Father Murphy

La lunga marcia

Il prossimo 17 marzo la peregrinazione di Father Murphy, personaggio leggendario e progetto musicale di Federico Zanatta e Chiara Lee, giungerà alla sua quinta tappa di studio. In contemporanea con la partenza del tour, abbiamo chiacchierato a lungo.
Father Murphy
La lunga marcia: il tour e il nuovo album

Il duo veneto torna con una nuova visione in note: Croce, un concept album noise-pop-dark-psych-industrial-cabaret. I paladini della New Italian Occult Psichedelia, per cui è impazzito Michael Gira degli Swans, si apprestano ad affrontare un tour mastodontico che li porterà a suonare, oltre che in Europa, anche negli Stati Uniti. Recensione sul numero di marzo del Mucchio. Intanto, questa l’intervista a Federico Zanatta tra catarsi, catechismo, Burroughs e i suoi gatti, Kurt Cobain benzinaio a Maui ed eserciti di angeli in marcia.

Ho letto da qualche parte che prima di prendere in braccio la chitarra avevi pensato di farti prete. Mi chiedevo cosa resta adesso di quella parte della tua vita.
Sono cresciuto come cristiano cattolico. Quando ero piccolo frequentavo molto la parrocchia, non solo la messa ma anche varie attività. Il prete cercava di capire quali tra i ragazzi potessero essere papabili come “successori”, diciamo, cercava di capire se ci fossero doti nascoste e io ero molto interessato a leggere. Per fortuna i miei genitori sono stati i primi a dirmi “ci penserai quando sarai più grande”. Alle medie poi sono entrato subito in contrasto e la cosa si è arenata, chiuso il capitolo.

Croce vuole parlare appunto di crocifissione: dove avete trovato l’ispirazione?
Il disco si collega al discorso che stiamo portando avanti con Father Murphy fin dall’inizio, cioè tracciare il percorso di un personaggio di cui descriviamo le gesta. Ogni nostra uscita coincide con un nuovo passaggio che lui si appresta a compiere. La nostra precedente uscita, Pain Is On Our Side Now, era un ep sul fallimento. L’album Croce si divide in due parti, la prima è sul sacrificio, la seconda è sulla beatitudine ovvero quello che consegue quando accetti il sacrificio e grazie a quello arrivi a una serie di situazioni positive. Per Father Murphy potrebbe essere il raggiungimento di un’altra forma di consapevolezza.

Ho infatti avuto l’impressione che l’unico modo per capire e apprezzare il disco sia ascoltare tutte le tracce una dopo l’altra, come se si trattasse di uno spettacolo teatrale o di una performance. Così facendo la grande sofferenza della prima parte sfocia verso il sollievo catartico della seconda. È questo quello che volevate trasmettere?
Esatto, noi diamo una guida, le canzoni sono scritte e studiate così a livello di composizione. È quello che succede, come se descrivessimo una pièce teatrale senza cercare di attingere troppo da un immaginario visivo ma rimanendo in un terreno sonoro. Nella prima parte abbiamo prediletto i toni più gravi, mentre nella seconda toni più sulle medio-alte anche se rimangono bassi. L’ultimo pezzo è quasi una marcia trionfale.

