Petrina

Un nuovo rinascimento

Nel 2009 l’esordio "In doma" aveva meritatamente ricevuto ottimi riscontri di critica, ma con il suo eccellente, omonimo secondo album Petrina è destinata ad arrivare ancora più lontano. Laddove non vi sono barriere di genere, linguaggio o pensiero.
Foto di David Prando

Non capita spesso di chiacchierare con un’artista talmente poliedrica da trovarsi perfettamente a suo agio come compositrice, songwriter, pianista, ballerina e quant’altro.  Un’artista che, oltre a dedicarsi a varie sfere espressive, conferisce eclettismo e caratura internazionale alla sua occupazione primaria, la musica. Gli argomenti da affrontare sono davvero tanti.

 

Perché hai deciso di intitolare il nuovo disco con il tuo nome?

Perché l’evoluzione artistica e umana di una persona non è mai prevedibile, quindi ciò che realizzi per ultimo è sempre ciò che ti rappresenta di più. Credo di avere raggiunto una maggior maturità rispetto a In doma. In realtà ho pensato per tanto tempo a un titolo, ma se non viene fuori significa semplicemente che non ci deve essere.

 

Probabilmente Petrina è un album dalla maggiore omogeneità sonora, ma le abituali destabilizzazioni non vengono meno.

Stranire non è una volontà, non è un artificio. Per In doma taluni mi hanno accusata di manierismo, di ricercare l’imprevedibilità. Forse Petrina, sì, è più omogeneo e diretto, c’è una maggior uniformità nel sound delle canzoni. Ho cercato di smussare quella che veniva considerata una caratteristica negativa, data da troppi cambi di tempo, troppi sbalzi bruschi. Stavolta ci sono anche pezzi che possono essere ricordati al primo ascolto, come Denti o Princess, dove sono riconoscibili strofa e ritornello. C’entra il fatto che mi sento più “compositrice” perché ho cominciato a scrivere per vari strumenti e mi sono appropriata della materia musicale in senso lato, non solo della parte pianistica o vocale.

 

Oltre a suonare pianoforte e tastiere, hai curato appunto le partiture di archi e fiati, aumentato l’impiego dei sintetizzatori e riservato al solito grande cura alla voce.

Mentre dal punto di vista della tecnica pianistica ritengo di aver raggiunto il mio massimo, la voce è diversa perché cambia sempre, con il tempo, con l’età, con gli avvenimenti. È uno strumento delicato e meno controllabile, per cui è più sorprendente e malleabile. Quasi come fosse un’altra persona con la quale mettersi in rapporto, da rispettare ma al contempo da sfidare.

 

Da In doma sono trascorsi quattro anni e nel frattempo hai anche eseguito alcuni brani nuovi dal vivo, quindi immagino che il tutto sia stato sottoposto a un vero e proprio work in progress.

In Petrina ci sono pezzi vecchi – come Niente dei ricci, uno dei primi che ho depositato in SIAE, sebbene sia irriconoscibile rispetto all’originale per via degli archi – oppure che suonavo già in pubblico e ho cambiato completamente negli arrangiamenti. C’è poi stata la collaborazione, lunga e abbastanza difficile a causa della distanza, con Jherek Bischoff, che ha dato origine a un paio di brani. Gli ho mandato le parti di piano e voce, dopodiché lui ha composto, registrato e inviato le orchestrazioni, ma a quel punto sentivo l’esigenza di cambiare nuovamente il piano e la voce perché l’insieme suonava diverso. È stato un passaggio continuo di materiale tra Seattle e Padova, che è durato vari mesi. Dopo il missaggio, abbiamo sottoposto i risultati a David Byrne, che tra l’altro ci aveva fatto incontrare.

 

Ecco, Byrne ti ha inserita più volte nelle sue playlist on line. Come è proseguito il rapporto?

È nato un rapporto via e-mail e mi ha appunto suggerito la collaborazione con Jherek. A Byrne il nuovo album è piaciuto parecchio, tanto che l’aveva proposto addirittura a un’etichetta prestigiosa come la Nonesuch, ma tutti i loro impegni erano già fissati a lunghissimo termine. Per fortuna ho avuto l’occasione di pubblicare per Alabianca.

 

Dalla precedente autoproduzione sei passata a una distribuzione major. Il bacino di utenza potrebbe ampliarsi?

