Goat

La visione del sabba

In occasione degli imminenti concerti italiani, proviamo a svelare qualche segreto della misteriosa formazione svedese tornata lo scorso anno con il secondo album "Commune", dopo essere stata la rivelazione del 2012 con "World Music".
Goat
Vademecum del collettivo svedese

Vademecum dei Goat, per mezzo di intervista esclusiva con colei che si fa chiamare Goatgirl. I musicisti che si celano dietro il collettivo non rivelano, infatti, né i loro volti né tantomeno i loro nomi. Un paradosso, se si considera come la band svedese sia divenuta la parte emersa di un’esplosione che ha condotto la psichedelia ben oltre i confini del “Vecchio Impero”, attraendo a sé vecchi e nuovi cultori del (non) genere. Un magma acid rock di fusione, che è tanto difficile da descrivere quanto da eludere, trappola irresistibile di elettricità viscerale, primitiva, multicolor.  Se dovessimo individuare una parola-chiave, sarebbe “evoluzione”.

 

SPIRITO E CORPO
Dopo il programmatico World Music, che si apriva a sonorità a trecentosessanta gradi, è il turno di Commune. Il titolo si riferisce alla comunità in cui siete cresciuti a Korpilombolo oppure a una sorta di unione dello Spirito?
Il titolo deriva dal fatto che proviamo e viviamo, agiamo e pensiamo come una comune, ovunque ci troviamo. E facciamo musica come una comune. Questo è lo spirito dei Goat. Celebriamo la vita in comune e la consapevolezza che noi tutti dipendiamo l’uno dall’altro. Ogni essere umano fa parte di molti collettivi differenti e questa è una cosa che stiamo iniziando a dimenticare nella nostra parte di mondo. Al contrario, ci siamo concentrati sempre di più sull’individualità. Goat vuole rammentare che l’esistenza comunitaria è l’unico modo per vivere e che ciascuno di noi è già situato in varie forme di collettivi. Abbiamo soltanto bisogno di riprendere a riconoscerlo e valorizzarlo.

 

Commune si apre con Talk To God, introdotta dal suono di campane: cosa è per voi la spiritualità?
È davvero tutto. Serenità. Amore, affiatamento, musica. Tutto è spiritualità. È difficile da spiegare. È la sensazione di essere parte del grande nulla e la comprensione della propria insignificanza. Ma al tempo stesso la convinzione che è necessario svolgere un piccolo eppure positivo ruolo nell’evoluzione. È scegliere la propria versione di Dio da seguire e tenere d’aiuto nel viaggio attraverso la vita.

 

Questa componente mistica si abbina a un’altra molto fisica, che esplode nelle danze dei concerti. Come gestite le due polarità?
Non cerchiamo di essere né mistici né fisici, ma in ogni caso non vediamo tali elementi come opposti. Facciamo quel che per noi è naturale quando suoniamo dal vivo e ci piace combinare la nostra musica con un live show che esprima in qualche modo la nostra filosofia. E che faccia ballare le persone.

 

TRADIZIONE E PRESENTE
Definite i Goat una “tradizione musicale”, da tramandare collettivamente e connessa al luogo dal quale provenite ma anche con altre culture. Come vi tenete in contatto con la “world music”?
I Goat hanno sempre mantenuto un contatto con il mondo grazie a un bel po’ di viaggi e tuttora è così. E non vedo la nostra musica connessa soltanto ai luoghi delle nostre origini, bensì vedo la nostra origine come una raccolta di influenze di tutto ciò che ci circonda e credo che la nostra storia si stia ancora evolvendo in tal senso. Per cui siamo connessi con varie forme di tradizioni in vari modi, ma è tutto molto mescolato.

 

Come vi ponete, dunque, tra la succitata tradizione e i tempi che vivete? Non vi siete negati, per esempio, neanche alla pratica dei remix.
Viviamo adesso e non nel passato. La musica è musica e dovrebbe sempre evolversi, per cui se la gente vuol fare musica utilizzando come base le nostre canzoni è semplicemente meraviglioso. Significa che la gente è creativa. Per tutti è importante conoscere la propria storia, ricordare le proprie radici e tenerle di riferimento durante la vita, ma al contempo bisogna andare avanti. Non voglio vivere altre epoche che non siano il presente.

 

Quali sono le vibrazioni positive e quelle negative dell’espressione “world music”?
Riteniamo incredibilmente ignorante che il termine sia usato di norma come una descrizione di genere per tutta la musica non europea. Pensiamo che “world music” sia piuttosto un bell’appellativo per tutta la musica che viene creata sul pianeta Terra.