C’è una grandissima ricerca sul suono: l’album è pieno di martellate, picconate, sonorità metalliche. Mi piacerebbe sapere che strumenti avete usato, dove avete trovato questi elementi così particolari. Per esempio, cos’è quel corno in All The People Yelling Fire?
Noi continuiamo a utilizzare esclusivamente strumenti acustici, non sintetizzatori o batteria elettronica, però li filtriamo tramite effetti. Abbiamo la fortuna che questi effetti sono stati costruiti da un ragazzo che vive vicino a Treviso, si chiama Elvis e lavora con lo pseudonimo di Grey Dressed Boy, alcuni pedali li abbiamo comprati da lui. Con il suo aiuto abbiamo usato un sacco di microfoni a contatto. Microfonavamo tutto, gli strumenti, il tavolo, le aste, qualsiasi cosa. Per esempio con Elvis ho costruito un tavolo con delle corde da basso come se fosse un’arpa in orizzontale che posso suonare percuotendola. Ogni volta che la colpisco vengono messi in gioco anche svariati microfoni a contatto e il suono viene fuori in modo molto più articolato e completo. Questo ci ha dato la possibilità di creare una sorta di coro. Nonostante siamo solo in due a suonare, abbiamo lavorato per creare l’effetto di un coro. Quel pezzo che citi nella nostra testa doveva essere prodotto da un esercito di angeli in marcia. Cercavamo di ottenere un effetto terrificante ma allo stesso tempo “imperiale” per la complessità del suono stesso. Abbiamo la fortuna di lavorare con persone che sono molto aperte mentalmente. John Dieterich dei Deerhoof ha suonato le percussioni per noi in New Messico. Il suono non ci soddisfaceva quindi alla fine lui ha microfonato la grata del sistema di areazione di casa sua e l’ha percossa. Il rumore della grata fa un suono che, filtrato con un amplificatore, ci piaceva molto di più di una percussione classica. A volte subentra anche la fortuna, ma comunque abbiamo speso tantissimo tempo per cercare i suoni che potessero rispecchiare meglio quello che avevamo in mente, che potessero essere evocativi di quello che volevamo dire. Ogni volta che registriamo un disco impariamo cose nuove e riusciamo ad avere più controllo e capacità di anticipare ciò che può servirci per riprodurre un certo suono. Cerchiamo di essere aperti, non c’è mai limite, le possibilità sono tantissime.

Croce è stato registrato nel maggio 2014 ad Albuquerque, negli Stati Uniti. In passato altri vostri album hanno avuto genesi complesse, quasi per corrispondenza, tra città lontanissime tra l’America e l’Europa. Stavolta come e dove avete lavorato?
Abbiamo scritto questo disco per la maggior parte mentre eravamo in tour. L’anno scorso siamo partiti a gennaio, avevamo già un’idea, una bozza di massima. Abbiamo lavorato nelle pause, nei tempi morti, nei lunghi spostamenti in auto e nelle giornate libere. Mentre eravamo in giro abbiamo chiesto ad amici di farci usare le loro sale prove. Il fatto di non usare amplificatori ci semplifica il lavoro perché possiamo attaccare gli strumenti al mixer e ascoltare quello che produciamo in cuffia.  È successo spesso che ci siamo messi a comporre in camere di hotel o dove eravamo ospitati, senza disturbare o essere disturbati da altri. Ci siamo dati delle tempistiche perché John ci aveva già proposto di lavorare con lui nel 2012 e, pensando a questo disco, volevamo lui per registrarlo. Dovevamo riuscire a incastrare la registrazione dentro il tour americano che abbiamo fatto tra maggio e giugno, quindi abbiamo accelerato un po’ i tempi e siamo arrivati da lui che avevamo finito due giorni prima di scrivere i testi. Poi in realtà una volta in studio abbiamo lavorato molto con lui sulle idee e sui suoni che volevamo. Inoltre, volevamo degli archi e sapevamo che ad Albuquerque era disponibile Heather Trost degli A Hawk And A Hacksaw, così l’abbiamo chiamata e le abbiamo fatto sentire le nostre idee e lei ha registrato quello che voleva. Abbiamo trovato un ragazzo che suona la tuba e un trombettista, si è allargato il numero dei partecipanti. Da un po’ di tempo usiamo tra l’altro un preciso metodo di lavoro: registriamo e lasciamo passare un po’ di tempo, remixiamo  e quando siamo soddisfatti mandiamo tutto a Greg Saunier che chiude l’album. Lui fa il mixaggio e la masterizzazione da solo, cioè noi non sentiamo niente. Alla fine ci chiede di controllare che vada tutto bene, ma noi la consideriamo come una collaborazione fondamentale e accettiamo totalmente il suo lavoro. Ci piace come lavora e ci ha fatto spesso anche da fonico dal vivo, per cui amiamo che intervenga sul prodotto finale.

State per partire per un tour gigantesco: ho contato oltre settanta date tra febbraio e maggio, di cui trentacinque solo negli Stati Uniti. Come vi state preparando? Ci sono settimane in cui in Europa suonerete tutti i giorni, come farete?
Cercheremo di mangiare bene, dormire il più possibile. La macchina diventa la nostra casa e cerchiamo di restare focalizzati il più possibile sul suonare. È un po’ che giriamo in tante città, quindi ritroviamo amici o suoniamo con gruppi che ci piacciono tantissimo. Ci sono tanti stimoli che ti spingono a essere felice di avere un altro concerto il giorno dopo. Cerchiamo di prendere pause fisiologiche quando il tragitto è troppo lungo o dopo una serie di concerti, magari in una città dove conosciamo qualcuno o dove vogliamo visitare qualcosa. Sono quasi cinque anni che facciamo prevalentemente questo, a volte siamo stanchi ma come qualsiasi lavoratore. È quello che sappiamo fare meglio, i concerti dal vivo, per cui siamo molto entusiasti.

