Joan As Police Woman

Giovanna Dark

"Damned Devotion", il nuovo album di Joan Wasser in uscita il 9 febbraio, si presenta, innanzitutto, come un prezioso antidoto ai fastidi di San Valentino e fissa il suono della nostra duplicità. Tra eros e desiderio, autonomia e autorità. A marzo le date dell'artista americana in Italia.
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Fa quasi sorridere che Damned Devotion, il nuovo disco di Joan As Police Woman, esca appena prima di San Valentino (anche in edizione limitata, con un Pink Vinyl di cui possiamo solo immaginare la sobrietà). Perché ancora una volta Joan Wasser, celebre per l’amore provato e per quello cantato, offre una visione arci-complessa del rapporto erotico, fuori da ogni incubo da ricorrenza comandata. Ne dà una lettura lirica, sofferta, dove libertà, estasi e gioia si mescolano alle passioni più notturne, alle istanze più morbose – e ne ricevono un ventaglio di suoni ampio, tesissimo. È una trama dove si dispiega un impasto sonoro che si allontana dalle gioie soul e r’n’b di The Classic, da quei vortici giocondi (come dimenticare l’a cappella di gruppo del video omonimo, con Joseph Arthur a gorgheggiare bonario?), per restituirci una Joan attentissima alle sfumature ora cupe, ora dense, ora impetuose, mai di superficie.

In queste settimane Joan sta provando con la nuova band le canzoni per il tour imminente. “Mi sto divertendo, ho dei musicisti fantastici, e sono tutti bravi a cantare, più di sempre – possiamo integrarci in modo del tutto inedito per me. Adoro la dimensione live, riarrangiare le canzoni, sentire le sensazioni del pubblico“. Sarà in concerto anche in Italia – una buona abitudine sempre reiterata –, a fine marzo, per quattro date che toccheranno Milano e Venezia, Firenze e Roma. E sarà una sfida, perché il nuovo album non è immediatamente accessibile, ma cresce a ogni ascolto, si gonfia, sbuffa e torna sempre migliore. Con la consueta cura dei dettagli di produzione e registrazione, vediamo Joan tentare nuove strade, cercare pulsazioni anche inquietanti (gli alti e le preghiere di Valid Jagger), anche stordenti (l’ossessione di Tell Me, la calca sinuosa dei bassi di Steed), ma dannatamente sincere, mentre nei testi si mette a nudo “rivestendosi” di complessità.

È la conferma di un’artista che, nata dalle collaborazioni (era violinista dei Johnsons di Antony, ha commosso con i due Wainwright, ha entusiasmato John Cale), e dalle influenze dei migliori, non è mai stata debuttante. Sempre matura, sempre alla ricerca, è ormai al quinto album a sua firma, togliendo il superbo album di cover.

Io mi sento fieramente indipendente”. Inutile cercare debiti, quindi. Autonoma, volitiva, artista a tutto tondo, Joan i grandi li indossa, li inietta, “sono nel mio sangue”. E se le si chiede di stilare un’impossibile classifica tra gli artisti che ci hanno lasciato nel 2016, “l’anno in cui è morta la musica”, Joan alza le braccia. Non può rispondere: “Forse escluderei solo George Michael. Che era fantastico, ma non ha avuto un impatto sul mio percorso. Invece Bowie e Prince sono una parte enorme di me. Scorrono nel mio sangue in una maniera difficilmente immaginabile. E poi Leonard. Leonard ha vissuto tanto, mille vite, e anche lui è dentro di me”. Lo chiama sempre e solo per nome, il signor Cohen.

“The Classic era più soul, con Damned Devotion mi sono mossa su un terreno più sperimentale. A volte più melanconico. Non direi triste, ma sicuramente molto introspettivo. Ha a che fare col romanticismo”. E proprio questo fa problema. Perché se in pubblico, quando domina la scena in concerto, Joan appare sempre, per la sua innata simpatia, la sua autoironia, una figura estremamente positiva, energica, qui, come già in To Survive, il suo secondo disco, scuro e post-lutto, Joan prende in carico le conseguenze del romanticismo. E le rende musica. Emerge tutta la serena complicazione di questa donna che attraversa la vita reale come fa con l’arte, dando tutta se stessa. Ma che non conosce rimorso.

