Dinosaur Jr.

La lunga coda

Guardi la copertina di GIVE A GLIMPSE OF WHAT YER NOT, con quelle tinte da psichedelia casereccia, e tutto a un tratto pare tornato il 1989. J Mascis e Lou Barlow, interpellati rigorosamente a distanza, ci fanno dare un’occhiata allo strano caso di una reunion dove tutto va per il verso giusto – o almeno sembra.
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Ricorrenze pluridecennali, riavvicinamenti storici e sfilate di superospiti sono ormai una prassi tanto consolidata che nemmeno ci si fa più caso. Lo scorso dicembre i Dinosaur Jr. hanno festeggiato il trentennale dal loro debutto discografico – quando ancora non erano “junior” – suonando per sette sere di seguito al The Bowery Ballroom di New York, dove hanno riproposto il primo album per intero e sono stati raggiunti sul palco alla spicciolata da personalità più (Henry Rollins, Kevin Shields, Mike Watt) e meno sospettabili (Sharon Van Etten, Valerie June…). Se c’è una notizia in tutto ciò, sta nell’ultimo spicchio dell’anniversario: dieci di quei trent’anni sono trascorsi dopo che il nucleo originario della band si è riformato. A conti fatti, si può dire che la seconda volta sia andata meglio della prima, e questa, specie se si considerano i trascorsi, non è cosa da tutti i giorni. Incontriamo Mascis e Barlow, fondatori storici e altrettanto storici rivali, a pochi giorni l’uno dall’altro e poniamo loro praticamente le stesse domande. Ne esce un quadretto da terapia di coppia dove i due confermano i panni che vestono da sempre – laconico al limite del catatonico il primo, autodenigratorio e passivo-aggressivo l’altro – e che non sembrano voler mollare tanto presto.

Dieci anni dalla reunion e tutto pare filare liscio questa volta. Com’è tenere insieme i Dinosaur Jr. oggi?
JM: Cerchiamo di tirarla avanti e prenderla come viene, giorno per giorno. Scriviamo nuove canzoni, se ci va incidiamo un nuovo album, se ci va andiamo in tour e se ci va ricominciamo da capo.
LB: È sempre una sfida ma è anche molto normale. Ogni disco, ogni tour è un’opportunità per suonare al meglio.

Che cosa ricordate degli show al The Bowery Ballroom dello scorso dicembre?
JM: Volevamo fare qualcosa fuori dall’ordinario per festeggiare i trent’anni dal nostro debutto. È stato divertente avere tutte quelle persone venute a cantare le nostre canzoni. Con qualcuno di loro non avevo mai suonato, è stato bello.
LB: Gli show al Bowery sono stati grandiosi, sono arrivati a metà del processo di registrazione di Give A Glimpse Of What Yer Not e ci hanno trovato in forma, concentrati e pronti per tornare a suonare dal vivo. Ma non si è trattato di un’esperienza straordinaria o diversa da quel che faremo tra un paio di giorni a Porto (la band è poi andata in scena al Primavera Sound portoghese il 10 giugno, NdR), per esempio. Tutta la reunion per me non è stata nient’altro che una lunga celebrazione.

Da Beyond a Give A Glimpse Of What Yer Not, ogni album post-rimpatriata ha contato due e soltanto due canzoni firmate da Lou. Avete stipulato una sorta di accordo su come spartirvi le scritture?
JM: Mmm, no. Nessun accordo.
LB: Non ne abbiamo mai parlato, ma a me sta bene così. Di solito ne scrivo tre per ogni disco così abbiamo più scelta per b-sides e cose del genere. Considerando che ogni album non dovrebbe durare più di quaranta minuti, è la quota giusta per lasciare a J lo spazio cui ha diritto come primo autore del gruppo, la sua titolarità è praticamente indiscussa. Credo sia un buon compromesso, ma non è un compromesso scritto né ha valore legale. Mi ricorda quei gruppi degli anni 60 che avevano un songwriter principale ma lasciavano spazio per le canzoni degli “altri tizi nella band”. Io sono “l’altro tizio nella band” ed è un ruolo che mi piace.