Si può dire che siete una band amata più all’estero che in Italia? A cosa si deve tutto questo, forse al tipo di musica che fate?
Non saprei dire, quando siamo in Italia alcuni concerti vanno meglio, altri peggio ma abbiamo sempre dei bei tour, un sacco di gente che ci segue e ci stima. All’estero dipende. Nel Regno Unito va sempre meglio, negli Stati Uniti e in Canada anche. In Germania suoniamo sempre aBerlino, Amburgo e Norimberga. Secondo me in generale in alcuni paesi c’è una mentalità più aperta nei confronti di certe sonorità. Nel senso che quello che facciamo noi viene recepito come non troppo ostico. Il nostro comunicato stampa l’ha scritto il boss di Aquarius Records di San Francisco, che lavora anche per un’etichetta metal sperimentale: per lui il nostro disco ha momenti di noise-pop quasi da cabaret. Ecco, se l’avesse scritto un giornalista medio italiano avrebbe scritto che facciamo industrial molto ostico, eccetera. Dipende dal background delle persone. Se vivi in una città in cui ogni settimana ci sono almeno duecento concerti, è più facile che venga una band super all’avanguardia che suona solo i flessibili. Noi cerchiamo sempre di andare dove c’è richiesta. A livello di passaggi radio e vendita di dischi i numeri, seppur piccoli, li vediamo tanto negli Stati Uniti quanto in Italia. Comunque sia in Italia che in America la cassiera del supermercato non sa chi siamo, perché siamo una realtà underground. Chi è appassionato di un certo tipo di musica, invece, ci conosce sia qui che lì. Suonare certamente aiuta, noi facciamo una media di 100-150 concerti l’anno quindi chi ci ha sentito si ricorda di noi. In Estonia e Lituania ci conoscono perché vi abbiamo suonato. Un altro aspetto è che i siti web musicali di riferimento sono gli stessi per tutti, quelli inglesi e quelli americani, e dopo vengono i siti nazionali. Il nome gira. La realtà italiana a volte è più arida e alcune professioni sono percepite come “hobbistiche”, come passioni personali: se da noi mi chiedono che lavoro faccio e io rispondo “musicista” subito domandano qual è il mio lavoro “vero”, in America domandano che genere fai.

È  vero che per principio non suoni mai nella tua città, Treviso?
Sì, è vero (ride, NdR). Non c’è mai stato un grande rapporto con la città. È molto carina, è la classica città italiana medievale. Ma è molto sterile, la maggior parte delle persone che avevano qualcosa da dire sono andate via per seguire i propri interessi. La città è un po’ abbandonata a se stessa. Da un certo punto di vista è un bene così non ti perdi tanto in chiacchiere e cerchi di focalizzarti su quello che vuoi fare. Noi abbiamo avuto delle esperienze qui che ci hanno fatto capire quanto non ci sia proprio interesse nei nostri confronti. Quando abbiamo provato a cercare di suonare, è stato veramente disastroso e quindi abbiamo deciso di non suonarci mai più.

In una vecchia intervista dicevi che a volte quando suoni vorresti solo spaccare tutto, ti è mai capitato di perdere il controllo?
In quell’intervista mi riferivo a quando suonavo in una cover band dei Nirvana, quando ero alle superiori, e mi capitava per imitazione di ripetere i loro gesti senza avere il coraggio di andare fino in fondo. Adesso sul palco siamo io e Chiara, uno di fronte all’altro, e mettiamo in scena una cosa talmente nostra che gli spettatori assistono come testimoni. Il perdere il controllo diventa più una cosa di introversione, cioè ci perdiamo dentro noi stessi. Ma cerchiamo di evitarlo, ci piace mantenere molta disciplina e anche mantenere chiaro il fatto che stiamo facendo una cosa dal vivo. Mettiamo in scena qualcosa e cerchiamo di restare lucidi su quello che vogliamo rappresentare. È il motivo per cui un nostro concerto può essere visto come una performance. Cerchiamo di realizzare un unicum e all’ascoltatore è richiesta molta attenzione, è richiesto di porsi nei confronti della performance-concerto come un “contenitore vuoto” pronto a essere riempito. L’idea è descrivere una determinata sensazione da far provare allo spettatore. Poi ovviamente ognuno riceve, mastica e rivive come meglio crede.

