David Thomas

Dalla danza moderna alla composizione improvvisata

La lunga intervista pubblicata su Extra a David Thomas dei Pere Ubu è di quelle che partono da lontano, ripercorrono la storia e si chiudono con una confessione.
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Oggi si fa presto a dire “danza moderna”. Basti pensare al punk funk degli appena disciolti Rapture, all’electro rock di Caribou, alle ritmiche disco dei Daft Punk o alle pulsazioni sintetiche di Alva Noto. Nel 1978 le cose andavano in modo diverso. Gli stessi concetti di “ballo” e “modernità” erano inaccostabili. Il primo sapeva invariabilmente di disco music, allora al suo apice: sono proprio di quell’anno il grandioso hit degli Chic Le Freak e Live and More, l’album dal vivo in cui Donna Summer ripercorre i suoi successi, da Spring Affair a Love to Love You, Baby. Produzioni indigeribili per gli appassionati del rock d’avanguardia dell’epoca. A quel tipo di ascoltatore, il termine “moderno” evocava atmosfere e sonorità completamente differenti tra loro: lo spleen berlinese di David Bowie, la new wave psycho dei Talking Heads, la nuova rabbia mod incarnata dai Jam e il lucido post punk degli Ultravox. Insomma, proprio non si capiva a cosa volesse alludere quel disco infilato nel reparto “novità” e intitolato appunto The Modern Dance. Chissà come suonava, ci si chiedeva. La copertina, in rigoroso bianco e nero, con tanto di orientale danzante, non aiutava affatto a sciogliere il quesito. L’unico possibile indizio sull’identità sonora della band era celato nel nome, dove un osservatore colto poteva cogliere il richiamo all’Ubu Roi e al teatro patafisico di Alfred Jarry. Nelle sue mere sembianze di oggetto, l’album comunicava un’aura di mistero, sorpresa, irregolarità. Per scoprirne le carte bisognava proprio metterlo sul giradischi, ed ecco arrivare allora una vibrazione elettronica, la pulsazione del basso, un riff di chitarra e poi, finalmente, un ritmo compatto e ballabile, e su tutto e soprattutto la folle voce salmodiante di David Thomas. Era Non Alignment-Pact: il brano che sintetizzava il concept della danza moderna. Lo stesso suono deragliante chiudeva i giochi già con la successiva title track. Et voilà, erano bastati due pezzi per capire che si trattava di un capolavoro.

A quell’album impavido e ispirato, David Thomas e i Pere Ubu avrebbero fatto seguire dischi di pura avanguardia e altri di pop stralunato e inquietante, continui cambi di formazione, separazioni e ricostituzioni. Accade davvero di tutto nella storia del quintetto di Cleveland, anonima cittadina industriale (si dice sempre così) del Midwest statunitense, persino un successo popolare lambito, sfiorato, quasi raggiunto. E oggi, dopo 40 anni di carriera e 17 album ufficiali, la micidiale collezione dei primi 45 giri nell’EP Datapanik in the Year Zero 1, produzioni varie, un disco pazzo fin dalla concezione come Long Live Père Ubu! realizzato insieme alla cantante Sarah Jane Morris, malgrado tutto sono ancora sulla breccia. Leader indiscusso, voce della band, nonché unico superstite dell’organico originario: David Thomas. Lo incontriamo in occasione di un concerto torinese dei Pere Ubu allo sPAZIO 211. L’artista è calvo, reduce da alcuni problemi fisici, molto dimagrito rispetto a pochi anni fa. Non a caso, il camicione a scacchi veste almeno un paio di taglie di troppo. La stretta di mano è debole. Uno dei pochi punti di contatto col David Thomas del passato è la voce sottile e cantilenante, uguale a quella dei dischi. Confessa di essere affaticato dal viaggio, mentre – senza mai guardare negli occhi l’interlocutore – fa strada verso il furgone, il luogo scelto per l’intervista. Preso posto sul sedile di mezzo, David Thomas si volta, raggomitolandosi su se stesso, verso il vano lasciato aperto dal portellone scorrevole.
Dopo averne staccato il filtro, accende la prima d’innumerevoli sigarette e sbuffa il fumo fuori, dando le spalle all’intervistatore. Sarà questa la sua postura per tutto il tempo della chiacchierata. A volte sembra che ascolti il gruppo hardcore che prova nel seminterrato dello sPAZIO 211. L’eco della chitarra distorta si propaga fin dentro il furgone.
A vederlo così barricato in se stesso, David Thomas pare un bambinone affetto da una timidezza che sfiora l’autismo. Le risposte, quasi sempre gentili e professionali, passano in modo imprevedibile da una certa dimostrazione di confidenza allo scatto d’ira. La sensazione è di aver a che fare con un gatto che ogni tanto morde per dimostrare che ha conservato la propria indipendenza, la sua fierezza. Il tentativo di costruire un’empatia fra intervistatore e intervistato, a partire dalla domanda posta con un sorriso sulle labbra all’inizio della conversazione, un modo scherzoso per rompere il ghiaccio, a volte va a sbattere contro un muro.

