EMA

Oggi siamo questo

Erika M. Anderson che è cresciuta in un vuoto ed è esplosa in due dischi uno più bello dell’altro. Erika M. Anderson che tira cazzotti sui denti e poi vi abbraccia. Storia della ragazza che ha contratto il suo nome per diventare una sigla che non potete togliervi dalla pelle. Perché EMA non è una cantante: è un marchio.
EMA
Dal vivo in Italia. La nostra intervista

La prima volta che l’ho vista suonava all’Heaven a Londra, non c’era molta gente. Era nervosa, ha spaccato una chitarra. Ha cantato Add It Up dei Violent Femmes e il modo in cui lo ha fatto, come se non gliene fregasse assolutamente un cazzo, mi ha fatto capire che c’era davvero qualcosa, lì. Non sono una che pensa “questa è la Patti o la Polly Jean della mia generazione” ogni due per tre. Ma per EMA l’ho fatto.
Le telefono mentre è in Texas per il SXSW. In teoria il suo nuovo disco, The Future’s Void, parla di Internet, paranoia e intercettazioni, così le chiedo se è andata a sentire Edward Snowden in collegamento da una località segreta in Russia. Non ci è andata.
Lezione numero uno: non date retta a chi vi dice che questo album parla di sci-fi. Lezione numero due: non la incasellate. EMA non solo è libera, ma è anche una delle musiciste più potenti, ferite e forti che abbiamo là fuori.

Era difficile tornare dopo un disco viscerale come Past Life Martyred Saints. Penso tu lo abbia fatto in maniera molto intelligente. Cosa è cambiato, tra allora e adesso?
Non sapevo cosa fare, mi sono fidata del mio istinto. Ogni volta che mi siedo con la chitarra e cerco di “fare” qualcosa di proposito, mi sembra falso, posticcio. Non stavo andando da nessuna parte, non c’era niente che mi piacesse. Cosa è cambiato? Un tempo ero una persona molto oscura e riservata. Non che sia diventata super-famosa, ma sono sicuramente meno invisibile che agli inizi. A volte era fico. A volte non lo era affatto, e volevo andasse tutto a pezzi. Così mi sono presa una pausa. Volevo fare un album che meritasse, che mi rendesse orgogliosa, che dicesse il vero per come lo vedevo. Ho mollato Los Angeles e mi sono trasferita a Portland, dove non conoscevo quasi nessuno. In attesa di idee che avessero un senso.

Le canzoni del primo disco sembrano parlare tutte di te. The Future’s Void è meno personale, ma c’è un pezzo molto intimo, 3Jane. Mi fa pensare a Jennifer Egan. Tutta la sua scrittura ruota attorno al contrasto tra la costruzione interiore e la percezione esteriore di quel che siamo. Ne parli spesso anche tu.
3Jane è la pietra angolare del disco. Fa ridere, adesso che è tutto finito e sta per uscire, ma mi dispiace non essere andata più a fondo, non aver scritto testi più intimi. È solo che avevo paura. Ogni volta che faccio una canzone importante mi spavento. Perché parlo di cose che mi devastano. 3Jane è nata in fretta: non è uno di quei pezzi che metti sul diario, lavori sul testo e poi ci appiccichi la musica. Avevo un nodo di emozioni contratte dentro, ho improvvisato un paio di accordi e le parole sono venute da sole; ho eliminato quelle troppo forti. Non so cosa mi terrorizzasse in quel periodo. Ma oggi penso che avrei dovuto osare un po’ di più. Ogni volta che sono spaventata, la mia musica funziona. E scrivo le canzoni che poi la gente ricorda. Quindi sì, fa male, ma per la gente conta.

Qui è tutto più ambiguo. Ho sentito When She Comes venti volte e ancora non so di che parla! Di gente che si spia a vicenda, intercettazioni, adulterio?
(ride) Adesso vivo a Portland, nel Nord-Est. Hai presente? Il grunge, il DIY, la K Records, tutta quella roba viene da qui. Volevo un pezzo di quello che chiamo “medi-grunge”, un pezzo caldo che potesse risalire a quell’epoca e il cui testo non fosse sensatissimo. Come le canzoni della K Records: alcune non significano assolutamente niente, prendi le b-side dei Nirvana.

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foto di Leif Shackelford

All’inizio sembrava che The Future’s Void fosse su Anonymous, la privacy, i poteri forti. È incredibile quanto questo immaginario sia stereotipato a livello di suoni. Prendi la seconda stagione di House Of Cards, in cui ogni volta che appare un alter ego di Assange parte un pezzo industrial o à la Nine Inch Nails. Come se ci fosse un solo modo di far “suonare” la paranoia. Tu (per fortuna) hai optato per un approccio più variegato. Che fa molto West Coast marcia, sembri una sciamana pazza.
La sciamana pazza, mi piace. E questo è un disco West Coast. Molto viene dalla scena noise in cui ho suonato. Tutti quei concerti, tutti quegli anni trascorsi in uno stanzino di cemento a sentire uno che esagerava col distorsore. A volte era fantastico. A volte faceva schifo. Ma mi manca quell’asprezza nella mia vita. Mi servivano suoni ruvidi per esprimere come mi sentivo. Ero… arrabbiata.