Michael Gira è un vostro grande fan: lo avete mai incontrato?
Abbiamo avuto modo di incontrarlo ai suoi concerti solistici e abbiamo suonato con gli Swans in due occasioni. L’anno scorso Gira ci ha invitato al festival che cura, il Le Guess Who? a Utrecht in Olanda.

E com’è?
È un bel tipetto. Non è che lo conosciamo bene, abbiamo scambiato solo chiacchiere professionali. È una persona molto gentile, concentrata totalmente su quello che vuole fare.  È bellissimo che si guardi sempre attorno e coinvolga diverse realtà. Per noi il suo invito, oltre alla bellezza di suonare in un festival dove c’erano band come Xiu Xiu, Baby Dee, Prurient e Wire, ci ha dato una possibilità in più. Tantissima gente, solo perché l’ha detto lui, ci dà più credito. Ci chiamano a suonare perché ci ha chiamati lui. Ci fa piacere anche che lui possa apprezzare quello che facciamo. Gli Swans adesso sono una macchina da guerra, dal vivo fanno paura. Noi siamo più affezionati ai dischi vecchi, quando c’era anche Jane Jarboe perché rappresentavano un’unione di maschile e femminile e per questo li sentivamo più vicini. Sono una delle band che continua a marciare dritto. La cosa che mi fa un po’ ridere è che adesso che sono stati riscoperti ci sono molte persone che pensano siano nati l’altro ieri, quando invece sono una band storica.

Uno dei tuoi eroi è Kurt Cobain: mi sono spesso chiesta, se fosse ancora vivo oggi, come sarebbe, cosa farebbe. Magari passerebbe da un rehab all’altro come una specie di Pete Doherty, chissà. Questa domanda la giro a te.
Se fosse ancora vivo oggi? Io me lo sono sempre immaginato a fare il benzinaio a Maui, cioè lontano da tutto a leggere libri, mangiare banane, andare in spiaggia, un po’ di pancia, tranquillo. Non mi dispiacerebbe.  A volte penso chissà cosa sarebbe successo se fosse riuscito a mollare tutto un po’ prima. Ho undici anni meno di Cobain, ma l’ho sempre sentito come un coetaneo quindi mi piace immaginarmelo sereno e felice da qualche parte. Il nome del nostro gruppo viene da un pezzo che Cobain ha scritto insieme a William Burroughs e il protagonista di questa storia, The “Priest” They Called Him, è proprio Father Murphy. Burroughs, che al tempo aveva già circa ottant’anni, quando qualcuno gli chiedeva com’era nata questa collaborazione diceva che aveva accettato perché dispiaciuto degli occhi tristi di Cobain. Burroughs è morto di morte naturale dopo aver trascorso cinquanta anni tra tutti gli eccessi possibili, però è riuscito a vedere in anticipo. È stato forte nell’isolarsi, nel trovare forza in sé e in quel che faceva. Ha lasciato New York, si è ritirato nel Kansas in tranquillità, nella sua casa circondato dai gatti. Ha continuato a scrivere.

È come un riflesso della vita che avrebbe potuto avere Cobain, intendi questo?
Burroughs lo tengo sempre presente come esempio positivo di persona forte, che non ha avuto paura a riconoscere le proprie debolezze e a fare un passo indietro. Ha cercato una situazione ovattata in cui era più protetto e magari anche più solo. Non ho idea di come possa un ragazzo giovane sopportare cose come fama, droghe, soldi. Cobain è riconoscibile da tutti, viene usato come riferimento, come simbolo, ma come lui ce ne sono tantissimi.

Foto di Sara Xiayu

 

In tour in Italia

12/02 Roma, Luchino Dal Verme

13/02 Prato, Controsenso

14/02 Napoli, Cellar Theory Live

15/02 Avellino, Godot Art Bistrot

17/02 La Spezia, Btomic

18/02 Torino, Magazzino sul Po

24/02 Milano, Macao

25/02 Rovereto, Loco’s

27/02 Ravenna, Bronson

28/02 Verona, Chiesa Santa Maria in Chiavica

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