In Zaire

La danza di Abraxas

Tutto quello che avete sempre sognato ma non avete mai osato chiedere, racchiuso in uno degli album più sorprendenti del 2013. Se la psichedelia del futuro è un incrocio di influenze occidentali con la world music, dopo aver ascoltato "White Sun Black Sun" potrete ben dire di aver viaggiato nel tempo.
In Zaire
La danza di Abraxas

Nata nel 2008 dall’incontro di Alessandro De Zan (basso) e Riccardo Biondetti (percussioni) con il musicista e sperimentatore noise/elettronico Claudio Rocchetti, In Zaire è una delle formazioni più affascinanti ed “evolute” della psichedelia italiana deviata e sommersa (codificata da qualche tempo come “psichedelia occulta”). Con l’ingresso, qualche anno dopo, del chitarrista Stefano Pilia il quartetto inizia a prendere le sembianze della creatura visionaria che, a inizio 2013, ha dato alle stampe l’esordio sulla lunga distanza White Sun Black Sun. Ne abbiamo parlato con Biondetti e Rocchetti.

“In Zaire”: da dove siete partiti per la scelta di questo nome e quanto vi siete allontanati, se vi siete allontanati, da quell’“immaginario”?
RB: In Zaire fa riferimento alla terra dalla quale ci siamo mossi, una casa lontana e misteriosa, la terra di Lagba (una piccola città dell’ex Zaire e dell’attuale Congo, NdR), fatta di rituali magici, percussioni e danze estatiche. Nella sua prima incarnazione, dominata da basso e batteria, In Zaire voleva suonare come un rituale Vudun (religione indigena dell’Africa occidentale, NdR), dove il ritmo era circolare e ripetitivo e l’uso del canto e del suono erano i mezzi verso un diverso stato di coscienza e conoscenza. Nella sua seconda incarnazione – con l’apporto alchemico della chitarra di Stefano Pilia – In Zaire allarga i suoi orizzonti: il suono si astrae e si moltiplica nelle soluzioni. Il suono rituale e circolare lascia spazio a una musica dallo spettro molto più ampio, vario e intenso, e così l’immaginario della band… È il suono archeometrico, un nuovo linguaggio.

Quando avete cominciato esattamente come In Zaire e quale è stata l’evoluzione del progetto? Prima di White Sun Black Sun, la vostra è stata soprattutto un’attività live: in che modo/direzione questo “rodaggio” ha plasmato il tutto?
RB: In Zaire nasce qualche anno fa: inizia come trio, con Claudio Rocchetti, Alessandro De Zan e me. Alessandro e io suonavamo in un gruppo chiamato G.I. Joe, con cui abbiamo condiviso vari tour insieme a Claudio che si esibiva in solo. Suonare con loro in un progetto nuovo è stato un passaggio naturale. Dopo un primo disco abbiamo incontrato Stefano Pilia. Stefano suonava con Claudio in un progetto chiamato 3/4 Had Been Eliminated e i due avevano già una forte intesa musicale. Stefano si è inserito in modo naturale, ma apportando una grande ricchezza al suono. Lo abbiamo sempre ammirato come chitarrista, il suo stile è unico e averlo nella band è un grande onore. Per noi la dimensione fisica del live, la sinergia ed empatia che si sviluppa sul palco è molto importante. Tutto il processo creativo nasce dall’interazione concreta e immediata fra noi quattro, sia in studio che sul palco. Non è il songwriting il punto focale del nostro suono, quanto la comunicazione e l’improvvisazione dalla quale poi sviluppiamo le canzoni.

Come sono gli equilibri? Ovvero, chi porta cosa all’interno della band? Ognuno ha ovviamente un proprio percorso alle spalle e la varietà dell’album, seppur ben amalgamata, dà la sensazione che ci siano tante anime diverse…
RB: Le anime sono tante, è vero, il suono del gruppo riflette le passioni musicali di tutti e quattro. Quello che amiamo, ascoltiamo e interiorizziamo rinasce nel suono di In Zaire: dalla psichedelia anni 70 al metal anni 80, fino alla techno. Nel processo creativo, l’apporto di ognuno è fondamentale, ad esempio le canzoni nascono dallo spunto di uno del gruppo (un riff, un sample di Claudio o un ritmo) che poi viene rielaborato in maniera corale fino alla forma della canzone.
CR: Questa è una delle caratteristiche principali del gruppo: le particolarità di ognuno, le differenti storie e percorsi, si amalgamano. Cerchiamo di essere ricettivi e mescolare le cose, piuttosto che escludere nuove possibilità.