Già il titolo, Devozione dannata, è un ossimoro – a dirla tutta. In Warning Bell, il primo singolo – insieme a Wonderful, forse, il brano dove l’ascoltatore si sente musicalmente più a casa, dove riconosce, almeno nel cantato, la Joan del passato –, si leva una preghiera di una notifica per chi è così dannatamente devoto alle persone, agli stati d’animo. “Ma tutto quello che sento è musica, soffice e tenue“. Si sente quella nota melanconica di chi ha capito di esser fatta così, e di essersi accettata. “Il fatto è che sono una persona molto romantica. E il problema dell’esser romantici è che mentre vivi tutto in questo stato emotivo di ‘devozione’ ti perdi lo sguardo dall’alto, su tutta la situazione. Quest’album penso si concentri sul problema di tutte le informazioni che ti perdi quando sei in questo stato“. Perché “devozione” è una parola doppia, ha una matrice quasi religiosa, di dedizione totale a un rapporto, una dedizione che può significare anche oblio e spreco di sé, dipendenza, nella sua accezione più sporca, più dura. Eppure, quando si dipinge così, maledicendo la propria indole, il proprio trasporto per la vita, Joan continua a sorridere. Ed è vorace, famelica. Mastica suoni, divora libri. Somiglia a un’artista che come lei ha amato i folli e i visionari (finendo poi per ritirare un Nobel per delega, ma questa è un’altra storia, tenera il giusto).

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Nel febbraio del 1971, nella chiesa di St. Mark, Patti Smith dedicava uno dei suoi primi reading poetici a tutti i criminali della storia, “da Caino a Genet”. C’è un brano iper-sensuale in Damned Devotion, dal titolo Steed, che è un distillato di desiderio erotico, ed è destinato a Jean Genet. Joan Wasser è dunque la seconda musicista di stanza a New York che si professa fan dell’autore di Querelle de Brest. “Non è un caso che mi trovi in questa compagnia. Leggo molta letteratura e anch’io ho i miei autori-feticcio. E c’è stato un periodo in cui la scrittura di Genet aderiva davvero bene al mio stato d’animo. A proposito di personaggi romantici, lui è stato un personaggio sorprendente. Ha avuto una vita incredibile ed è sopravvissuto a un’esistenza veramente difficile. Per me simboleggia la libertà. E la libertà di dire ciò che vuole in ogni momento, senza temere ripercussioni, in quella subcultura dai tratti stravaganti. Lo uso come un esempio di libertà, e di libertà di espressione senza paura. Ed è in questa specie di rilettura rock del Primo Emendamento nella chiave del grande maledetto francese, nel suo riuso consapevole che si arriva a uno dei filoni sotterranei di Damned Devotion, l’uso del corpo, dei sensi, della sessualità. “So bene che Genet ha a che fare coi sensi, col sesso. Ma anche quello è libertà”.

E quindi, se di libertà bisogna parlare e cantare, certo Joan non si nasconde su ciò che accade negli Usa da un anno ormai, da quando una masnada di votanti silenziosi ha concesso che la Casa Bianca aprisse le sue porte per accogliere Donald Trump. È curioso leggere, in Warning Bell, “io tendo a fidarmi del cattivo” (il villain del grande teatro inglese), quasi autorizzasse una lettura politica. Ma Joan scuote la testa: “Quella canzone è stata scritta prima ancora che Trump corresse per la Presidenza. No, è riferita a me, davvero. Vuol dire che sono una persona che dà fiducia alle persone prima di negarla, di perderla. Non sono cinica – mi fido della loro innocenza prima che si dimostrino colpevoli. È un approccio positivo all’altro. Poi certo, se vogliamo dirla tutta, noi qui non siamo più in democrazia, questo è chiaro. Le scelte del governo non sono a beneficio del nostro popolo. Questa persona che prende decisioni a profitto dei pochi che lo circondano è lontano da tutto ciò che dovrebbe significare America. Peggio, è lontano anche dal significato di ‘umano’ e di ‘umanesimo’”.

