Esben And The Witch

Dall'alba al tramonto

Gli Esben And The Witch sono appena passati dall'Italia per presentare dal vivo il secondo album Wash The Sins Not Only The Face. Un album dalle canzoni affascinanti, oltre che intrigante in virtù di un immaginario che assimila influssi gotici e romantici, architettura e letteratura. Come in un ipotetico calderone delle streghe.
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Quando risponde al cellulare Rachel Davies, che condivide il progetto assieme a Thomas Fisher e Daniel Copeman, è senz’altro fuori, all’aperto, perché percepiamo il suono del vento tra le fronde degli alberi, di uccellini che cinguettano. La frontwoman del trio inglese è cordialissima, ironica e parecchio loquace, a smentire vari luoghi comuni. Il primo: chi fa musica perlopiù cupa è di riflesso una persona cupa. Il secondo: durante le interviste i giovani hanno mediamente meno da esprimere rispetto ai veterani. Che gli input siano tanti è del resto preannunciato dalla pagina tumblr della band, dove tra gli altri sfilano immagini e filmati di PJ Harvey e Marina Abramović, Twin Peaks, Suspiria, Shining, Blade Runner e Black Swan, così come copertine di libri e dipinti, chiese e atipiche costruzioni, corsi d’acqua e cicli lunari.

 

Wash The Sins Not Only The Face suona maggiormente concreto, parecchio differente rispetto al più algido Violet Cries del 2011. Qual è la tua opinione?

Il nuovo lavoro è molto diverso se paragonato al primo. Volevamo ottenere un album più caldo, più coeso. Ci siamo dedicati alla scrittura con attenzione all’insieme, mentre con Violet Cries avevamo messo insieme dei pezzi per ottenere un disco. Siamo partiti dal nulla, per creare una musica che preservasse elementi cupi e oppressivi ma fosse bilanciata con momenti un po’ più luminosi, ottimisti. C’è stata una notevole sterzata, forse anche perché abbiamo raggiunto più sicurezza avendo suonato parecchio dal vivo, quindi eravamo pronti per essere più aperti.

 

Dato che nel nuovo album ci sono forti melodie ma al contempo passaggi di grande suggestione, che rapporto c’è tra forma-canzone e digressioni strumentali? 

Mmm, abbiamo composto prima la musica e successivamente ho impiegato molto tempo per redigere i testi, affinché le parti suonate si accordassero con la melodia della mia voce. Nel complesso, però, penso che stavolta prevalga la melodia.

 

Ci vuole comunque attenzione per assimilare bene la vostra musica, per riuscire a perdercisi dentro. 

I miei dischi preferiti sono proprio quelli che richiedono un po’ di tempo per catturare l’ascoltatore, cosicché via via si possano notare vari elementi e lasciarsi prendere emotivamente. La nostra musica a volte è proprio così, quindi il mondo che cerchiamo di creare necessita di concentrazione per essere penetrato appieno. In ogni caso, spero che Wash The Sins Not Only The Face sia più accessibile.

 

Dalla line up a tre alle scelte sonore, effettuate con il solo impiego di chitarre elettriche, basso, sintetizzatori e batteria, sembra che per voi il minimalismo sia abbastanza importante. 

Sì, stavolta abbiamo cercato di porci dei limiti sonori che funzionassero, di avere un maggior controllo del nostro sound e degli ingredienti, come le programmazioni elettroniche. L’effetto è senz’altro minimale, ma arrivarci è stato una sfida difficile perché spesso si tende a provare tutte le idee che vengono in mente (ride, NdR).

 

In virtù del vostro immaginario, qual è il legame reale con le celebri band gotiche del passato e con i tanti coevi che stanno riutilizzando una simile estetica? 

È divertente perché, a differenza di molti, non siamo cresciuti ascoltando le band gotiche degli anni 80, come per esempio Siouxsie & The Banshees. Certo, amiamo tutti un’istituzione come i Joy Division, che erano eccitanti perché istintivi. La scena goth, però, non ha mai influenzato nessuno di noi tre, forse perché non volevamo creare musica goth, quindi certe connessioni le apprendiamo adesso. Il nostro immaginario è per certi versi ispirato maggiormente al gotico rintracciabile in lettura oppure in architettura, mentre nella musica riconosco influssi romantici, anche nell’uso della voce. Essere etichettati come band gotica è d’altronde facile, e in passato probabilmente lo era ancora di più.

 

Forse il parallelo è alimentato anche dai video, spesso macabri o disturbanti…

Yeah (ride, NdR). Tutto ciò che facciamo deriva da idee che troviamo intriganti ed evocative. Non ci sono solo elementi necessariamente cupi, ma anche di bellezza e ironia. Anche se la gente può essere portata a pensarlo, non ci feriamo e facciamo del male come nel vecchio clip di Marching Song.

 

Perché avete scelto il nome Esben And The Witch, tratto da una fiaba danese? 

