Goldie

Killing Music

Il ritorno del re della jungle e della drum and bass è a tutti gli effetti un evento. Il doppio THE JOURNEY MAN, il primo album a suo nome in uscita a giugno dal lontano 1999 di Ring Of Saturn, celebra ciò che è stato e fotografa una fisiologica crescita personale e artistica.
Goldie by Chelone Wolf

È un pezzo ormai che facciamo questo lavoro. Di musicisti ne abbiamo intervistati, boh, centinaia. Trovando persone di tutti i tipi, trovando corrispondenze totali o nulle tra la musica che si fa e il carattere che appare. L’ora spesa al telefono con Goldie, però, è stata una delle esperienze più incredibili. Era , di fronte a noi, nonostante in realtà avessimo accanto solo la sua voce, con lui in Thailandia. Era , con tutto il peso del suo personaggio. Col suo piglio. Con la sua tempra stradaiola, e uno spigoloso anelito nell’uscirne con la massima nobiltà e alterigia possibile. Non sappiamo quanto le parole trascritte riusciranno a rendere l’idea: ci vorrebbe anche la voce, il modo in cui calca le parole con la sua vocalità graffiata. È stata una chiacchierata molto bella che a un certo punto ha preso una deriva stranissima (“Ora ti racconto questo aneddoto su Pat Metheny, ma te lo tieni per te”). E che, soprattutto, era iniziata molto male.

Mi piacerebbe partire da Redemption, la traccia più lunga del tuo nuovo album The Journey Man. C’è davvero tanta, tanta roba in quel pezzo…
Quando dici “tanta roba”, cosa intendi?

Mi pare che tu abbia provato a creare una vera e propria struttura narrativa, inserendo moltissimi elementi e…
Provare? Hai detto provare? Abbiamo un problema, amico.

Mmm.
Oh, sì che abbiamo un problema.

Quale?
Non so, forse è la barriera linguistica. Forse non intendevi dire quello che hai detto.

Credo invece di sì.
Provare”? Io non provo. Io ho trentacinque anni di esperienza. Io non “provo”. Io faccio esattamente quello che ho in testa. E se non lo faccio io, lo faccio fare ad altri e, insomma, è esattamente quello che voglio che facciano. Punto. Non “provo”, io.

Goldie 2016 by Chelone Wolf (set 2)-16

Ah, ma guarda che non intendevo dire che sei andato a tentoni. Anzi, The Journey Man mi sembra proprio un disco di un artista con le idee molto chiare, che appunto non ha paura di mettersi in gioco avventurandosi in strutture molto complesse. Uno che sa bene cosa vuole, e non ha paura di volere molto.
Allora forse avevo capito male. Va bene, va bene. Sai, io ormai ho un’esperienza tale che… boh, potrei essere il nonno della mia scena musicale. Qualcosa del genere. Che poi “la mia scena musicale”: che significa? E che significa soprattutto in Europa? Ah, gli europei. Sai cosa è molto europeo? Quando qualcuno fa qualcosa di molto importante, è condannato a essere ricordato e giudicato solo per quello, o attraverso quello. Puoi anche fare altro, ma ti vedranno sempre come il monumento di te stesso – di quello che loro considerano te stesso. Nella musica elettronica, poi… soprattutto lì, maledizione. Originariamente Redemption era lunga ventuno minuti. Sai perché ho scartato la versione originale? Tu dirai “Vabbé, quella su disco dura diciotto minuti, non è che sia ‘sta gran differenza…”. Il punto è che ho scartato quella da ventun minuti perché ventun minuti è anche la durata di Timeless (l’epica traccia iniziale che apre l’album omonimo del 1995, una suite in tre parti in cui la prima è costituita da Inner City Life, probabilmente il brano jungle/drum’n’bass più famoso di tutti i tempi, NdR). L’ho scartata, sì, perché se l’avessi messa tutti avrebbero detto “Eccolo! Eccolo lì che riprova a fare Timeless!”. Invece no, cazzo. Redemption è un film. Solo che non è fiction. Parla della mia vita. È la mia vita. Racconta di come ho combattuto per tutto il fottuto tempo, e di come questo combattere a un certo punto ha preso possesso di me, era più forte di me, non lo sapevo, combattevo sempre, non capivo nemmeno più perché ma combattevo sempre. Poi, ho capito all’improvviso. Basta combattere. Basta attaccare. L’unica cosa che al massimo devi fare è difendere quello in cui credi. Ma solo questo. Quando ho raggiunto questa consapevolezza, sono cambiato radicalmente. La gente si stupiva. Quando hai ventitré anni credi di sapere tutto, non vuoi sapere ragioni. Poi capisci. Poi cresci. Ho vissuto una vera e propria redenzione: il titolo non è casuale, è perfetto, è quello. Ma poi, accidenti, fammi dire una cosa.