Entrambi avete una carriera in proprio e alcuni progetti paralleli all’attivo. Che cosa deve possedere una canzone per finire nel repertorio dei Dinosaur Jr.?
JM: Cerco di scrivere il disco che sta uscendo, tutto quel che ho a disposizione in quel momento finisce nel primo lavoro in pubblicazione.
LB: In passato ho optato per quei brani che credevo avessero bisogno di una chitarra solista, quello era il materiale che solitamente offrivo alla band. Con Beyond, Farm e I Bet On Sky ho voluto portare dei toni cupi e malinconici, una specie di sentore dark-punk che ho aggiunto come mio contributo personale, a contraltare dell’incredibile senso della melodia pop di J. Con questo nuovo album è andata un po’ diversamente: ho inciso un disco da solista proprio l’anno scorso, avevo provato a metterci Love Is… ma non era abbastanza “dinamica”, così ho pensato che sarebbe stata la mia proposta per il nuovo lavoro dei Dinosaur. In quel brano suono la chitarra acustica e J è spostato al basso, perché il suo istinto nell’approcciare lo strumento è totalmente diverso dal mio ed è qualcosa che volevo sfruttare.

Vi è mai capitato di ascoltare i lavori dell’altro all’infuori del gruppo?
JM: Sì, qualcosa ho ascoltato, qualche canzone che mi piace, ma non conosco molto altro. Ho avuto già tanto Lou nella mia vita, non riesco a sopportarne più di così…
LB: L’ho visto suonare in tante occasioni, in particolare una volta in un negozio di dischi di Los Angeles, lo trovo molto bravo. Ha un modo unico di affrontare la dimensione acustica. Per quanto riguarda i suoi album, beh… non li ho mai davvero avuti, nel senso che nessuno me ne ha mai passato una copia: è tutto quel che mi ha impedito di ascoltarli. In più, a essere completamente onesto, essere nei Dinosaur Jr. è come trovarsi nel mondo di J Mascis… così, quando ne sono fuori, cerco di passare il tempo facendo cose che non abbiano nessuna relazione con lui o la band. Ma mi piacerebbe ascoltarli se qualcuno me li passasse.

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Molte delle vostre hit (The Wagon, Start Choppin’, Feel The Pain) appartengono a un periodo in cui la formazione originale era già sciolta. Come vi regolate quando si tratta di suonare qualcosa che non avete inciso insieme?
JM: Non c’è mai stato alcun problema, cerchiamo di mettere insieme le canzoni più famose con tutto il resto.
LB: In generale, amo suonare il basso quando c’è Murph alla batteria. Con lui suonerei qualsiasi cosa, e siccome quelle canzoni le conosce molto bene posso interagire meglio. Proponiamo sempre tutti i pezzi che hai citato, mi piace farlo e ne vorrei suonare ancora di più.

Qualche giornalista ha fatto notare che, paradossalmente, i dischi del post-rimpatriata ricordano i Dinosaur Jr. del medio periodo, quelli dove J era l’unico membro superstite. Siete d’accordo?
JM: Non saprei, non ci ho mai pensato…
LB: Credo sia un’osservazione superficiale, e ti spiego perché: da Where You Been in avanti J ha iniziato a lavorare con John Agnello che è il nostro produttore ancora oggi. Il medio periodo della band per me è segnato da quel tipo di produzione: dopo la mia fuoriuscita, il basso ha smesso di essere uno strumento alla pari con la chitarra ed è tornato a coprire il suo solito ruolo “invisibile”. È una cifra legata al modo di produrre e di mixare che J e John hanno trovato insieme e che ha un’eco tuttora, nelle registrazioni alle quali prendo parte pure io. Ma non mi importa, in fondo quel che dà lavoro, soldi e soddisfazione in questa band sono gli show dal vivo: gli album sono solo suggerimenti scritti per quel che faremo sul palco.