Me lo auguro. Le prospettive sono buone, ma vediamo cosa succederà: non ci si può aspettare troppo perché sono tempi di grande recessione e purtroppo non siamo ancora arrivati al fondo del barile, ma sento che ora più che mai c’è un diffuso bisogno di musica, di rinnovamento che speriamo coincida con una reale possibilità.

 

In un disco italiano, comunque sia, non capita spesso di trovare ospiti come Byrne, Bischoff o John Parish.

Parish si era complimentato per il mio brano I fuochi d’artificio, uscito nella compilation La nuova leva cantautorale degli Anni Zero, sempre per Alabianca. Ho preso la palla al balzo e gli ho chiesto se aveva voglia di mettere una chitarra in una mia canzone, lui ha risposto subito di sì ma la canzone in realtà non l’avevo ancora composta (ride, NdR). Si tratta di Princess, che sarà il secondo singolo dopo Denti. Queste collaborazioni “famose”, insomma, sono state spontanee e dirette.

 

Ultimamente vari artisti italiani, aggiungerei per fortuna, prendono le distanze dagli stereotipi della canzone standard e riescono non a caso a ottenere l’attenzione di colleghi stranieri.

Si è detto e ridetto, ma all’estero c’è più libertà, più desiderio di mettersi in gioco. Noi italiani forse “ce la tiriamo” un pelino di più e siamo più vincolati alle classificazioni. Uno come Jherek, per esempio, ha un background di polistrumentista rock in gruppi avant della scena di Seattle o New York, come Parenthetical Girls o Dead Science, ma improvvisamente ha avvertito l’esigenza di comporre musica classica, quindi di scrivere per orchestre, e coinvolgere cantanti come Byrne, Caetano Veloso o Carla Bozulich (i frutti sono confluiti nell’album Composed dello scorso anno, NdR). Nonostante le difficoltà, è andato in bicicletta con uno zainetto pieno di microfoni a registrare musicista per musicista. Il desiderio di attraversare i generi trasmette maggiore apertura nei confronti degli altri artisti.

 

Dalle nostre parti, invece, si tende persino a svalutare il concetto stesso di cantautorato.

Sì, perché la tradizione sanremese degli anni 50/60 è stata svuotata di senso. Sebbene vi fossero lo stesso dei cliché, perlomeno il cantante aveva una sua autorialità, una tecnica vocale, una profondità di testo. Avremmo bisogno di un nuovo Rinascimento, quando eravamo la culla della cultura musicale e nascevano talenti che giravano l’Europa facendo scuola a tutti. Dovrebbe riaccadere perché di talenti ce ne sono eccome, ma non trovano un terreno fertile che possa valorizzarli.

 

Foto di David Prando
Foto di David Prando

 

Cosa ti è piaciuto negli ultimi tempi?

Direi i Mariposa, che si reinventano sempre, oppure lo stesso Enrico Gabrielli, che osa in vari campi della musica contemporanea. Mi interessano le personalità che riescono a incrociare generi e pubblico, senza rimanere settari. Mi piace andare a concerti jazz e indie, così come agli spettacoli di danza, perché ci sono piani che si incrociano, a livello di curiosità e sperimentazione. Sarebbe bello se tutti iniziassimo a seguire cose diverse per scardinare un po’ di bulloni.

 

Tolti i superospiti, a proposito di talenti italiani in Petrina hai coinvolto molti musicisti.

Non ho ovviamente coinvolto tutti per tutti i pezzi, ma ciascuno aveva bisogno di un suono in particolare, quindi c’è quello con gli archi, quello con i fiati oppure quello con l’elettronica e avevo bisogno di conseguenza di tante persone. Tra queste c’è anche Carlo Carcano, compositore e musicista elettronico di assoluto rispetto, conosciuto al grande pubblico perché vocal coach per X Factor e produttore artistico per Sanremo. È un musicista dal lato doppio, uno colto e uno più pop. Nel mio caso ha messo insieme entrambi gli aspetti preparando con intelligenza e raffinatezza fuori dal comune una traccia elettronica per Lina, un pezzo cantautorale abbastanza classico.

 

Ecco, il fatto di unire avanguardia e sonorità pop, per quanto oblique, caratterizza benissimo ciò che fai.

Sì, tornando a Lina mi è infatti piaciuto iniziare con un piccolo cameo di Byrne, una star internazionale, e terminare con la voce di mia madre, una casalinga di campagna. Per me era interessante, come metafora del mio lavoro, provare a mettere assieme due elementi così diversi, lontanissimi.