Vai.
Ma il cazzo di pubblico che segue l’elettronica, perché ha sempre problemi con gli album concettuali? Non ce la fanno. Non li capiscono. Non li apprezzano. Se provi a farne uno, ti guardano strano. Ti mettono ai margini. Vediamo come sarà accolto The Journey Man. La gente non deve per forza dire che è il mio disco migliore, quando lo sentirà. Ma una cosa la dovrà ammettere: è un disco di un uomo maturo. Timeless era il disco di un uomo che rabbiosamente si affacciava alla vita. The Journey Man è il disco di una persona cresciuta. Cresciuta, sì, ma che non ha per nulla dimenticato cosa provava, pensava, sentiva quando aveva vent’anni o giù di lì.

È un disco che, oltre a essere molto lungo nella durata, visto che il formato cd esce per forza di cose in doppio, è anche pieno di elementi. Ad esempio, ci sono un sacco di cambi di accordi. Per certi versi è quasi un disco jazz, per quanto il suono sia al 100 percento Goldie.
Quello che ho amato di questo album è che ho portato tutto al limite, tutto. Sono cinque anni almeno che The Journey Man ha vissuto nella mia testa. Tre anni fa mi spostavo in Thailandia, andandoci a vivere. Due anni per costruire la casa, con dentro anche lo studio. Le batterie. Le batterie del disco. Tre giorni di session senza interruzione, sai? Batterie suonate dal vivo. Accadeva tre anni fa. Ho preso le registrazioni. Le ho lasciate lì. A decantare. Come un buon vino italiano. Un anno, non le ho toccate per un anno. Poi, riprendendole, ho iniziato a costruirci i brani attorno – tra l’altro, io non costruisco mai un brano dal suo inizio, no, parto da metà, lavoro su quella, sulla sua parte centrale, è da lì che poi piano piano do forma all’inizio e alla chiusura di una traccia. Comunque: sai quanto materiale è venuto fuori? Novantasette possibili tracce. Novantasette. Da lì, scartando via via gli elementi, sono arrivato a individuarne venti su cui era giusto lavorare, approfondire, rifinire. Nel disco dovevano finirne sedici. Accidenti quanto è stato duro individuare le quattro da scartare. Mi piace comunque questa cosa che hai detto che il disco suona 100 percento Goldie, sai?

È assolutamente così.
Io ho scelto la drum’n’bass, e continuo a sceglierla perché credo sia un genere musicale che ancora non ha espresso il suo pieno potenziale artistico, non ha ancora raggiunto quello che dovrebbe raggiungere. Ma è l’elettronica che, nel suo complesso, è molto lontana da quello a cui dovrebbe tendere, da quello a cui dovrebbe arrivare. Una musica in cui la gente preme bottoni. Preme dei fottuti bottoni. Dovrebbe almeno farlo mettendoci l’anima, non il calcolo, non l’attenzione a fare la cosina giusta al momento giusto. Invece è diventata un circo, la musica elettronica, dove ognuno è attento a ripetere sempre lo stesso numero, per non deludere il pubblico. E tu giornalista spesso fai parte del circo, sai?