Al contrario, la vostra casa discografica Jagjaguwar ha promosso Give A Glimpse Of What Yer Not scrivendo di una “spigolosità primitiva che non sentivamo dai tempi di You’re Living All Over Me”. Che ve ne pare di questa?
JM: Non credo proprio. Per me sono solo nuove canzoni, non ricordano niente che abbiamo già fatto.
LB: Oh, no, You’re Living All Over Me era troppo grezzo. Forse l’hanno scritto perché J ha lavorato meno sulle chitarre rispetto ai dischi precedenti, dove continuava ad aggiungere strati su strati. Ma non credo comunque assomigli a You’re Living All Over Me, quello era un disco estremamente acerbo e mi piace ancora per questo motivo.

Ricordando la vostra prima band, i Deep Wound, qualcuno di voi ha detto che una volta che un ragazzo ha fatto sesso per la prima volta non sente più il bisogno di suonare hardcore. Che sensazione dà invece risuonare la musica dei primi dischi con i Dinosaur a cinquant’anni suonati, da padri di famiglia?
JM: Non lo so, è ancora musica che mi piace. Qualche canzone l’ho abbandonata per un po’, come Little Fury Things, non la suonavo molto quando Lou era fuori della band perché la trovavo troppo difficile da cantare. Più che altro le tracce del primo album sono state difficili da riprendere, sono ben più complicate di come le ricordassi.
LB: A dire la verità ero vergine quando ho fondato i Dinosaur Jr., quindi non era quella la ragione per la quale ho iniziato a interessarmi a una musica più lenta. Ora non potrei più suonare hardcore, semplicemente perché i miei tessuti muscolari non me lo permetterebbero, ma per quanto riguarda You’re Living All Over Me non faccio nessuna fatica. Mettiamola così: se fossi in una cover band dei Ramones, mi piacerebbe risuonare tutti i primi dischi dei Ramones.

J, stando a quanto hai raccontato, ti è stato più volte chiesto da Kurt Cobain in persona di unirti ai Nirvana come chitarrista aggiunto. Hai ceduto solo un paio di anni fa quando, nel concerto segreto al Saint Vitus Bar di New York, hai suonato con Novoselic e Grohl facendo le veci del frontman. Com’è andata? Cosa ricordi del periodo in cui il grunge divenne un grosso affare?
JM: È stato divertente e ha funzionato piuttosto bene. Ho scelto le prime due canzoni (Drain You e Pennyroyal Tea, NdR), poi Dave ne ha aggiunta un’altra dal primo album (School, NdR). Ho ascoltato quelle canzoni così a lungo e con i Nirvana abbiamo così tante influenze in comune che è stato facile interpretarle. Per un periodo ho visto molti di noi galvanizzati da quel successo, ci siamo ricordati perché amavamo la musica e perché la facevamo. In tanti hanno sperato che chi stava apprezzando i Nirvana avrebbe potuto ascoltare anche la loro band, ma non è sempre andata così.

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I Sebadoh avrebbero dovuto accompagnare i Nirvana durante il tour europeo del 1994. Lou, credi sarebbe stata una buona cosa?
LB: I Nirvana hanno sempre avuto dei gruppi spalla piuttosto eclettici e nessuno di questi ha svoltato dopo aver aperto per loro – se le Breeders sono state famose, è per via del fatto che hanno inciso una hit. È vero che ancora oggi c’è gente ai concerti che ci dice di aver scoperto i Sebadoh per aver visto Cobain indossare una nostra maglietta e l’avrà fatto una volta sola, per un unico concerto, magari in Scandinavia… una buona parola da parte loro poteva valere molto, ma questo tipo di curiosità scatta solo in chi ha già un amore irragionevole per la musica. Imbarcandoci in quel tour avremmo guadagnato un centinaio di ammiratori in più, ma non è “la grande occasione” che rimpiangerò per tutta la vita: mi spiace comunque non averlo fatto perché avrei visto i Nirvana suonare, avrei potuto passare del tempo con loro e farci qualche conversazione imbarazzante…

