Giuda

Gioco di squadra

Cosa significa essere una band italiana piuttosto famosa all’estero? Che il pubblico, ovunque tu vada, sa a memoria le canzoni, che venga riconosciuta la tua unicità nel panorama internazionale e che il Presidente della tua squadra del cuore venga a un tuo concerto.
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giudaL’appuntamento è al Big Star, a Roma. E dove, sennò? Il pub di Trastevere è il posto perfetto per parlare dei Giuda. Lontano dai lustrini di piazza Trilussa, al Big ci trovi solo facce amiche, ci senti solo ottimo r’n’r, ci bevi solo roba buona, ci trovi qualche straniero fomentato dalla situazione poco all’italiana e ci vieni a vedere le partite della AS Roma. Un contesto che ricorda parecchio “l’immaginario Giuda”, una popular culture fatta di divertimento, musica e calcio, ma con il piglio schietto e senza fronzoli della working class. Attitudine vecchia scuola che i Giuda hanno reinterpretato a modo proprio, conquistando fan di ogni nazionalità. Ora che è uscito il loro secondo disco Let’s Do It Again, ne parliamo con Lorenzo Moretti, chitarra e voce del quintetto “orgoglio dell’Urbe”.

Cominciamo dall’antefatto, ovvero i Taxi, che forse solo i romani e gli appassionati di punk made in Italy conoscono.
Tenda (l’inconfondibile frontman, NdR), Danilo e io abbiamo cominciato a suonare insieme da giovanissimi, nel ’93, e nel 1997 sono nati i Taxi, con cui abbiamo fatto parecchi album, pubblicati dall’americana Dead Beat, e tour, anche all’estero. Facevamo parte di una scena punk romana piuttosto consolidata di fine 90, che comprendeva nomi di culto come Bingo, Transex, Motorama e Sex Symbol. L’esperienza dei Taxi si è inevitabilmente conclusa con la morte di Francesco, il nostro batterista, nel 2007. Ma la voglia di fare musica era rimasta, quindi a fine 2007, per puro divertimento, siamo tornati in studio mettendo alla batteria un non batterista, Danilo – primo bassista dei Taxi e ora bassista dei Giuda. Gli ascolti negli anni erano cambiati, non ci andava più di fare punk, ed è venuto naturale suonare in maniera differente.

In maniera differente non solo rispetto ai Taxi ma anche all’attuale musica indipendente italiana e a gran parte di quella straniera. Cos’è per voi il glam rock e come si traduce nell’estetica dei Giuda?
Nel glam rock o si sta al gioco o non ci si diverte. Racey Roller è nato per gioco e quando è uscito temevamo che la gente non ci capisse, che pensasse ci prendessimo sul serio. Per noi, approccio ironico e senza pretese intellettuali, leggerezza e divertimento
corrispondono all’essenza del r’n’r. Il glam è stato un primo momento di rottura con i super gruppi dei 60, perché si tornò a suonare senza pretese. Ma si è trattato di un calderone così ampio che non c’è stata un’unica interpretazione estetica: dal trucco di T-Rex e Bowie all’approccio working class di Sweet e Slade, più vicino al nostro modo di porci. D’altra parte le nostre influenze arrivano fino al punk degli Slaughter & The Dogs e al pub rock di Dr. Feelgood e Eddie & The Hot Rods.

La storia vuole che le attenzioni nei vostri confronti siano cominciate, in particolare, grazie a un trafiletto su “Mojo”. Come è andata?
Dopo l’uscita nel 2010 di Racey Roller, uno dei momenti clou fu un concerto al Buffalo Bar di Londra nel 2011. Nel pubblico c’erano Robin Wills dei Barracudas, collezionista accanito di junk shop glam, il glam più sconosciuto e snobbato, e Phil King, bassista dei Lush e per un periodo dei Jesus And Mary Chain, tra i primi a compilare raccolte di glam minore (Boobs, NdR). Entrambi rimasero colpiti dal concerto, King addirittura raccontò che gli sembrava di rivivere il punk del ’77. Attestati di stima che giunsero alle orecchie di un giornalista di “Mojo”, che ne scrisse, facendo aumentare l’attenzione verso di noi.