Lo hanno scelto Thomas e Daniel, prima che mi aggiungessi a loro. Ne stavano cercando uno e si sono imbattuti nella storia di Esben And The Witch. Amo il fatto che è una fiaba, per quanto avvincente, basata su un sottotesto di forte moralità. Il personaggio di Esben è umile, intelligente e coraggioso. L’immaginario, invece, è abbastanza surreale e onirico, anche negli aspetti naturalistici. È proprio quest’ultimo, con tutte le sue sensazioni, che ci suggestiona e funge da modello per le storie moderne. Trippy, amazing.

 

La stregoneria, per giunta, parrebbe essere tornata di moda nell’indie rock. Penso ad artisti tenebrosi come Chelsea Wolfe o alla copertina del recente, nuovo album della Unknown Mortal Orchestra, che ne ritrae la teorica Janet Farrar.

Non avremmo mai ipotizzato che il nome potesse determinare la percezione della nostra musica, benché sia abbastanza dark. La strega fa pensare subito alla stregoneria, ma non è un argomento sul quale siamo particolarmente preparati. Senz’altro è un argomento intrigante, che ha a che fare con la mitologia. Intrigante, appunto, ma…

 

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…ma non è che ogni giorno siete impegnati in rituali sabba.

No, no! Non li ho mai fatti (scoppia a ridere, NdR).

 

A proposito di citazioni, il titolo Wash The Sins Not Only The Face è ripreso da un’incisione palindroma di origine greca, situata nella chiesa di Santa Sofia, a Istanbul.

Stavamo viaggiando in America e avevamo del tempo libero, per cui abbiamo iniziato a pensare al titolo del disco, che sarebbe stato un lavoro di esplorazione. Discutevamo di immagini allo specchio, della dualità. Abbiamo fatto delle ricerche, come avviene spesso, e mi sono imbattuta in questo palindromo greco, conosciuto nella sua forma originale sull’acquasantiera della chiesa. Ho trovato che avesse un ampio significato, aperto alle interpretazioni. Mi è sembrato suonasse alla perfezione e mi piace ciò che presenta molteplici livelli di senso.

 

Ecco, l’architettura torna anche in Smashed To Pieces In The Still Of The Night, intitolata citando la frase dell’artista americano Lawrence Weiner, scolpita sul soffitto dell’acquario di Vienna. 

Siamo molto fortunati a poter viaggiare e trascorrere del tempo sul furgone, dove pensiamo a ciò che abbiamo appena visto, come è avvenuto con il bell’acquario di Vienna. Quando la canzone è stata scritta, sapevo già che sarebbe stata l’ultima dell’album perché produce un grande finale. Come sapevo, del resto, che Iceland Spar sarebbe stata la prima. Sapevo, insomma, come sarei arrivata dalla prima all’ultima traccia.

 

Non è un caso che la prima traccia in scaletta sia la più luminosa e l’ultima la più cupa, che ascoltando il disco si abbia la sensazione di un viaggio dalla luce al buio. Un viaggio abbastanza insolito, ne converrai, perché abitualmente si procede al contrario, anche per simbolizzare un minimo di speranza… 

Yeah (ride di gusto, NdR). Il disco è un confronto, una specie di battaglia, quindi il viaggio si avvia e conclude attraversando varie fasi. Procedere dal buio alla luce è forse più facile. La speranza e la luce per noi sono importanti, beninteso, ma la componente più dark ed heavy prevale tuttora, forse perché è tipica della musica che ci piace ascoltare. Senza starcene a preoccupare eccessivamente, abbiamo soltanto provato a equilibrare ingredienti luminosi e cupi.

 

Per i testi hai dichiarato di esserti ispirata a vari scrittori. 

Sono una grande ammiratrice di Sylvia Plath e della poesia in generale, che non debba per forza essere legata soltanto all’immaginario gotico. Quando scrivevamo il disco e pensavamo ai suoi argomenti, stavo leggendo Vladimir Nabokov, che in fondo ha molto senso dell’umorismo (il singolo Despair si intitola proprio come il romanzo dello scrittore russo, risalente al 1934, NdR). Sebbene si tratti di due autori molto complessi, c’è del cuore in ciò che scrivono ed evocano. Specialmente la Plath, che è provocante e sensuale quando si riferisce al corpo o alla natura. È impossibile non essere influenzati da ciò che ci circonda, compreso ovviamente ciò che si legge. A maggior ragione quando si tratta di grandi scrittori, situati nello stesso tempio.

 

Un’ultima curiosità: The Fall Of Glorieta Mountain riguarda la leggenda dell’omonimo meteorite?

The Fall Of Glorieta Mountain è forse il brano preferito da ciascuno di noi tre, o comunque sia è un brano davvero speciale. Quando preparavamo l’album, abbiamo trascorso come ti accennavo parecchio tempo guidando. Dalla macchina guardavamo il deserto che si estendeva, senza altre auto intorno, soltanto con un cielo immenso e le stelle a fare da cornice. Ritrovarsi coinvolti in un tale scenario è quasi umiliante perché ti fa sentire insignificante. Gloretia Mountain è un meteorite che secondo la leggenda è stato rinvenuto nel Nuovo Messico, dove appunto ci trovavamo. L’immagine di una stella, di una luce che cade dal cielo era appropriata, bellissima.

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