His Clancyness

Senza tirarsi mai indietro

In occasione di "Vicious", secondo disco di His Clancyness uscito per FatCat, chiacchieriamo con Jonathan Clancy e Jacopo Borazzo di musica, influenze e provincialismo. Perché dobbiamo cercare, tutti quanti, di alzare il livello.
His Clancyness
Non tirarsi indietro mai

La domanda di rito. Come siete finiti su FatCat?
JB
: Un modo di dirlo è che è andata di culo. Eravamo la band giusta al posto giusto, nel momento giusto. Un altro modo di dirlo è che è un po’ il coronamento di un percorso che Jonathan ha fatto in una carriera lunga ormai più di dieci anni, passati sui palchi di tutto il mondo.
JC: La pura cronaca è che abbiamo registrato l’album senza un’etichetta in mano, poi ho fatto una lista dei sogni con le etichette preferite e c’era pure FatCat. Gli ho mandato il disco ma non abbiamo ricevuto una risposta. Poi è successo che abbiamo suonato a Londra di spalla a degli amici, i Lotus Plaza, e a vederci c’era per caso uno stagista di FatCat. Qualche giorno dopo ho ricevuto una mail e da lì è iniziato tutto.

La lavorazione di Vicious ha anche portato un nuovo assetto nella band.
JB
: Il passaggio da solista a band è stato graduale. Jonathan ha iniziato a suonare con Paul Pieretto (basso), poi mi sono aggiunto io alla batteria. Ma all’inizio era davvero un’impostazione minimale. Dopo le registrazioni si è aggiunta Giulia Mazza (tastiere) e ora c’è Emanuela Drei al posto di Paul. La metamorfosi si è in un certo senso completata. Credo che sia qualcosa di paragonabile al passaggio dalla fase embrionale al feto. Ora è nato il bambino e dobbiamo ancora vederlo imparare a camminare, a parlare, e crescere ogni giorno di più.
JC: Sì. È stata una roba naturale e graduale. Ad un certo punto mi sono reso conto che preferivo che alcune parti le suonassero amici musicisti migliori di me. C’è poco da fare. A me piace la dimensione band!

Come vi siete trovati con la FatCat? In fondo si passa da fare il disco in una situazione casalinga a una situazione più, con tutte le virgolette del caso, industriale. Che differenze di metodo avete trovato?
JB
: In realtà siamo ancora abbastanza casalinghi, facciamo tutto da noi. Dalle date al guidare il furgone e caricare/scaricare. Che alla fine, quando sei in tour, è il 90 percento del “lavoro”. Poi, certo, adesso sappiamo che tutto questo magari ha un po’ di senso in più, visto che c’è qualcun altro che lavora ad altre cose. Ma se non ci fosse Jonathan a tenere le fila di tutto, credimi che FatCat o Vattelapesca, non si andrebbe da nessuna parte comunque. Un’etichetta così ti dà magari la sensazione che le cose miglioreranno sul lungo periodo e al terzo album probabilmente ne sentiremo gli effetti e sarà piacevole. Ma fino ad allora ci sarà sempre da farsi un gran culo, e noi non ci tireremo indietro.
JC: Diciamo che l’ultima cosa che percepisco è una situazione più “industriale”.

La vostra musica mi sembra essere radicata nel contemporaneo (io, ad esempio, ci ho sempre sentito parecchi Deerhunter, parecchia Arts & Crafts), ma è anche imbevuta di storia della musica (mi vengono in mente Galaxie 500, Feelies, Modern Lovers, ma pure i Television e un po’ di kraut-rock). Come agiscono le influenze nelle tue canzoni? Te lo chiedo perché ci sono molte teorie a riguardo: c’è chi dice di chiudersi in casa e non pensare più a niente, chi invece si fa sommergere di spunti anche espliciti. Mi interessa il processo di scrittura e il rapporto con le influenze.
JC
: Non ho un metodo particolare per bloccare le influenze. È vero che in studio cerco di non ascoltare molte altre musiche, soprattutto moderne, e spesso parlando con chi ci registrava ho usato qualche citazione, soprattutto di tecniche di registrazione, per ottenere un effetto o un suono particolare. Ma, insomma, poca roba. Sono abbastanza ossessionato dalla storia del rock e talmente amante di tanti generi e dischi che penso sia inevitabile che alcune cose ti entrino dentro. Posso dire che sentire citare Feelies e Galaxie 500 mi fa molto piacere!

Ah, tra l’altro, titolo e copertina sono una chiara citazione a Lou Reed!
JC
: Sicuramente ma non solo. Scrivendo mi sono accorto che molti testi avevano tematiche più feroci. Una aggressività insita che in passato non veniva tanto a galla nella mia musica. Ho collegato quello all’immaginario che sentivo per il disco: il sogno, la mia convinzione che la musica abbia bisogno di un po’ di mistero per prenderti completamente. Personalmente sentivo un retrogusto glam, forse dettato dal fatto che per la prima volta abbiamo usato molti synth. Insomma, tutte queste cose assieme. E poi ero fissato con il trovare una parola che visivamente e graficamente potesse funzionare. Forte. Che puoi scrivere sui muri. Adoro la V maiuscola e la S finale. So che sembra una cazzata, ma mi ero fissato. Una sera a Detroit ho avuto l’illuminazione e così l’album è diventato Vicious.

