Jens Lekman

Canzoni della vita

Il songwriter svedese suonerà il 30 luglio al Siren festival di Vasto (CH), un'occasione per riproporre la nostra intervista a proposito dell'ultimo album "Life Will See You Now".
JENS LEKMAN - Canzoni della vita

Interagire con Lekman è un dono. Un po’ si scopre nella sua fragilità umana, un po’ ricorre all’arma gentile dell’arguzia (se non della gag). Il nuovo album, un eclettico ritorno alla miglior forma, immagina delle persone che potrebbero benissimo ritrovarsi in un’anticamera, aspettando che l’infermiera di turno le chiami per essere visitate… dalla vita. Anche la punk girl dai capelli verdi in copertina, disegnata da Klara Wiksten, attende metaforicamente che la vita cominci, temporeggiando con una sigaretta. E potrebbe essere chiunque.

Non hai pubblicato troppi album, preferendo spesso EP, singoli… Questo è appena il quarto, in circa sedici anni di carriera. Cosa vuol dire, per te, preparare un album?
Beh, gli album sono delle raccolte, come quelle fotografiche che riassumono gli anni trascorsi. Delle retrospettive, le cui tracce di solito sono state già eseguite dal vivo o edite altrove e per preservarle vengono fatte uscire nel mondo per un pugno di dollari (o di centesimi di questi giorni). Sono barattoli di formaldeide dove le canzoni, come farfalle, sono immerse a riposare per sempre nella loro bellezza. Non c’è niente di mesto perché tornano in vita nei cuori della gente. Ma per me, preparare un album, equivale a un funerale, un addio a un tempo che è stato.

Viviamo grandi cambiamenti nella fruizione della musica. Tu hai contribuito a idee alternative con il progetto Postcard, scrivendo e pubblicando un brano a settimana – e nel nuovo disco compare non a caso la splendida Postcard #17.
Amo la libertà di diffondere musica così direttamente, lo scopo di Postcards – cantare fatti avvenuti in quella stessa settimana. Mi ero ispirato a Trey Parker e Matt Stone di South Park, che scrivono gli episodi una settimana prima della trasmissione e riescono a catturare l’attualità. Al contempo mi dispiace che Internet, agli albori, abbia promesso che avrebbe preso il potere delle grandi corporazioni per darlo alle persone. Ora sembra più che mai che tutto sia controllato dalle corporazioni. Specie la musica.

Cosa volevi raggiungere con Life Will See You Now?
Artisticamente, documento sempre l’esatto momento della vita in cui mi trovo. Per cui questo è come suona essere Jens Lekman mentre sta per diventare un trentaseienne. È il disperato tentativo di far sembrare i trent’anni un’età di cui vale la pena cantare, mentre la maggioranza dei miei amici desidera essere più anziana o guarda alla sua giovinezza.

Che distanza c’è fra vita reale e canzoni?
Nessuna, sul serio. Mi dimentico quel che ho e non ho fatto. Il problema è che la musica è tutto ciò che ho, per cui quando le cose non vanno bene per essa non vanno bene per me. Ma prossimamente intendo ottenere almeno una patente di guida. Devo possedere qualche competenza in più.

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A seguire il soul di I Know What Love Isn’t, Life Will See You Now combina elettronica vicina alla disco music e le abituali sfumature rétro pop. È un disco divertito?
Non ho mai detto che il disco fosse “troppo allegro”. Se fosse strumentale, sarebbe abbastanza felice, ricco di fuochi d’artificio. Un “latin dance party album”, come definito dal mio produttore Ewan Pearson. Il precedente album era il Behaviour dei Pet Shop Boys, questo sarebbe il loro Bilingual. Ma chi mi conosce sa che amo inserire testi tristi su accordi maggiori e viceversa. Perché quando scrivi qualcosa di triste hai il potere di decidere se c’è un’uscita. È proprio come Tracey Thorn mi canta in Hotwire The Ferris Wheel: “If you’re gonna write a song about this, then please don’t make it a sad song”. Me lo disse un’amica che stavo supportando in un periodo difficile. E accompagnando una storia triste con ritmi, disco e calypso, provo a offrire una scappatoia, per danzare via dal buio.

Quali qualità deve avere una buona canzone?
Una buona canzone ha bisogno di parlare di qualcosa. Odio quando vengono messe insieme solo parole carine. Se non si è in grado di reggere un monologo per quel minimo di cinque minuti che dura un pezzo, perché lo si scrive? Non va bene nel mio raccoglitore.

Parlando proprio dei testi, come trovi l’equilibrio fra romanticismo e ironia?
Non è ironia, bensì humour. Non faccio l’occhiolino, ma sorrido parecchio. Adoro le storie che fanno ridere perché sono disarmanti e inclusive anziché esclusive. Cerco di essere talmente sincero che le persone sbagliano la sincerità per ironia.

In Dandelion Seed canti di una ragazza chiamata Lisa: è la stessa della vecchia Happy Birthday, Dear Friend Lisa?
Sì, e la stessa di Sipping On The Sweet Nectar. Lei è il mio “Major Tom”, la mia amica di più vecchia data, quella a cui ritorno – per catturare un riflesso di chi sia divenuto. Abbiamo intrapreso strade diverse, lei ha un bambino di dieci anni, nato quando uscì Night Falls Over Kortedala. Io sono nella mia prima relazione adulta, tento di farla funzionare. Ho scritto Dandelion Seed perché per me Lisa non ha mai avuto paura di nulla, non si è mai guardata alle spalle. Ma è venuto fuori che lei la vede all’opposto, cioè che ero io quello privo di timori.

Night Falls Over Kortedala è considerato il tuo capolavoro. Dieci anni dopo, valutazioni?
Quel disco mi distrusse. Non augurerei il successo al mio peggior nemico. Crea un buco nero, che ti risucchia indietro, facendoti sentire che non sarai mai più così bravo, che tutto ciò che fai è privo di valore. Ogni volta che mi dicono di apprezzare qualcosa che ho fatto nel passato, è come se mi dicessero che ero bello da giovane. Un complimento cortese che nella mia mente diventa un insulto, che significa che non scrivo più canzoni davvero buone. Forse è una conseguenza del capitalismo, che tutto e tutti abbiano un valore che necessita di essere rapportato al mercato. O forse sono troppo dannatamente sensibile.

Sei stato accostato a Morrissey, Stephen Merritt (Magnetic Fields) e Stuart Murdoch (Belle And Sebastian).
Sono tutti buoni autori, naturalmente. Al liceo, odiavo Morrissey perché mi pareva lo ascoltassero i bulli. Da una scuola di periferia, dove dovevi essere bravo a prendere gli altri a cazzotti, andai in una scuola da centro urbano per la classe media, dove dovevi avere i giusti riferimenti musicali. Fu la prima esperienza di una gerarchia culturale e mi disgustò perché era ancora un ordine di potere, solo leggermente più raffinato. Le canzoni di Stuart hanno avuto senz’altro un impatto su di me.

Di recente, quali sono i cantautori di maggior talento?
Rimango sempre colpito da ANOHNI, in HOPELESSNESS in particolare per come affronta temi politici.

Cosa significa, nel 2017, la parola “pop”?
Ho appena messo il mio laptop a testa in giù e, se la giri al contrario, la parola “pop” diventa “dod”, simile a “död”, “morto” in lingua svedese. Ma non penso che il pop sia morto. È solo una forma, come un cerchio o un rettangolo. Inoltre, proprio adesso mi va tantissimo del popcorn.

DAL VIVO
30 luglio 2017, Siren Festival – Vasto (CH)

Pubblicato sul Mucchio n. 751

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