Föllakzoid

Psychanalisi

Sedute di psicanalisi, viaggi nello spazio e rituali antichi: i Föllakzoid, di nuovo in Italia per quattro date, ci raccontano dei suoni che segnano il loro ultimo album "III" e dell'energia unica che attraversa la loro striscia di terra, il Cile.
La "psychanalisi" dei Föllakzoid
Cinque date in Italia per la band cilena

CAMBER SANDS, EAST SUSSEX, 29 NOVEMBRE 2013.

È il primo dei tre giorni di End Of An Era pt.2, ultimo della serie di festival “del villaggio” organizzati in Inghilterra da All Tomorrow’s Parties. Sono da poco passate le 21 e nel buio della sala che ospita lo stage 2 del Pontins Holiday Camp sta accadendo qualcosa di speciale. Sul palco, tre ragazzi cileni poco più che ventenni. Il loro secondo album, II – pubblicato dall’ammiraglia psycho-dark del circuito indipendente, l’ormai imprescindibile Sacred Bones – ha conquistato praticamente chiunque l’abbia ascoltato. Come per altre formazioni neo-psych dell’ultimo lustro, il riferimento subito riconoscibile è la kosmische musik, il suono dei grandi corrieri cosmici tedeschi che nei primi 70 accorciarono le distanze col futuro della popular music. Krautrock, ma sintetizzato in chiave moderna e alimentato dall’interno tramite una ritualità antica che affonda le radici nella propria terra natia piuttosto che nella Mitteleuropa.

Follakzoid-ii

Dal vivo, i Föllakzoid si rivelano un’esperienza che va oltre la formalità musicale. Il ritmo ciclico del motorik è una scia galattica che i cileni percorrono a velocità raddoppiata e anfetaminizzata dall’elettronica, ma con la naturalezza di chi sa abbandonare la dimensione terrena con profondo trasporto. Rock cosmofuturista interpretato attraverso l’eredità di cerimoniali senza tempo. Intensità che raggiunge la platea e la scaraventa in uno stato collettivo di ipnosi, generando una performance sorprendente.

 

 

ROMA, INIT CLUB, 22 MAGGIO 2014.

Il trio (sul palco sempre in formazione a quattro) stupisce ancora. L’avanguardia tedesca stavolta è solo la rampa di lancio per un live guidato dalla forza occulta tipica della musica trance. Ancora più fisico, sensoriale, definito da suoni concreti, il viaggio si avventura in angoli dello spazio bui e alterati, all’incrocio fra esoterismo e pulsazioni techno. Amici fin dai tempi della scuola, Domingo García-Huidobro (chitarra, ma anche film-maker e autore della pellicola Partir To Live, recentemente sonorizzata da Jozef van Wissem), Juan Pablo Rodríguez (voce e basso) e Diego Lorca (batteria) sono una delle espressioni del suono cosmico che negli ultimi anni è lentamente emerso dal circuito underground cileno – individuato e messo su disco dall’etichetta local Blow Your Mind.

Blow Your Mind Records

E la continua evoluzione dei live è uno dei loro tratti caratteristici. “Sul palco ci sentiamo parte di un rito collettivo costruito insieme al pubblico, la musica è un mezzo per abbandonarci a uno stato di trance. È inevitabile che i brani si trasformino sempre, perché non ne abbiamo il pieno controllo. Si tratta di scoprire ogni volta dove verremo condotti” racconta Domingo, dall’altra parte del monitor e dell’Oceano Atlantico. Trasformazione lenta e perpetua che riflette l’evoluzione degli album.

 

La differenza tra il live all’ATP e quello del tour successivo era sintomo della necessità di intraprendere una nuova direzione con il terzo disco, è così?

C’è una sorta di evoluzione dilatata che concatena i nostri dischi. Il primo, del 2009, era vario, suoni psichedelici ma anche tanti Sonic Youth. Lì c’era un unico brano dal ritmo motoriko, Sky Imput I, che veniva ripreso da 9, primo brano di II; album che si concludeva con Pulsar, un pezzo dal ritmo quasi techno, che torna con Electric, in apertura su III. Con II cominciammo a lavorare sul motorik e i suoni krautrock, ma dopo la sua pubblicazione tutti ci chiedevano delle influenze dei gruppi tedeschi anni 60/70: se fai punk ti dicono solo che fai punk, non tirano fuori i Sex Pistols; se suoni quel tipo di psichedelia, invece, scattano subito le associazioni con i gruppi della kosmische musik. Così abbiamo fatto una scelta. Neu!, Ash Ra Temple e Popul Vuh sono formazioni che amiamo, che hanno portato il concetto di trance nel rock e la cui ricerca ci ha ispirati, ma da tempo la musica che suonavamo era più ritmata e vicina a una techno minimale. L’intenzione per questo disco era eliminare l’uso di effetti psichedelici riconoscibili e costruire l’atmosfera da un punto di vista più organico, concentrandoci sui suoni. Usando glitch, impiegando uno spettro di frequenze sonore più ampie ma restando molto minimali.

Non a caso in III avete lavorato con il tedesco Uwe Schmidt, noto come Atom™, prolifico e autorevole compositore/producer a cavallo tra musica concreta, elettronica sperimentale e, appunto, minimal techno. Come è nata la collaborazione?