Molte delle informazioni che sto riportando arrivano direttamente dal libro di Michael Azerrad, Our Band Could Be Your Life (American indie nell’edizione italiana del 2014, NdR). Che ritratto dà della vostra storia e della scena indipendente americana dei tardi anni 80 secondo voi?
JM: Non lo so, non ci ho mai pensato in questo senso. Non so se davvero le persone che non c’erano ai tempi l’abbiano letto e che effetto possa avere avuto su di loro… Per qualche parte il libro mi è piaciuto, per qualche altra no. Forse sono di più quelle che non mi sono piaciute.
LB: Ho passato un mucchio di tempo con Azerrad, ho svuotato la testa e il cuore e ho detto tutto ciò che avevo sempre volute dire su come erano andate le cose. Quando ho letto tutto nero su bianco, ho pensato che era molto triste essere ancora così arrabbiato. Ho creduto a lungo che se fossimo riusciti a mantenere il nucleo originario della band insieme avremmo potuto fare bene, ma sarebbe andato a discapito della nostra salute psichica. Ero molto incazzato per essere stato buttato fuori, ero spesso ubriaco e sotto cocaina e non riuscivo a fare pace con me stesso. Malgrado tutto ciò che posso aver detto di J negli anni passati solo per infastidirlo ed estorcergli una reazione, ora gli sono grato per avermi cacciato, sono soddisfatto di come sono andate le cose. Rileggendo il libro, mi sono detto che è un peccato che la musica non possa essere la cosa più importante e che le questioni personali ci si mettano sempre di mezzo… Mi sono sentito uno stronzo, così ho preso l’occasione della reunion anche per farmi perdonare.

Al contrario della vostra, la reunion dei Black Flag è stata piuttosto movimentata: scissioni interne, cause legali, i componenti storici schierati in due formazioni concorrenti… Henry Rollins – che ha fatto da “testimonial” per i trailer del vostro nuovo disco – se ne è tenuto fuori e ha scritto che “quando sono i musicisti a suonare la musica e non il contrario”, allora è finita. Voi lo conoscete, qual è la vostra opinione in merito?
JM: Conosco Henry dai tempi in cui andavo a vedere i Black Flag, da ragazzo lo guardavo come un modello. Poi ha cominciato a venirci ad ascoltare ed è diventato un nostro fan, ho continuato a seguirlo con la Henry Rollins Band fino a quando non ha smesso con la musica… Anch’io, quando volevo riprendere con i Dinosaur, avevo diversi dubbi. Poi ho visto suonare i Mission Of Burma, li ho trovati molto bravi e questo mi ha dato la speranza che, se l’avessimo fatto, non avrebbe dovuto fare schifo per forza.
LB: Ho parlato con qualcuno che è stato nei Black Flag e credo che il livello di ostilità tra di loro abbia raggiunto i livelli degli MC5… È gente abituata a far musica nella tempesta, che vive di un tumulto costante, l’intensità con cui persone come Henry affrontano la vita non è nemmeno comparabile a quel che facciamo noi. I Dinosaur Jr. fanno canzoni, e credo che siano canzoni molto valide, con delle melodie grandiose… Ricordo quando J arrivò con i suoi primi brani: li trovai “saggi”, maturi ben oltre l’età che aveva allora. Non c’è mai stato un momento in cui ho sentito di fare qualcosa di inappropriato per la mia età. Ritengo che ogni musicista dovrebbe continuare a suonare i vecchi successi e fare cose nuove. Le buone canzoni trascendono il tempo.

Questa intervista è stata pubblicata sul Mucchio 744/745, luglio/agosto 2016

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