Downtown Boys

Lottare per la libertà

Spirito DIY, dinamismo a mille, ritornelli killer sparati a pieni polmoni, contenuti di protesta per un mix di utopia e rabbia contro il sistema. La punk rock band-bomba americana, al terzo album lo scorso anno con l'imperdibile "Cost Of Living", sta per detonare dal vivo nel nostro Paese, nella prima settimana di giugno.
Downtown Boys_intervista

Si auto-definiscono un “dance sax punk party bilingue e politico proveniente da Providence”. Il collettivo americano ha rivitalizzato il punk contemporaneo sia sul piano sonoro, con inserti black e l’impiego di ottoni, sia su quello tematico, scagliandosi in lingua inglese e spagnola contro fascismo, razzismo, omofobia, capitalismo, ecc. Dopo un’autoproduzione omonima, un EP stampato dalla Sister Polygon dei Priests e il cruciale Full Communism, uscito per Don Giovanni Records, il terzo vero e proprio album Cost Of Living del 2017 ha inaugurato il rapporto con Sub Pop, anticipato da un brano, A Wall, ispirato alla poesia I Believe In Living dell’ex Pantera Nera afro-americana Assata Shakur, considerata dall’FBI una “terrorista interna” da oltre dieci anni. Per schierarsi, inutile dire, contro qualsivoglia barriera, con pugni alzati e sogni di pace. Perché, senza girarci attorno, “a wall is just a wall”.

Un casino propositivo, insomma, che riparte dalle iniquità degli U.S.A., immortalato nel corso di nove giorni in studio di registrazione e supervisionato da Guy Picciotto dei Fugazi. Ed è proprio dai Fugazi, dalle Bikini Kill e dai leggendari Clash, così come da Rage Against The Machine e Public Enemy, che i Downtown Boys riprendono impeto barricadero e propensione alla fusione multiculturale. Joey La Neve DeFrancesco, principale songwriter e chitarrista, e Victoria Ruiz, vocalist e autrice della maggioranza dei testi, ci raccontano suono e “visione” del tellurico quintetto.

Che senso assume oggi il termine “punk”?
J:
Nessuno, davvero. Penso sia usato nel tentativo di recuperare e ridefinire il termine, ma per quanto ci riguarda non lo utilizziamo ed è soprattutto una negazione politica, artistica e personale. C’è una reazione quasi religiosa a qualsiasi impiego della parola, per cui è meglio evitarla. Tifo per coloro che si stanno riappropriando del vocabolo in questione, ma adesso abbiamo battaglie più importanti su cui vogliamo focalizzarci piuttosto che decidere cosa sia il vero punk.

Il punk rischia di essere un tipo di musica ripetitivo, ma la vostra formula è personale grazie all’inserimento di sassofoni e tastiere, elementi black, vari linguaggi… Come avete centrato questo risultato?
J:
Tutti noi ascoltiamo varia musica, e non a caso facciamo varia musica in altre sedi, quindi riportiamo le nostre esperienze per creare la rock band che sono i Downtown Boys. Con Cost Of Living volevamo renderlo più evidente, quindi abbiamo più brani mid-tempo, più rumore, più armonie interessanti, alcuni sample, alcuni interludi, ecc. Tutto è ancora distintamente all’interno del genere rock, ma siamo stati in grado di ampliare un altro po’ la palette. Il lato politico ha avuto più spazio poetico rispetto al precedente album, che era in qualche modo più letterale. Ritengo sia una crescita naturale.

Quanto è stata importante per voi la lezione di una band come i Clash nell’approccio multistilistico?
J:
In molte canzoni i Clash hanno commesso gravi errori nell’appropriazione dei vari stili, ma ovviamente hanno scritto un sacco di musica catchy che andava oltre gli slogan nichilisti dei loro coevi e fu importante nel portare la politica di sinistra a un’audience di massa. Loro, i Rage Against The Machine, oggi Kendrick Lamar, Beyoncé e molti altri, sono riusciti a fare musica popolare che parla anche di grave oppressione e rilevanti organizzazioni contro l’oppressione. È difficile farlo seriamente.