Nell’album c’è anche molta melodia. Mi fa venire in mente una cosa detta da Carla Bozulich: “Ho capito che c’è dell’intelligenza anche nel mainstream. Oggi non ho paura di incidere un pezzo pop”. Mi è sembrata una frase coraggiosa e importante, detta da qualcuno con quel background.
La musica pop attraversa tante di quelle fasi. A volte qualche produttore se ne esce con qualcosa di rivoluzionario prima di tutti gli altri. Il pop si rigenera velocemente, ma si ripete anche tanto. Quando arriva un’innovazione siamo tutti presissimi, e spesso i produttori più fantasiosi lavorano nel mainstream. Il problema è che poi quell’innovazione diventa di tutti e se non ti piace sei fottuto, perché non puoi accendere la radio per sei mesi. Ma amo le melodie, le ho sempre amate. La gente dice che questo disco è più pop: non so se dipende dalla fedeltà del suono o dalla struttura strofa-ritornello-strofa. Per una volta mi sono detta: scrivi qualcosa che abbia un canovaccio tradizionale. Non sono sicura che mi piaccia, ma se questa formula va avanti da decenni deve avere qualcosa di speciale. Altrimenti che cavolo la usano a fare.

In una foto promozionale indossi una maglia con una frase di Susan Sontag.  È fichissima, non ne vedo tante in giro.
È una citazione sul femminile e il maschile, sulla dolcezza nell’uomo e l’energia nella donna. Qualcosa di vagamente androgino ma non nel senso di de-sessualizzato. Mi interessa il potere del maschile e del femminile insieme.

A tal proposito, nel video di So Blonde cerchi di decostruire certi stereotipi sulla femminilità e sulle bionde.
Le donne stanno dominando il mercato pop al momento. Non so se sia stato più difficile arrivare dove sono in quanto donna… oddio, ci sono stati episodi strani, ma il pubblico mi sembra molto aperto nei confronti delle voci femminili. La cosa che mi incuriosisce è: come funziona quando le musiciste invecchiano? È difficile trovare dei modelli, donne che sono nel giro da più di quarant’anni. Certo, ormai Carla Bozulich e Cat Power hanno una certa carriera alle spalle, ma sono poche. Cosa sarà di me quando non vorrò più che mi facciano foto sexy ma avrò ancora delle idee? Verrò messa da parte? Ignorata? Se non mi faccio delle foto in cui sono carina, la gente mi ascolterà ancora? All’inizio avevo idee complicatissime per il video di So Blonde, che invece è una canzone pop molto semplice, non stratificata. Perché l’immagine della donna è così abusata? E le selfie sono una nuova forma di femminismo? Tutta roba iper-celebrale, ma non volevo girare un video come se fossi una tesi di dottorato. Stavamo per non farlo finché cazzeggiando non ho detto “giriamo in macchina per Venice, mi metto una maglia di Jim Morrison e”… e alla fine c’è comunque una riflessione dato che c’è una bambola i cui pixel sono talmente sgranati da farti chiedere se sia ancora una donna. È ancora sexy? Fino a che punto potremmo sgranare la sua immagine e trovarla ancora appetibile?

So poco del tuo passato. So che vieni dal South Dakota e che poi ti sei trasferita a Los Angeles. Tempo fa hai twittato: “Sono sempre venuta fuori dal vuoto“.
Ci penso ultimamente. Penso al MidWest, in cui non vivo da tanto. È uno spazio enorme poco popolato. La percezione di come mi abbia influenzata cambia col tempo. Le prime comunità sono state fondate da immigrati scandinavi, erano gli unici abbastanza disperati dal voler vivere del mezzo degli Stati Uniti, dove l’inverno è devastante e il sole sparisce per mesi. È un ambiente brutale. Il vuoto… so che ci sono filosofi esistenzialisti che ne parlano, ma non li ho letti. Tutto quel che so è che da quelle parti la smania per il denaro, l’ambizione, la lussuria, vengono scoraggiate o guardate dall’altro in basso. È come se le cose che definiscono e danno uno scopo a tante società non contassero. Il Midwest è anestetizzato all’ambizione, il muovi il culo e fai tanti soldi non significa niente. In qualche modo mi ha inibita, e fa sì che tante persone non emergano; se vuoi spiccare in mezzo alla folla vieni deriso, ti ricordano che non hai niente di speciale. Ma dall’altro lato è un concetto bellissimo, ti emancipa dalle passioni. È una specie di buddismo non consapevole. A volte mi sono detta Dio, quanto avrei voluto crescere altrove. Incontravo persone in città che avevano frequentato istituti d’arte e avuto accesso alla cultura sin da ragazzini. Ed ero gelosa. Mi dicevo: avresti potuto andare più veloce, essere più avanti, se avessi conosciuto certe cose prima. Ma dall’altro lato penso davvero che crescere nel vuoto mi abbia formata. Da ragazzi, dovevamo dare significato a tutto, perché niente lo aveva. Eravamo costretti a pensare che le cose fossero importanti. E siamo arrivati all’arte in maniera naturale e quasi intrinseca: non conoscevamo pittori, non conoscevamo poeti, e lo siamo diventati. Le demo, i primi dischi, l’intimità, l’invisibilità. Sei libero perché nessuno ti sta guardando. Lo stai facendo solo per te. Chi è che può dire lo stesso? Crescere lì mi ha fatto bene. Perché tutto quel che ho fatto, l’ho fatto per me. Non c’era nessuna speranza. Nessuno diventa famoso. Capisci cosa dico?

