Howe Gelb

Classico di domani

"Future Standards" è un disco costruito attorno a pianoforte, basso e batteria, in cui il fondatore dei Giant Sand riscopre swing e jazz e gioca a scrivere brani come fossero già degli standard, pronti a essere strappati dalle mani del loro autore per essere interpretati da altri artisti. Il risultato è uno dei suoi album più interessanti degli ultimi anni.
HOWE GELB
- Il classico di domani

Come è nata l’idea di registrare Future Standards?
Mi avvicino ai sessant’anni e quindi avevo voglia di sperimentare qualcosa di diverso.

Recentemente è venuto a mancare Leonard Cohen. So che per te è stata una fonte di ispirazione…
In realtà, mi sono avvicinato all’ascolto della sua musica solo negli ultimi anni. Credevo fosse più lontano dal mio spirito. Tra i cantautori canadesi, mi sentivo più vicino a Neil Young. Poi ho letto un libro su di lui e mi sono reso conto di quanto fosse profondo il suo approccio alla scrittura, dell’impegno che metteva prima di arrivare alla stesura finale di un pezzo. Questo mi ha affascinato e me l’ha fatto riscoprire e amare.

Penso che questo disco, Future Standards, per te significhi anche un approccio diverso alla musica e al pianoforte. Hai un modo diverso di interpretare le canzoni che hai scritto rispetto al precedente The Coincidentalist, non trovi?
Sì, è stata una scommessa che in un certo senso ricorda quella di ‘Sno Angel Like You. All’epoca volevo fare un disco gospel, ma non volevo che fosse necessariamente un disco religioso. Avevo paura che il mondo dell’indie rock altrimenti non l’avrebbe accettato. Invece mi sono reso conto che piaceva moltissimo anche a chi non proveniva dal gospel. Qualche anno dopo ci ho riprovato con Alegrías, questa volta aprendo alle atmosfere gitane di un chitarrista come Raimundo Amador. Oggi lo faccio di nuovo con i grandi classici, con l’idea di scrivere canzoni che siano standard di domani. C’è un luogo metaforico in cui si può ascoltare la “grande musica”, quella che mette tutti d’accordo al di là dei generi musicali.

In questa operazione di scrittura di nuovi standard, ti sei ispirato a qualche brano o autore in particolare?
Prima di chiunque altro, a Julie London. Per me era fondamentale dare importanza al modo di cantare queste canzoni. Come alcuni dei brani interpretati dalla London, le canzoni di questo disco sono dei blues ma resi più complessi dall’utilizzo di accordi e armonie diverse. Lei ha un’eleganza e una signorilità innate nel canto. Inoltre, ha la capacità di distaccarsi da quel che canta, di osservarlo dall’esterno come se lei e le canzoni che interpreta fossero due entità separate. Le grandi canzoni non sono necessariamente standard fin dalla loro nascita. Pensa a My Funny Valentine. Quando Chet Baker l’ha interpretata, ancora non aveva raggiunto lo status di standard. Ci vuole tempo e spesso qualcuno, che non sia l’autore originale, che decida di interpretarle. Per cantare le mie canzoni come se fossero standard, ho dovuto imparare a distaccarmi da esse e in qualche modo interpretarle come se non fossero mie ma fossero già brani di dominio pubblico. Poi ci sono anche altri grandi autori che potrei citare, come Cole Porter o Hoagy Carmichael.

Come hai scelto il trio di musicisti che ti accompagna nel disco? Servivano ovviamente gli esecutori giusti, per arrivare al risultato a cui miravi…
Quando ho avuto l’idea di registrare un album come questo, ho dovuto fare i conti con alcuni aspetti fondamentali. Innanzitutto, dovevo trovare la strada dentro di me per scrivere le canzoni giuste. Servivano brani con la caratura per essere definiti standard. Non mi addentrerò a raccontarti i dettagli per filo e per segno, finirei per annoiarti, non voglio dilungarmi troppo sulla “scienza delle canzoni”! Una volta scritte, comunque, le canzoni andavano suonate. E qui si è presentato, di nuovo, il problema di suonarle come se le avesse scritte qualcun altro. Ho pensato subito che la formazione più adatta sarebbe stata una formazione ridotta. Ho chiamato quindi il bassista Thøger Lund, già mio compagno di tante avventure. Poi mi serviva una batterista che avesse lo swing dentro perché quella è la vera magia, è un magnete per chi ascolta: la scelta è caduta su Andrew Collberg. Il terzo problema era cantare quelle canzoni, che è qualcosa di ancora diverso rispetto a suonarle. Andavano cantate come se fossero sempre state lì, come avrebbe fatto appunto Julie London.

Hai fatto un grande lavoro sull’interpretazione vocale ma hai anche chiamato un’ospite come Lonna Kelley, che duetta con te in alcuni brani. In base a quello che mi hai appena raccontato, immagino che anche lei condivida il tuo spirito e che musicalmente ti sia potuto fidare di lei….
Assolutamente sì, la conosco da tanti anni e ha una voce fantastica, sono un suo fan da molto tempo. Lei ha compreso perfettamente lo spirito di questo disco. Mi sono dovuto limitare, ho dovuto cioè evitare di coinvolgerla in troppi brani perché non volevo che l’album venisse confuso con un disco di duetti. E poi va aggiunto che abita a 90 miglia da casa mia e questo le ha permesso di raggiungermi ogni volta che ce n’era bisogno, fantastico.

Ti ascolteremo dal vivo in Italia con questo progetto?
Nel 2017 spero di sì. Il vostro paese è il paradiso, specialmente ora che Berlusconi non c’è più e il suo “alter ego americano” è toccato a noi… Dopo l’elezione di Donald Trump, sinceramente spero di viaggiare per il mondo il più possibile e stare più che posso alla larga dagli Stati Uniti!

 

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