Per quanto riguarda invece le altre influenze, ci sono libri, film, cose particolari che ti ispirano quando cominci a lavorare alla musica?
JC
: Direi la fotografia più di qualsiasi cosa. Giulia negli ultimi anni mi ha fatto conoscere molti dei suoi fotografi preferiti e per me hanno sempre rappresentato una delle influenze principali, proprio perché dietro ad una foto la storia la puoi scrivere o immaginare tu e può essere sempre diversa. L’artwork del disco l’ha realizzato Giulia, che è anche una fotografa nella vita. Forse eravamo un po’ stufi del trend attuale di foto con filtri, eccetera, e volevamo tornare ad avere in copertina, e anche all’interno, delle “belle fotografie artistiche”. Uno dei fotografi che ha ispirato molto il disco è stato Guy Bourdin. Ho associato sin da subito alcuni testi e canzoni a delle sue foto.

Sul Mucchio abbiamo dedicato uno speciale alle band italiane che vanno all’estero. Secondo voi quali sono le differenze fondamentali del suonare oltreconfine e in Italia? Queste differenze ci sono ancora, considerando Internet e i contatti più facili da tenere?
JB:
È un discorso molto lungo, che ha a che fare con il grande provincialismo, uno dei nostri limiti più grandi. Il fatto è che l’Italia non è in grado di esportare musica in questo momento. Non è credibile. Le band citate in quello speciale, come altre nominate in altri articoli equivalenti, sono meno di zero all’estero. Come lo siamo noi, del resto. Il fatto è che “essere affermati all’estero” significa che se vai a suonare a Londra riempi il Koko. Se vai a Parigi riempi il Nouveau Casino. E a Berlino il Postbahnhof. Posti da 1500 persone in su. Significa che se compri una rivista o apri un sito straniero e cerchi il nome di quella band, lo trovi tra gli articoli e non nei trafiletti o citato per caso in un articolo che parla di tutt’altro. E di band così, in Italia, non ce ne sono. E bisogna dirlo. Bisogna dire che se una volta per caso il sito tale o la rivista tal’altra citano un gruppo, non significa affatto che il gruppo è “famoso” fuori. Andare a suonare in un pub da cinquanta persone non significa essere affermati. Significa essere disposti a farsi il culo per fare un passo in più! Che è la strada da percorrere, ed è quella che noi, come altri (penso a Movie Star Junkies, Zu, Zeus) ci stiamo sforzando di affrontare. Ma non è un traguardo. È solo un punto di partenza con ben poche speranze di successo. Bisogna crescere tutti quanti, qui. Musicisti, addetti ai lavori (la maggior parte dei quali non ha la minima idea di come fare per esportare i nostri gruppi migliori), giornalisti. Bisogna fare un bagno di umiltà, rimboccarsi le maniche, e prepararsi a un lavoro duro e umiliante perché le soddisfazioni saranno poche e le frustrazioni tantissime. Ma farlo lo stesso perché se ci sediamo sui finti allori tipo “il gruppo X ha suonato una volta per caso al festival Y in Olanda, ergo è famoso e affermato e da adesso in poi ogni volta che se ne parla si cita il fatto che si sono fatti strada fuori dai confini nazionali come titolo di merito” non andiamo da nessuna parte.
JC: Intanto premetto che stiamo parlando di band di rock indipendente, perché nell’elettronica, sì, che ci sono veramente gruppi e artisti italiani noti fuori. La vedo come Jacopo. Forse non in maniera così estrema. Nel senso che per me essere affermati vuol dire avere cento persone a tutte le date. Sembrano poche, ma non lo sono. Quando suoni a Parigi da solo e vedi centoventi persone che hanno pagato il biglietto ti vengono le lacrime. È una soddisfazione incredibile. Negli ultimi dieci anni ho notato però un netto miglioramento della percezione da fuori della musica italiana, e questo grazie a quel lavoro incessante che citava Jacopo. Mi vengono in mente band come Father Murphy, In Zaire, OvO, La Quiete, Be Forest, Soviet Soviet e mille altre. Però io stesso, che suono tanto fuori, sono veramente stufo di questa ossessione con l’estero ed essere affermati fuori che riaffiora sempre sulla stampa. L’importante è parlare di cose che meritano. Ognuno deve fare il percorso che vuole. Io, semplicemente, da quando suono ho cercato di non vedere confini. Voglio suonare a Casalecchio, a Roma, a Monaco, a Cosenza, a Lione, a Londra, a Glasgow, ad Austin, a San Francisco, a Lubiana… Mi piace portare la musica, anche attraverso mille sacrifici, in quei posti e penso di poter dire la mia, e lo dico in maniera assolutamente non arrogante. Ma penso che, se fai un gruppo e ti metti in gioco, tu debba ambire al massimo. Per fortuna tra i miei idoli musicali ci sono band in un certo senso piccole, per cui tutte le volte che ci sono anche solo cinquanta/cento persone a vederci, che hanno pagato, mi emoziono. Mi ricorderò sempre a diciassette anni un Covo strapieno con i June Of 44 e io che immaginavo: “Pensa un giorno che figata sarebbe…”.

 

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