Sono cresciuta in un paese di neanche mille abitanti. Quando mi sono trasferita in città, vedevo questi che sapevano cose, avevano masticato cose, e penso mi abbia salvato. Non essere così consapevole. Non sapere tutto, a quell’età. Vivere nel vuoto significa ordinare libri per posta che ci mettono mesi ad arrivare. Il vuoto definisce la tua voce. Non ci tornerei manco se mi pagassero, ma.
(ride a lungo) Dio. E finisce che quelli ti invidiano pure perché sei cresciuta in un paesino!

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foto di Leif Shackelford

Hai intitolato una canzone Neuromancer, come il romanzo di William Gibson. Quel libro ha trent’anni ormai, e sembra present fiction.
È un bellissimo romanzo. Tutti i libri di Gibson contengono intuizioni che si sono avverate, pensa a Google Glass. Trovo impressionante la pre-scienza contenuta nel suo lavoro. Ma non voglio che la gente pensi che The Future’s Void sia un concept album sulla paranoia o sulla Rete. Il disco non ha un’idea dominante, forse il comunicato stampa era esagerato. Preferisco chiamarla “fiction speculativa” e non “science-fiction” perché se no la gente si ammoscia (ride). Neuromancer ha trent’anni, ma tanto di quel lavoro è concentrato sull’adesso. L’album non si occupa del futuro ma del presente.

Ho sentito Dead Celebrity poco prima che morisse Philip Seymour Hoffman. È stato strano. Se non condividevi qualcosa su Twitter o su Facebook, sembrava non fosse importante per te. C’è questa competizione nel rivelare vicinanza con una figura immaginaria. Happiness is real only when shared non significa niente ormai. Nothing is real if not shared.
Mi interessa questo meccanismo. In parte è anche curiosità per il modo in cui sono morte. Non faccio critica, non faccio moralismo. La mia frase preferita del disco è “we just wanted something timeless in this world so full of speed”. Ci sono eventi che ti fanno sentire così, eventi epici. Il problema non sono quelli che cliccano e sono morbosi e ossessionati, perché lo faccio anche io. La canzone è più una ricognizione del reale. Oggi siamo questo. Oggi facciamo questo.

Hai registrato entrambi i dischi in casa. Preferisci lavorare da sola?
Lavoro alle mie cose con Leif Shackelford (che produce il disco e la accompagna in tour, ndr). Mi piace avere uno studio a disposizione: scrivo, scendo le scale e registro. Dead Celebrity, il primo pezzo che ho scritto per l’album, è venuta fuori in una sessione sola. Ho suonato, cantato e fine. Se non avessi potuto registrare in casa, l’avrei persa, avrei perso gran parte delle idee che contiene. Non mi piace ripercorrere o rifare le canzoni, non importa se non sono perfette. Non riesco a reinterpretare un’emozione, devo inciderla sul momento. Questo è più importante che lavorare sui tempi o sul suono per me. Voglio solo quella sensazione, fermarla.