 

Un lavoro che non a caso risente sia del tuo background classico sia della continua fascinazione per il presente.

Sì, decisamente. Non c’è poi da sottovalutare l’apporto dei musicisti e in particolare di Mirko Di Cataldo, chitarrista di estrazione puramente rock con cui collaboro da anni, che contribuisce a colmare le mie lacune rockettare. È stato determinante per certi arrangiamenti, in cui si sente una cifra più chitarristica. Nella prima parte del disco, infatti, le chitarre sono ben presenti.

 

Il primo brano in scaletta, lo strumentale Little Fish From The Sky, mi ha colpito molto, sia perché è un avvio coraggioso sia perché hai omaggiato Murakami.

Il brano in origine era pianistico ed è rimasto nel cassetto per diverso tempo. Si è poi arricchito moltissimo grazie agli altri musicisti, ovvero Mirko al synth e il batterista Gianni Bertoncini, che però si è insolitamente prodigato con l’elettronica conferendo un tocco dance che mi piace parecchio. Nel romanzo Kafka sulla spiaggia di Murakami c’è un passaggio che possiede una visionarietà tipica delle sue opere, dove i pesci cadono dal cielo: è una specie di miracolo che torna spesso nei racconti, nelle religioni e nella storia di alcuni popoli. Mi colpisce e stimola l’associazione di immagini apparentemente distanti tra loro. Nei testi racconto anche avvenimenti autobiografici, quotidiani e personali ma dando loro una sfumatura meno riconoscibile proprio attraverso l’accostamento surreale, onirico di immagini.

 

Testi curatissimi, in italiano e in inglese, dove torni a usare i giochi di parole, come in Denti.

Denti è un divertimento, come She-Shoe nel primo album. Partendo da situazioni vere, di vita vissuta, mi cimento in una sorta di esercizio di stile nel cercare delle rime, delle immagini caratterizzate dai suoni. La parola, in verità, è il primo aspetto al quale ho prestato attenzione perché mio padre era un insegnante e leggeva i giornali con la matita in mano correggendo gli errori. Uno dei miei primi giochi dell’infanzia era trovare sinonimi e contrari, per cui credo che la mia parte del cervello deputata alla parola si sia sviluppata più di altre (ride, NdR). Il racconto esercita un grande fascino e ho sempre scritto molto sin da bambina, incluse poesie profondissime e assurde che spaventavano le maestre.

 

Del resto la versatilità ti ha sempre contraddistinta, come rimarcato dalle tue esperienze in teatro e nella danza.

Sì, magari dipende dalle scelte di vita. La danza in particolare mi accompagna costantemente, e al momento sto preparando un nuovo lavoro assieme a una coreografa. Nonostante non possa dedicarci tutte le energie riservate alla musica, non riuscirei comunque a farne a meno per il mio stato di salute, mentale e fisico.

 

Da un palco all’altro: come presenterai Petrina live?

Stiamo già lavorando agli arrangiamenti con chitarra, basso e synth moltiplicati perché dobbiamo sopperire a tutto ciò che manca. Vedremo poi se ci sarà modo, a seconda delle location e delle luci, di inserire qualcosa di scenico, performativo, ma intanto l’importante è che ci sia la musica, che avrà sicuramente una veste diversa, vorrei dire più rock. Come ascoltatrice mi piace che il disco non rispecchi i live, altrimenti sarebbe una stancante, fredda copiatura. Il disco è un processo creativo diverso, più lucido e ragionato: c’è meno forza, meno impatto del momento, ma si può lavorare su molti piani di suono e affinare altri aspetti.

 

Cosa mi dici, infine, dell’iconica copertina che ti ritrae con i capelli rosso fuoco?

Il colore dei miei capelli è stato determinato e ripreso dalla cassa rossa di una batteria, all’interno della quale mi sono fatta fotografare per alcuni scatti del servizio. Anche perché l’album avrebbe dovuto contenere Drum-me, una traccia dedicata ai batteristi che ho suonato spesso dal vivo. Una traccia che ho effettivamente registrato, dove ho coinvolto non a caso vari batteristi che si cimentano in degli assolo, ma che alla fine ho scelto di togliere per ragioni di minutaggio (ma che è comunque possibile reperire nella Deluxe Edition disponibile su iTunes, NdR). L’idea della batteria, però, è rimasta.

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