Di fronte a tanta chiarezza, di fronte ai monumenti alla libertà tracciati nel disco e nelle parole sul disco, può sembrare ancora più singolare leggere nella title-track “I ache for authority / I brake for authority”. È uno struggimento per l’autorità che può apparire strano, fuori luogo in chi crede così fermamente nella libertà. Ma Joan spariglia le carte, ne dà una lettura sensuale, alzando la posta della sua femminilità. “Anche qui la politica non c’entra. E non è neanche una faccenda di sadomasochismo. C’entra la spontaneità. C’entra la sessualità, e la libertà di perdere il controllo, di non esser sempre al comando e di lasciarsi guidare. Di sentirsi esonerati. Ma non è un riferimento politico. Detto questo, forse c’entra. Perché anche io, come molti, aspetto con ansia l’impeachment”.

Forse c’entra. Si potrebbe dire, si è detto, si sa, che anche il sesso – il personale, il romantico – è politica. E Joan ha le idee cristalline sull’uso e il raggio amplissimo della sua libertà. Nella polvere e nelle retoriche destate dallo scandalo Weinstein e dalla campagna MeToo, nella pruderie italiana dove molti canuti coetanei di Weinstein spiegano alle vittime tutti i vantaggi dell’esser state vittime di molestie e assalti e minacce, viene spontaneo chiederle se anche nel paese che ha permesso le violenze, ma anche l’emergere della verità, l’atteggiamento di alcuni sia così ipocrita. “Anche in America c’è stata una reazione simile, indubbiamente. C’è un verso, in The Silence – “My Body my Choice” – che ho preso dalla marcia delle donne del gennaio 2017 a Washington, nel momento in cui Trump si è insediato. Quel verso, quello slogan, è seguito da “Her body, her choice”, e sono gli uomini a pronunciarla. Ecco, vorrei dire e ribadire che il femminismo fa bene a tutti, agli uomini e alle donne. La libertà delle donne non è una minaccia, ma un bene. È una minaccia per certi uomini, questo è sicuro, ma anche un bene. Tutti conoscevano prima delle elezioni le opinioni di Trump sulle donne: assenza di rispetto, molestie, aggressioni a sfondo sessuale. Tutti. Tra l’altro c’era stato lo scandalo di Bill Cosby, e altri ancora. Era chiaro che le donne in quel momento, la loro questione, stava guadagnando più ascolto. Nessuno pensava che fosse possibile che fosse eletto – questo è terribile. Eppure, davanti a questo regime di tipo fascista che sta prendendo il sopravvento, dobbiamo reagire. Dobbiamo esigere che dica la verità.

La verità su se stessi come balsamo per le democrazie sotto scacco è solo la faccia pubblica di un pensiero molto semplice, assai personale e molto antico, che Joan riproduce ancora in The silence, altro-brano manifesto, tra i più assertivi, nella musica e nel testo: “Mi dicono che attraverso le ferite passi la luce”. Qui Joan sembra citare il Leonard Cohen di Anthem (“c’è una crepa in ogni cosa. È da lì che entra la luce”): “No, la fonte è molto più antica. È Rumi, il poeta mistico duecentesco. In realtà penso che anche Leonard, come me, l’abbia preso da Rumi“. Tra le feritoie dei suoi accordi, dei suoi versi, il materialismo sonico di Joan sgorga nuovi riflessi. Finché sono ferite di libertà, le ferite sono il viatico della luce. Dannata, benedetta devozione.

 

In tour

24/03/18 Marghera (VE), Spazio Aereo
25/03/18 Firenze, Viper
27/03/18 Milano, Salumeria della Musica
28/03/18 Roma, Auditorium Parco della Musica

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 762

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