Goldie by Chelone Wolf (300 dpi)-2

Indubbiamente.
Tu personalmente magari no, ma forse stai per chiedermi “Come vedi lo stato della drum’n’bass attuale?”, o “Come vedi l’elettronica oggi?”, quelle domande lì. Bene, ti ho anticipato. E forse non ho dato le risposte che volevi. Io voglio scuotere la gente. Voglio che scopra la differenza tra ascoltare e sentire. Oggi tutti ascoltano, nessuno sente. Capisci quello che intendo? È come se tutti si fossero messi d’accordo per una fruizione al ribasso, superficiale, modaiola, poco esigente nei confronti degli artisti e anche di se stessi. Quello che posso fare io è mettere una cura maniacale in ciò che faccio. In ogni singolo dettaglio. Capisci perché prima me la sono presa così tanto quando ti ho sentito dire “Tu hai provato a…”? No, io non ho provato niente! Nulla è stato lasciato al caso. Prendi la traccia finale, Run Run Run. A un certo punto la voce in sottofondo canta “Katie said / Go up that hill”. C’è solo una Kate che ha scalato una hill, nella mia vita, è quella è Kate Bush. The Journey Man è anche un omaggio a lei, la sua musica mi ha cambiato la vita. Capisci insomma che ogni riferimento è pensato, voluto, soppesato. Non c’è il minimo elemento messo lì per caso, nell’album. E di elementi ne è pieno. Ma tanto, lo so, i giornalisti che mi verranno a intervistare avranno ascoltato l’album quante volte? Due, a esser buoni? Probabilmente una. Anzi, no, forse nemmeno quella, l’avranno ascoltato a metà. Ma io ti dico che questo disco va ascoltato venti, trenta volte, per coglierne appieno la ricchezza.

C’è Kate Bush, ed è un riferimento che non avevo colto, ma un elemento impossibile da non cogliere è Pat Metheny: c’è proprio una cover della sua Are You Going With Me?. Non puoi capire quanto la cosa mi abbia reso felice. Quando uscì Timeless, la prima cosa che pensai fu “Quest’uomo ama Pat Metheny”: se lo dicevo in giro, mi prendevano tutti per pazzo.
Merda se avevi ragione, invece. Ma lo sai che il suo Offramp è il mio disco preferito di tutti i tempi?

Guarda, forse anche il mio.
Ecco, lo sapevo che mi capivi, lo sentivo. Non puoi capire cosa quel disco abbia significato per me. Ti racconto una cosa che sembra non c’entri nulla, invece poi capirai che c’entra eccome. Quattro anni fa ero ad Outlook Festival, in Croazia. Becco Mad Mike di Undeground Resistance – Mad Mike di Underground Resistance, cazzo, il padre della techno migliore, questo scrivilo – ci mettiamo a parlare e mi fa “Senti, dovresti assolutamente fare cose con John Dixon, il mio tastierista nella formazione Timeline. Ora vi faccio conoscere”. Va bene, lavorerò col tuo ragazzo, ma prima fammelo conoscere. Ci incontriamo, siamo sul van che ci porta dal festival all’aeroporto, parliamo un po’, al che gli faccio ascoltare un po’ di roba su cui stavo lavorando e lui mi fa “Oh, sembra roba di Pat Metheny”. Sì, cazzo! Salta fuori che anche lui è un suo grandissimo fan, e tu sai vero quanto è difficile che un ragazzo dall’attitudine molto stradaiola in origine, come nel suo caso, sia un fan di Metheny? Esattamente come all’epoca sembrava a tutti assurdo che lo fossi io. Invece mi ricordo benissimo quando – vivevo ancora a Miami, era prima di diventare dj e musicista – passavo le notti ad ascoltare Jazz FM e all’improvviso trasmisero, senza annunciarla, Are You Going With Me?, senza annunciarla e nemmeno disannunciarla, non potevo quindi sapere cosa fosse, di chi fosse. Mi ha ucciso, quella traccia. Ogni notte mi sintonizzavo sulla radio sperando di risentirla, e ogni notte la davano. Ma senza mai dire chi fosse l’autore. Quando un giorno finalmente l’hanno detto, dopo pochi minuti mi sono fiondato in un negozio di dischi per comprare l’album che la conteneva, Offramp. Hai presente no come inizia il disco?

Che domande: certo.
Barcarole. “Che cazzo è questa roba?”, ho iniziato a urlare. Bellissima. Bellissima. Qualcosa che non avevo mai sentito prima. Qualcosa di così… emozionante, emotivo. Quel disco mi ha ucciso. E mi uccide ancora adesso. Come la musica dovrebbe sempre fare.

Pubblicato sul Mucchio n. 753

 

 

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