Che differenze ci sono state nella creazione dei due album?
Racey Roller era più punk, Let’s Do It Again ha una vena glam più accentuata, ci sono aspetti “di genere” più marcati, a partire dalle tecniche di registrazione. Racey Roller, paradossalmente, è un album più costruito, nel quale abbiamo studiato come fare certe cose: il rullante della batteria o il clap come nei dischi degli anni 70, ad esempio, ottenuti dopo le centinaia di ascolti degli originali e con tanta sperimentazione. Per Let’s Do It Again siamo entrati in studio con le idee molto chiare, sapevamo come settare le macchine e i volumi dei clap, come regolare gli amplificatori e registrare i cori. È un album fatto in meno tempo, ma in cui abbiamo potuto osare di più a livello compositivo.

Dietro al glam punk “senza pretese intellettuali”, però, si percepisce una grande consapevolezza musicale e una cura dei particolari che va dai suoni alle copertine.
Un po’ è la mia passione maniacale per il genere, ma parecchio merito va al nostro tecnico del suono, Danilo Silvestri, con il quale escogitiamo molti accorgimenti tecnici. La registrazione in analogico, come la ricerca della strumentazione: dal vivo, ad esempio, suoniamo con amplificatori hi-fi francesi di fine anni 60, i Bouyer, che abbiamo modificato per ottenere il suono dell’epoca. La nostra musica è piena di messaggi subliminali, di riferimenti a un contesto noto ma che nessuno sa inquadrare perfettamente. Quanto alle copertine, il merito va a un nostro amico francese, Tony Crazeekid: ci siamo conosciuti perché entrambi abbiamo un blog dedicato al glam, gli dobbiamo moltissimo.

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Un aneddoto per dare la misura della maniacalità?
La chitarra in Yellow Dash. Hai presente quei brani poco amati dei Beatles, Ob La-Di, Ob-La-Da, o Yellow Submarine? Ecco, i Beatles restano il mio gruppo preferito e amo quel tipo di canzoni da pub. Yellow Dush ha la chitarra super distorta, ma in maniera innaturale, fredda, a transistor. L’intento era riprodurre la chitarra di Revolution nella versione veloce. Con Danilo l’abbiamo fatta passare in una piastra a cassette, tutta distorta e a volumi esorbitanti. Yellow Dash è la nostra Revolution.

Come spieghi il successo dei Giuda?
In parte perché non c’è stato un revival glam rock, siamo un caso isolato, in particolare in Italia dove come genere è sempre stato considerato spazzatura: Sweet e Slade all’estero comandavano le classifiche, mentre qui andava in voga il progressive e la musica colta. E poi credo che chiunque si possa appassionare ai Giuda, chi ascolta Oi! come chi preferisce r’n’r più orecchiabile.

Calcio e AS Roma sono elementi fondamentali nella vostra musica, a partire da Number 10, dedicata in tempi non sospetti “al capitano”.
Certo, l’immaginario Giuda comprende un certo tipo di calcio. Anche alcuni gruppi glam rock erano molto legati alla cultura popolare e quindi anche a questo sport. Penso a video come Give Us A Goal degli Slade o We Got The Whole World In Our Hands dei Paper Lace, che si rifanno a un tifo e a un’attitudine ultras di condivisione e divertimento. Number 10 è stato uno dei primi pezzi composti come Giuda ed è stato davvero scritto col cuore. In Let’s Do It Again c’è un altro brano legato al calcio, Get That Goal, ma abbiamo preferito non indugiare con i riferimenti alla Roma.

Riferimento inevitabile, però, giacché il presidente della AS Roma James Pallotta è vostro fan.
Sì, ha letto di noi su un quotidiano di Boston mentre eravamo in tour in America ed è venuto a sentirci dal vivo, a NY. È stato tutto il tempo sotto palco, sapeva a memoria Number 10, è stato molto alla mano e ci ha offerto un sacco di birre! Eravamo emozionatissimi. Pensa che tempo fa un nostro amico romanista l’ha incontrato a Monti (un quartiere di Roma, NdR) e Pallotta, appena ha capito che era un musicista, gli fa: “Do you know Giuda?!”.

Pubblicato sul Mucchio 713

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