 

Negli ultimi anni parecchie band occidentali hanno guardato con interesse alla cultura e alla musica orientale: un’esigenza di aggiornarsi o una maggiore apertura mentale?
Probabilmente si tratta solo di evoluzione. Il mondo è globale e le persone sono più che mai connesse fra loro. È naturale che l’arte e la musica di diversa provenienza si influenzino l’un l’altra. Immaginate la cultura popolare tra una cinquantina d’anni…

Goat promo photo

 

IL NUOVO ALBUM
Commune suona più massiccio rispetto a World Music. Quali sono principali similarità e divergenze fra i due lavori?
I due dischi sono stati perlopiù registrati nello stesso studio, il nostro studio personale, per cui il sound è ancora quello della nostra tape machine ed è abbastanza similare. Abbiamo imparato, però, a gestire meglio lo studio, quindi abbiamo potuto sperimentare maggiormente con le sovraincisioni, il che ha reso forse il risultato più massiccio. Se si ascoltano entrambi, si può notare che hanno uno scorrimento analogo e abbiamo fatto attenzione alla sequenza delle tracce, ma quest’ultimo ha uno spettro più ampio di influenze e sonorità. Il primo, invece, è magari più spontaneo dato che non sapevamo neanche che stessimo realizzando un album. Stavolta lo sapevamo. Sono molto soddisfatta di ambedue.

 

Come lavorate ai nuovi brani? Vi immaginiamo persi in jam session, quasi in trance…
È proprio così che va principalmente, ma una canzone può anche scaturire da una frase. Non ci sono cattive modalità purché funzionino.

 

Unite il rock psichedelico dei ’70 (The Light Within è quasi punk-rock), musica tribale (Words ha un groove contagioso, Gathering Of Ancient Tribes parla da sola) ed elementi etnici (To Travel The Unknown Path o Hide From The Sun, che va verso Est): senza rifarsi a generi limitanti, possiamo affermare che amate l’elettricità vintage, il ritmo e i suoni privi di confini geografici?
Sì, immagino possiate dirlo.

 

IMMAGINARIO E IMMAGINE
Goatchild, che fa pensare a dei Doors sotto acido, e Goatslaves giocano con un immaginario che si ricollega inevitabilmente alla vostra sigla sociale: la capra è associata alla malvagità, al demonio. Come vi ponete nei confronti del lato oscuro della vita e della musica?
Oscurità e luce sono due facce della stessa medaglia. Non puoi averne una senza avere anche l’altra. Quindi abbracciamo l’oscurità e abbracciamo la luce, poiché abbracciamo la vita. La stessa cosa che facciamo in musica.

 

Come gestite il vostro anonimato? Pensate di poter mantenere il riserbo ancora a lungo?
Sì, intendiamo mantenere segrete le nostre identità finché ci esibiremo in pubblico. Per ora non sembra essere un problema.

 

E come vi spiegate il successo del vostro progetto?
Questo è davvero difficile, per me, da stabilire. Cosa pensate voi? Forse è per via dei pedali fuzz? Delle maschere? Magari della loro combinazione? Presumibilmente è soltanto questione di tempo e le persone si dimenticheranno di noi con la stessa velocità con cui irromperà qualcosa di nuovo, ah ah!

 

Dall’immaginario all’immagine: quanto è importante la scelta di costumi e maschere da indossare in pubblico?
La gente sembra credere che ci sia qualche trucco promozionale, ma non è così. Facciamo interviste solo via email, e ci facciamo le foto – poche – per conto nostro. Tutte le nostre pagine web sono gestite dalle nostre etichette discografiche. Credetemi quando dico che gli amici delle etichette possono stancarsi molto nell’avere a che fare con noi. Quindi non possiamo parlare del nostro modo di presentarsi, visto che è in realtà una battaglia per non presentarsi affatto.  Abbiamo deciso che, per mantenere l’integrità sia come gruppo sia come individui, abbiamo bisogno di essere mascherati e rimanere fuori dalla luce dei riflettori, per quanto possiamo. La scelta di vestiti e maschere spetta a colui che li indosserà. Parte del materiale è abbigliamento rituale ereditato e alcune maschere sono fatte in casa.

 

Quando vi abbiamo visto all’ATP Festival, ogni musicista pareva adottare un abbigliamento di una specifica religione o popolazione. È solo un fatto estetico o c’è un messaggio specifico?
Non indossiamo abiti specificatamente religiosi o etnici. Il bassista di solito veste con un burqa che ha ricevuto in dono da sua nonna: si sente a suo agio in esso, ma a volte la gente resta sconvolta per via del tipo di immagini che associa a quell’abito. In verità, è solo un pezzo di stoffa. Tutto dovrebbe cambiare ed evolversi. Musica, abbigliamento, religione, cultura… Niente è statico. Non dimenticatelo.