Questa intervista è tua: vuoi dire qualcosa che non è ancora venuto fuori?
Sì. The Future’s Void lo abbiamo registrato noi, ma lo abbiamo mixato in Italia. In questo Hate Studio a Rosà (provincia di Vicenza, ndr). Non ne ho parlato con nessuno fino adesso. Ero bloccata, il disco era quasi finito ma ci serviva un editor. Christa, la proprietaria della label che ha pubblicato il mio primo disco e adesso mi aiuta a tenere insieme i pezzi, non sa niente di missaggio e di suoni, ma dà sempre consigli utili. Vive a Berlino e venire da noi le costava, così mi ha detto “perché non vai col mio ragazzo in Italia, c’è uno studio in cui potresti lavorare“. Così sono finita in questo studio affacciato sulla strada in mezzo al nulla a lavorare con Maurizio “Iccio” Baggio. Ci sono stata due volte, ed è capitato così, per amici di amici. Mi piace fare le cose in famiglia. Forse per la collocazione geografica dello studio, “Iccio” si trova a lavorare su progetti diversissimi. A volte gli capita una cover band degli AC/DC che deve suonare esattamente come gli AC/DC per spedire materiale nei pub e farsi ingaggiare, oppure roba sperimentale, oppure spunta un rapper. Sono brava con ProTools, ma non sono una mixer professionista come lui. Penso non abbia mai incontrato una donna, diciamo pure musicisti in generale, che sappiano usare ProTools come me! Ma ci siamo messi seduti vicini e abbiamo comunicato a un livello abbastanza alto. È stato divertente. Quando finivamo, mangiavamo pizza e mi faceva vedere i video dei Pitura Freska.

I Pitura Freska. Non ci credo.
È stato divertentissimo! Sì, loro. E quello, Jovanotti.

È andato al SXSW l’anno scorso. È tipo l’artista più internazionale che abbiamo.
Ma non mi dire. Però i Pitura Freska mi hanno divertita un sacco, li cantavamo in coro.

C’è qualche canzone che a questa età e a questo punto fai fatica a cantare?
Fammi pensare. No. Vorrei andare addirittura indietro e ripescare i miei pezzi preferiti, voglio rifare Heaven dei Gowns (la band noise-folk formata all’epoca con l’ex ragazzo Ezra Buchla. Gowns, eravate bellissimi. Ci mancate, ndr).

In genere i cantanti a cui lo chiedo dicono cose davvero cattive su brani del loro passato. Come se fossero tatuaggi che si sono fatti da sbronzi, o qualcosa del genere.
Credo che se avessi avuto una hit di enorme successo mi sentirei allo stesso modo. Sono sconosciuta abbastanza da non dovermene preoccupare.

Quale pensi sia il tuo pezzo più popolare?
Quasi tutti conoscono California. Ma Marked è quella in cui forse si rispecchiano di più.  Piace a tanti adolescenti omosessuali, soprattutto ai maschi. Poi amano anche Cherylee dei Gowns. Il che mi fa pensare che dovrei scrivere più pezzi viscerali di quel tipo. Più sentiti. Ma è difficile. Quando ho scritto Marked ho pensato: non posso pubblicarla. È una tortura. Quando scrivi un pezzo vero… vero come 3Jane, non esiste preparazione che tenga, le canzoni nascono fatte, complete. Se provi a ricavarle, fallisci. Puoi vivere solo un determinato numero di episodi così nella vita… un disco non può suonare tutto come 3Jane.

L’ultima volta che ti ho vista dal vivo suonavi con tua sorella alla batteria.
Era lei. Non ci sarà stavolta. Quando siamo andati in tour la prima volta, ho cercato di conservare uno spirito punk, ma non so se ho fatto la cosa giusta. Ero abituata a suonare in dei buchi, in posti sotterranei, in cui l’acustica fa schifo e il punto non è la musica. Il punto è lo spirito, l’energia. Non so se ho fatto bene a coinvolgere mia sorella. Adesso suono ancora con amici, ma è tutto un più preciso. Due anni fa me ne fregavo del suono pulito, volevo solo distruzione. Adesso mi dico: ci provo, ci provo a suonarla bene.

Mi metti malinconia. Mi piaceva come suonavi.
Perché ti metto malinconia?

Niente, è che ti ho visto due volte, e non ci sono tante artiste che fanno così. Ci sono queste performer perfette che fanno tutto quel che devono, il suono e il formato sono impeccabili. Ma non riesci a stabilire intimità con loro. Mi mancherà. 
Lo so. Mette malinconia anche a me. Ma non suonerò mai benissimo come devo. Farò sempre le cose in maniera un po’ caotica. È sempre stata la cosa più importante della mia vita. Quel disordine. Solo che poi arrivava qualcuno a dirmi, non esplicitamente, ma il senso è quello: non sei abbastanza brava dal vivo, stai mandando tutto a puttane. Ci sono stati concerti disastrosi. Ma è quel che succede no, quando ti assumi un rischio? A volte fallisci. Ci sono serate in cui rischi tutto, musicalmente, emotivamente, ma lo accetti. Nessuno vuole scendere dal palco con la consapevolezza di aver fatto schifo. Vediamo cosa succede. Ci sto solo provando. Una canzone pop? Proviamo. Un concerto preciso? Proviamo. Ma sono ancora riottosa. Io non cambio.

DAL VIVO

25 Maggio – Padova, Macello

26 Maggio – Roma, Circolo degli Artisti

27 Maggio – Marina di Ravenna, Hana Bi

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