Mentre registravamo l’album, sono andato a un suo live a Santiago. Lì, il manager mi disse che Atom ci aveva scoperti tramite un amico di New York e gli sarebbe piaciuto lavorare a un nostro disco. È stato incredibile: oltre a essere un riferimento per noi, non sapevo vivesse a Santiago, a pochi isolati da casa mia! È stato una sorta di quarto Föllakzoid, non ha prodotto o missato III – che come i precedenti abbiamo registrato da noi, ogni brano in un’unica take – ma ha lavorato sull’atmosfera, aggiungendo la parte di synth, digitali ed analogici. Atom è un maestro della musica minimale e concreta contemporanea. Un etnografo dell’elettronica, che sa rendere vivi i suoni e orientarsi in qualsiasi giungla sonora. È stato surreale perché mi sono ritrovato seduto di fronte a lui nel suo studio, a raccontargli l’evoluzione del nostro suono e chiedergli di portarlo a un livello superiore. Discorsi astratti, personali… Sembrava una seduta dallo psichiatra.

Di cosa avete parlato?

In primo luogo degli elementi sonori che volevamo usare ed escludere. Poi della parte emotiva. Cercavamo sensazioni che avessero a che fare con oscurità e paura, ma senza essere narrative. Volevamo creare un dialogo tra paranormale ed elettronica e questo è anche il motivo per cui tra un brano e l’altro ci sono delle specie di interferenze aliene.

Follakzoid

 

A proposito di alieni, uno dei termini più suggestivi a cui viene associata la scena psichedelica cilena è “stargazing”, l’osservazione delle stelle, di cui il Cile è patria indiscussa per la sua posizione geografica favorevole. Quanto la vostra musica è influenzata dal cielo sopra il deserto di Atacama e dai riti secolari della vostra Terra? Penso ad esempio alle pratiche sciamaniche di popolazioni autoctone come gli Araucani…

Crediamo davvero che ci sia una forza legata alla nostra maggiore vicinanza alle stelle, che ha un’influenza sulle persone. Chi nasce in questa terra è come se avesse una carica particolare, c’è un’attitudine comune nel creare una profonda connessione con certi ritmi, ad abbandonarsi a qualcosa che potremmo definire trance music. Oltre a crearsi un’empatia immediata con la musica di altri gruppi sudamericani, può capitarci di suonare nuovo materiale e scoprire che si tratta di pattern di musica tradizionale di quattro secoli fa. C’è sicuramente un bagaglio comune in Sud America, un’energia che viene da molto lontano che ci accomuna tutti, sia nel presente sia in altri tempi.

Questa propensione a determinati suoni in Cile c’è sempre stata: tra anni 60 e 70 si sviluppò una scena folk/psichedelica autonoma da quella occidentale (di cui una testimonianza si può trovare nella raccolta un po’ freak Love, Peace & Poetry – Chilean Psychedelic Music del 2008) e in un certo senso vi riallacciate a quel periodo, perché durante la dittatura di Pinochet, tra ’73 e ’90, ogni forma artistica era proibita.

Rappresentiamo la prima generazione di ragazzi nati a fine anni 80 che non sono stati influenzati direttamente dalla repressione e sentiamo una connessione con il periodo a cui ti riferisci, poiché nel mezzo non c’è stato nulla. Abbiamo ripreso dove la libertà d’espressione era stata interrotta nei primi 70, quando c’era parecchia musica interessante in Cile. Ma sono convinto che, anche se fosse durata due secoli, la dittatura non avrebbe intaccato la natura e le tradizioni legate alla ritualità della nostra terra e dei suoi musicisti.

Al di là dell’aspetto ritmico, tra cerimoniale arcaico e space rock, il linguaggio dei Föllakzoid – nei titoli delle canzoni, ma soprattutto nell’attitudine sonora, con progressioni circolari libere da schemi – mi fa credere che, insieme al portato storico culturale, il ciclopico contesto naturale in cui siete nati abbia un impatto sul vostro modo di fare musica.

Non ci sono trasposizioni letterali, penso ai testi, essenziali e simbolici. È tutto legato all’evocazione di sensazioni, come se si chiedesse all’ascoltatore di dare un significato alla propria esperienza lungo le coordinate sonore che forniamo. Anche la natura dà dei segnali, ha delle manifestazioni, ma non dice cosa fare. Ogni religione e tradizione, ogni essere umano interpreta a modo proprio il suo linguaggio. Abbiamo sicuramente una profonda connessione con la natura, ci troviamo a nostro agio nel lavorare trasmettendo impressioni più astratte che rievocano la sua forza ancestrale, priva dell’intenzionalità e della razionalità umana.

Dopo tre copertine puramente cosmiche, questo artwork dorato mantiene una connessione con gli elementi dell’Universo?

In realtà l’artwork è un’allusione al Voyager Golden Record, il disco lanciato nello spazio nel 1977 e contenente suoni e immagini selezionate per portare diverse varietà di vita della Terra a un’eventuale forma di esistenza extraterrestre

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The Golden Record: messaggi dalla Terra nello spazio

Fu un esperimento perlopiù simbolico. Allo stesso modo, la scelta della copertina dorata allude a materiale che può sopravvivere nello spazio ma che è anche un elemento primario della Terra, legato all’aspetto primordiale e ritualistico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DAL VIVO

9 Dicembre, RAINDOGS HOUSE – Savona 

10 Dicembre, MONK – Roma

11 Dicembre, RAINY DAYS FESTIVAL – Avellino

12 Dicembre, BRONSON – Ravenna

 

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