White Sun Black Sun è considerato da molti uno dei migliori album italiani del 2013. Fra gli aspetti più caratterizzanti ed esaltanti c’è sicuramente la ricchezza, l’abbondanza di direzioni. Kraut, noise, rock’n’roll, psichedelia, musica nera: c’è altro? E soprattutto: negli anni del less is more, aggiungere e non sottrarre quanto impegna?
RB: Quando parli di kraut, noise, rock and roll, psichedelia e musica nera hai azzeccato completamente quello da cui abbiamo voluto attingere nella scrittura del disco. Aggiungerei un po’ di metal e hard rock. La scrittura dei pezzi è molto naturale e la ricchezza del suono riflette proprio la varietà di ascolti e la musica che amiamo: nel disco, per esempio, c’è un omaggio a Rhythm and Sound (il duo berlinese dub-techno composto da Moritz Von Oswald e Mark Ernestus, NdR) e uno a John Carpenter, che ne sono una testimonianza diretta. Semplificare il suono non è quello che volevamo fare. White Sun Black Sun è pensato come un viaggio sonoro, un’esperienza in varie fasi.

White Sun Black Sun, un po’ come musica nera e musica bianca? Qual è, in fin dei conti, la “tradizione” da cui secondo voi l’album prende la maggior parte del suo fascino?
RB: Musica nera e bianca sono entrambe importanti… Il funk, il dub, la poliritmia africana da una parte, l’hard rock degli Hawkwind, il rock and roll dei Gun Club, il metal anni 80 degli Iron Maiden o il kraut dei Neu! dall’altra. In Zaire è la sintesi di queste tradizioni, è l’archeometra di questa musica.

Questo è un album che ha colpito soprattutto chi non ama la musica italiana as we know it: non suona immediatamente italiano, ma neanche ostico come alcune produzioni dedite a droni e sperimentazione che da qualche anno sono sempre più numerose nel nostro underground (chiedo scusa per il termine vetusto). C’è però qualcosa del Novecento italiano che salvereste e su cui vi siete formati?
CR: Sinceramente non so bene come possa suonare un disco italiano o uno internazionale. Banalmente parlerei di dischi riusciti o meno, inseriti in un contesto o fuori dal tempo. Alla fine si arriva sempre alla musica. La scena drone per esempio è ormai abbastanza ferma e noiosa, al di là di geografie o altro. Per quanto ci riguarda, un’influenza presente anche se marginale è quella di certo prog o rock italiano sotterraneo, mentre per la parte elettronica penso a personaggi come Mario Zuccheri e Luciano Cilio o a cose più accademiche, Luciano Berio su tutti. Ma l’Italia che ci influenza di più è quella fatta dalle nostre esperienze con i musicisti che ci hanno accompagnato in questi anni, in ogni angolo del Paese, e i concerti organizzati o visti. Davvero troppe persone per essere citate.

C’è una foto sulla vostra pagina Facebook, quella con lo striscione “Lo Stato uccide”, che trovo molto simbolica, non solo per il messaggio “politico”: è uno scatto molto rock, molto grezzo. Quanto sono rock gli In Zaire e quanto questa parola può, nel caso specifico, fare rima con autenticità – che potremmo contrapporre a termini come pop e avanguardia, ad esempio.
RB: Rock and Roll è quello che suoniamo. Sul palco la performance è assolutamente rock, fisica, veloce e rumorosa. Quello che amiamo fare è stare in tour, suonare in posti e nazioni diverse, condividere il palco con gruppi che ammiriamo. Fare kilomentri e ascoltare i Maiden in furgone!

Dal vostro nome al titolo dell’album, fino a quelli delle canzoni: quanto è un gioco il simbolismo e quanta corrispondenza c’è con l’idea di musica dietro a In Zaire?
RB: Come accennavo prima dietro la musica di In Zaire c’è una ricerca esoterica di connessioni e sintesi tra i vari aspetti della vita. Pianeti, note, alfabeti, segni zodiacali, numeri possono rientrare in un unico grande disegno… Siamo rimasti più influenzati dagli scritti di Alexandre Saint-Yves d’Alveydre che da un interesse verso gli astri.

La copertina da dove arriva?
RB: Stefano ha trovato l’immagine in un vecchio catalogo di iconografia sul magico e soprannaturale e il nostro grafico, il grande amico psiconauta Fred, ha lavorato al concept grafico (http://fredparkraat.wordpress.com/).

 

 

Quanto avete lavorato sul suono e quanto sulla forma? Quale dei due aspetti vi ha richiesto più labor limae?
CR: Il suono e la forma dei pezzi si sono inseguiti e intrecciati da subito. Si cambia il suono e la forma ne risente, appena un arrangiamento prende piede i suoni vengono limati o subiscono mutazioni. La musica nasce tutta sul palco, a volte letteralmente, altre è più una sovrapposizione di idee maturate sudando sopra gli strumenti, ma sempre davanti al pubblico, sempre con quella tensione che altrimenti non si può raggiungere. Poi in studio vengono ripresi, suonati, discussi. Per il prossimo disco mi piacerebbe assumere qualche rischio produttivo in più.

White Sun Black Sun è in equilibrio perfetto tra sperimentazione e accessibilità: un aspetto che ricercavate?
RB: Differentemente dal passato, volevamo confrontarci con la forma canzone. Tutto è nato dall’improvvisazione e dalla sperimentazione, ma con l’idea di esprimerci in modo più diretto e accessibile. Se ascolti i nostri precedenti lavori ti troverai ad avere a che fare con canzoni da venti minuti… Qui invece abbiamo cercato di sintetizzare il tutto in modo da rendere l’esperienza d’ascolto più efficace.