In Cost Of Living il sound è più definito, ma trasmette sempre molta energia. Parlate di argomenti a volte sconfortanti, ma la rabbia è intrisa di una vitalità contagiosa.  Come vedete l’unione di questi elementi?
J:
Non li vedo come elementi opposti. Abbiamo sempre creduto che la rabbia e la speranza fossero strettamente intrecciate. Non intendo la speranza in senso vago e passivo, bensì nella convinzione che possiamo creare un mondo migliore anziché arrendersi a una paura paralizzante, alla disperazione e al narcisismo. Dunque, sì, proviamo a trasmettere l’estrema rabbia e lo sconforto che proviamo, mentre cerchiamo al contempo una sorta di ispirazione per continuare a combattere per una nuova società. Sia la rabbia cruda sia questa ispirazione sono fondamentali, e possono esistere indipendentemente in certe canzoni, ma lungo il disco cerchiamo di incanalare entrambi i sentimenti (e altri ancora).

Com’è stato lavorare con Guy Picciotto nelle vesti di produttore? Vi siete sempre definiti una band politica, e i Fugazi sono stati un esempio di etica e impegno…
J:
Lavorare con Guy è stato meraviglioso e avvalorante. Lui ha fatto parte della mia musica preferita, per cui se diceva che una take era buona o meno gli credevamo. I Fugazi sono una band importante e hanno tanta mitologia attorno a loro, per cui è stato illuminante scoprirne l’aspetto umano e demistificato, rendersi conto degli aspetti veramente significativi della loro musica e storia. Guy ha compreso intuitivamente quello che stavamo tentando di realizzare a livello musicale e politico e ci ha guidato verso l’obiettivo senza appropriarsene in nessun modo. E poi è divertente e ci ha rivelato i gossip della scena del 1992.

Come avete vissuto il passaggio a Sub Pop?
V:
Qualche anno fa uno di loro venne a un nostro show. Li abbiamo contattati via Twitter per farci coinvolgere. È stato fantastico lavorare con Sub Pop!
J: In pratica, ci hanno dato più risorse per fare quello che abbiamo sempre fatto. Abbiamo amato ogni etichetta con cui abbiamo interagito, ma avvertivamo l’esigenza di raggiungere più persone, e finora Sub Pop ci ha aiutato a centrare questo scopo.

In passato avete collaborato anche con la Sister Polygon, l’etichetta dei Priests, altro super nome per il nuovo punk rock, no?
J:
I Priests sono una band potente e il loro album è meraviglioso (Nothing Feels Natural, sempre del 2017, NdR).

Avete affermato che tutto è politica nella vita. Oggi più che mai, negli U.S.A. (ma non solo). Cosa volete esprimere più di ogni altra cosa nei testi?
V
: Io e Joey lavoriamo assieme alla maggior parte dei testi, connessi a cose che hanno influenzato la nostra visione del mondo. Sono parole per esperienze da sedimentare. Vogliamo approfondire il nostro messaggio politico e rappresentare le sfumature del potere. Vogliamo anche fornire qualche tipo di resoconto su come gli Stati Uniti continuino a colonizzare, costruire muri e forzare la supremazia bianca nei nostri cuori e nelle nostre menti, e su come al contempo la gente stia resistendo e contrattaccando. In tutti i modi, per tutto il tempo, lottiamo per la libertà.
J: Abbiamo scritto questo album quasi interamente prima che Trump fosse eletto, anche se l’abbiamo registrato nei giorni in cui stava entrando in carica. Per cui non deriva per forza direttamente da Trump o altre specifiche manifestazioni attuali del potere, ma affronta temi simili a quelli sempre trattati. Ovviamente, la situazione è per molti versi particolarmente spaventosa e il disco riflette ansia, collera e terrore. Eravamo in studio quando Trump ha dichiarato il bando sui musulmani, ed è stato difficile rimanere concentrati quando una simile violenza veniva scatenata nel mondo. Così, questioni vecchie e nuove hanno pervaso la musica, le parole e le esecuzioni.

Foto di Miguel Rosario

DAL VIVO IN ITALIA

2 Giugno – TRENTO – Urma

3 Giugno – MILANO – Zuma Festival

4 Giugno – BRESCIA – Latteria Molloy

5 Giugno – TORINO – Blah Blah

6 Giugno – RAVENNA – Beaches Brew Festival

7 Giugno – GENOVA – Altrove Teatro della Maddalena

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