Facciamo finta che la storia dei Pere Ubu sia una favola: c’era una volta un pugno di ragazzi annoiati nella noiosa Cleveland di metà anni Settanta… Potrebbe cominciare così?
No, niente affatto! Cleveland non era per niente noiosa e noi non eravamo per niente dei ragazzi annoiati! Al contrario, eravamo pieni d’idee. Avevamo una gran voglia di fare le cose!

The Modern Dance 2 e i dischi successivi dei Pere Ubu, in particolare Dub Housing 3 e New Picnic Time, ebbero un certo impatto culturale anche qui in Europa. Finiste anche nel film documentario Urgh! A Music War di Derek Burbidge, insieme ad artisti molto popolari della scena post punk come Police, XTC, Joan Jett, Echo & The Bunnymen, UB4O. Ricordi come ti sentivi in quel periodo?
Come mi sentivo? Oddio, è passato così tanto tempo da allora, 35 anni… Faccio fatica a ricordarmelo… Però posso dirti che so bene cosa avevamo fatto con quei nostri primi dischi e so anche cosa abbiamo fatto dopo con i Pere Ubu, ne sono consapevole. Comunque voglio essere chiaro. Dopo aver finito un disco non mi sono mai messo lì a pensarci troppo su, né mi sono sognato di dire: “Ecco, questo è un grande album!”. Non l’ho fatto neanche dopo The Modern Dance o Dub Housing, per dire. Ma certo, per noi The Modern Dance era stato un passo importante. Avevamo una grande casa discografica alle spalle (Blank Records era una sussidiaria della Mercury, ndr) e questo ci permise di fare un sacco di concerti. Andammo in tour in tutti gli Stati Uniti e venimmo anche qui in Europa. Insomma, eravamo diventati una vera band. Nel giro di un anno registrammo Dub Housing e New Picnic Time, poi ripartimmo di nuovo in tour. Il concerto di Urgh! A Music War è invece del 1980, anche se poi il disco con la colonna sonora uscì l’anno successivo e il film solo nel 1982, mi pare. Come vedi, non ci eravamo seduti sugli allori, non l’abbiamo mai fatto. E quindi, tornando alla domanda, se devo dire come mi sentivo, direi eccitato. Fare parte di una band è eccitante, anzi no: interessante. Altrimenti perché farlo? In fondo, ci sarebbero cose ben più importanti che suonare in una band, cose che di sicuro mi farebbero guadagnare molto più di quanto succeda adesso.

Poi la vostra band è entrata in un periodo di appannamento: nel 1982 esce Songs of the Bailing Man e vi sciogliete. Cos’era successo?
Non ci siamo davvero sciolti, quella volta, sarebbe sbagliato dirlo. Solo che per un po’ avevamo smesso di lavorare insieme. Sai come succede nelle band, il chitarrista e il batterista non si potevano vedere….

Parli di Mayo Thompson, l’ex chitarrista dei Red Krayola che era entrato nel gruppo all’epoca di The Art of Walking?
Sì.

E il batterista cui ti riferisci è Anton Fier, quello di Feelies e Lounge Lizards, che aveva rimpiazzato lo “storico” Scott Kraus?
Diciamo che fra tutti era diventato difficile fare le cose insieme, così ciascuno si mise a fare le proprie. È di quel periodo la mia carriera da solista con i Pedestrians.

Poi nel 1988 siete tornati con The Tenement Year 4, che probabilmente resta uno dei vostri lavori migliori. Per realizzarlo avevate arruolato l’ex Henry Cow Chris Cutler e anche dal vivo schieravate due batterie. Volevate riportare il suono alla fisicità di The Modern Dance?
No, no, no. Noi non torniamo mai indietro, mai. I Pere Ubu vanno solo avanti! (La domanda lo ha molto irritato, si vede da come sussulta ripiegato nelle spalle. La voce si è fatta più dura, NdR). Ogni disco è il risultato di un processo, dello sviluppo di una precisa metodologia destinata a portare a quel risultato, a quel disco. Ogni volta si parte da zero per fare qualcosa di unico! Ragiono sempre sul lungo periodo. Appena finisco un lavoro, un disco, cerco di capire quali obiettivi ho raggiunto e quali ho mancato, e dove voglio andare col prossimo, cosa voglio fare di nuovo!

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