E a proposito di circolare, parlando di psichedelia: quanto sono importanti la ripetizione, il rumore e la perdita di controllo nella vostra musica?
RB: La circolarità e la ripetizione l’abbiamo imparata dalla musica africana e dalla techno… Entrambe musiche rituali. La circolarità e la ripetizione del suono sono mezzi per alterare la coscienza e portare noi e gli altri ad un livello diverso di conoscenza e ascolto. Non parlerei di perdita di controllo, piuttosto di un’altra consapevolezza e coscienza.

La metafora del viaggio è scontata nella psichedelia, ma la componente geografica – l’Africa, l’Oriente, i pianeti – e quella più strettamente visionaria mi inducono a una domanda che forse si pone più chi ascolta che chi suona: intendete l’album come viaggio interiore, oppure c’è una ricerca di espansione nello spazio, il desiderio di trasportare in luoghi diversi chi ascolta?
RB: Il viaggio dal molteplice all’uno. La danza di Abraxas!

L’attitudine, quanto conta nella vostra musica? Quanto è influenzata dal fatto che alcuni di voi vivono all’estero? È un approccio che vi arriva da qualche genere/ambiente in particolare? Penso ad esempio all’hardcore, al DIY americano. Un’altra sensazione che mi dà questo album è di profonda libertà, sotto vari aspetti. Una sensazione di consapevolezza e rispetto del passato, ma anche di rielaborazione personale e “adulta”, seppur energica, fisica, immediata. A cui si aggiunge un atteggiamento affatto autoreferenziale – che nella musica indipendente italiana non hanno solo i cantautori del “nuovissimo canzoniere” o i gruppi indie-rock, ma si intravedono anche in zone più sperimentali. Insomma, questa componente a suo modo “politica” esiste negli In Zaire?
CR: In Zaire è la congiunzione di energie che vengono da persone diverse ma con una solida base comune. Questa base, oltre che dal fattore umano, è composta dalla nostra attitudine che è figlia del DIY. Ma che non è per forza sinonimo di hardcore. Ognuno di noi, con modalità diverse, ha sempre fatto parte di un sottobosco, di questa congrega di matti che qualcuno si ostina a chiamare scena. Ma la differenza rispetto al passato forse sta proprio nella maturità, la capacità di mettere insieme le cose. Non parlerei di politica, non direttamente, a meno che affermare fortemente il proprio progetto, musicale e di vita, non sia un atto politico.

Senza farne una questione fondamentale, quanto c’entrano le droghe in questo album?
RB: Diciamo che varie esperienze lisergiche condivise tra i membri della band sono state importanti per In Zaire e la creazione del nostro suono.

“Psichedelia Occulta”, tutti ne parlano. E finalmente. Da quanto tempo è che questa scena è pronta ad esplodere? Se doveste dare dei riferimenti, quali dareste? Etichette, persone che hanno contribuito e lo fanno tutt’ora – perché stiamo pur sempre parlando di nicchia in espansione – a creare connessioni e spingere verso questa direzione?
RB: È vero che grazie a Valerio Mattioli – che scrive per XL, Blow Up e Noisey, una delle menti più fresche e attente in Italia – (e ad Antonio Ciarletta, autore dell’articolo che per primo codificò la “Psichedelia occulta” sulle pagine di Blow Up, NdR) si è iniziato a parlare di questa “scena”. Più che di una scena, si tratta di vari amici che hanno lo stesso gusto in fatto di ricerca sonora. Come gruppi citerei La Piramide di Sangue, Cannibal Movie, Heroin in Tahiti, Ottaven, Father Murphy, Jooklo nelle sue varie metamorfosi. Come etichette Boring Machines, Yerevan Tapes, No-Fi, Holiday Records… Io porto avanti da qualche tempo un’etichetta chiamata Sound of Cobra e queste sonorità sono quelle che mi hanno sempre interessato. Spero che questi gruppi riescano ad attirare sempre più attenzione mediatica dall’estero, in modo che tutto ciò non rimanga qualcosa di troppo sotterraneo o provinciale come spesso capita per la musica italiana.

Potrei sbagliarmi, ma questa direzione che in Italia è più “sommersa” all’estero è chiaramente un trend più esteso, anche più popular (dai Maserati ai Tame Impala, dai Goat ai Wooden Shjips). Secondo voi, cosa ha riportato così forte il desiderio di suonare e ascoltare musica psichedelica? Quale potrebbe essere la psichedelia del futuro?
RB. Credo che il bisogno alla base di una tendenza verso la ricerca di altre forme di coscienza, cosa di cui la psichedelia è un mezzo, nasca proprio dalla società in cui viviamo. Una sorta di reazione alla standardizzazione di gusti, modi di pensare e fruire le cose che caratterizzano gli anni in cui viviamo.
CR: Sono curioso di scoprire le prossime vie che verranno battute in questa direzione, perché non si tratta di una mera riscoperta della vecchia psichedelia: le menti si aprono in differenti direzioni e le possibilità sono praticamente infinite.

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