c’è nulla di inventato.

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