GOAT promo photo

 

RITUALI E SIMBOLI
Dal vivo siete ancora più d’effetto che su disco, con uno spettacolo policromo e gioioso, una grande celebrazione. Siccome nei Goat tutto assume un valore particolare, cosa vuol dire per voi salire sul palco?
Grazie!, sono contenta vi piaccia. Abbiamo iniziato a suonare live quando è stato pubblicato il primo album. Ci abbiamo provato, diciamo. E ci siamo divertiti. È incredibile suonare per tanta gente e vederla ballare e stare bene. È un privilegio del quale siamo grati. Per noi significa che viene scambiata un sacco di energia positiva. It feels good.

 

Quanto considerate la vostra musica qualcosa di rituale e i vostri concerti una sublimazione di una simile idea?
Il discorso rituale è stato inventato dalle etichette. Sin dall’inizio non abbiamo mai definito così i nostri show, ma ora quasi quasi ci piace. Uno spettacolo dal vivo è una sorta di rituale, pensandoci bene. Esso può davvero sollevare la tua anima, se permetti che ciò avvenga. E un concerto davvero buono può essere un’esperienza davvero religiosa. Presumo che la maggior parte delle persone l’abbia provato qualche volta.

 

Prestando da sempre cura agli artwork, perché stavolta avete optato per un triangolo (all’inverso)? Un’immagine che porta con sé vari significati…
Sì, ne ha. Il Padre, il sole e lo Spirito Santo, per esempio. È anche un simbolo di evocazione utilizzato nei rituali. Oppure può rappresentare passato, presente e futuro. O la mente, il corpo e l’anima. È un simbolo sacro, spirituale. Come avviene per la musica, anziché spiegare cosa voglia dire per noi è più interessante lasciare aperta la risposta e far sì che le persone seguano la propria interpretazione del simbolo incorporandola con le nostre canzoni.

 

Avete pubblicato da sempre varie versioni dei vostri dischi, che cambiano in package, edizione… La cura artigianale dell’oggetto serve ad assicurarne la sopravvivenza?
Questo è uno degli aspetti al qualche non prestiamo attenzione. È solo un affare delle etichette. Formati, confezioni… Non mi interessa sul serio, perché è la musica che stiamo seguendo, no? Chi se ne frega del colore del vinile? Penso sia una faccenda leggermente di moda al momento e che scomparirà abbastanza presto.

 

CONNESSIONI
A proposito di etichette, che rapporto avete con Rocket?
Ottimo! Amiamo questi ragazzi, la nostra collaborazione è molto rispettosa e rilassata.

 

Cosa pensate dei Lay Llamas? Sapere che hanno aperto alcuni vostri live, per noi italiani, è motivo d’orgoglio…
Il loro album è meraviglioso. Rocket ha chiesto se ci andasse bene muoverci con loro come supporter e ci è parsa una fantastica idea.

 

La vostra proposta è abbastanza differente da quel che sentiamo arrivare dalla Svezia o, più in generale, dal Nord Europa, dall’esterno orientato sopratutto all’elettronica o al pop… Come vi sentite guardandovi attorno?
A Göteborg ci sono un bel po’ di buone band, ce ne sono un bel po’ in giro per la Svezia. In verità ci sono sempre state delle buone rock band nel Paese. Non chiedetemi perché. Poi, certo, quel che viene passato alla radio è soprattutto pop elettronico, ma non è così ovunque?

 

Ultimamente sembrano emergere vari gruppi che mettono al centro una componente sciamanica, dagli islandesi Dead Skeletons ai tedeschi Datashock…
Non lo so. Ho visto i Dead Skeletons suonare all’Austin Psych Fest prima di noi: mi sono piaciuti, ma non ho riscontrato delle vibrazioni sciamaniche, semmai alla Velvet Underground. Mai sentito parlare dei Datashock, ma li cercherò. Fino a che le persone faranno quel che vogliono e che sentono giusto, sarò comunque felice per loro.

 

Indicaci i cinque dischi più importanti per voi.
Mmm, anche questa domanda è troppo difficile, ne indicherò semplicemente cinque che mi piacciono: Hijack, The Horns Of Jericho; Captain Beefheart, Trout Mask Replica; Guelewar, Touki Ba Banjul; George Harrison, All Things Must Pass; The Pyramids, King Of Kings.

 

IN ITALIA
6 maggio – Orion, Ciampino-Roma

7 maggio – Circolo Magnolia, Segrate-Milano

8 maggio – Bronson, Ravenna

9 Maggio – Latteria Malloy, Brescia

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