John Parish

Atteso al festival di ricerca Fabbrica Europa, a Firenze dal 4 maggio al 10 giugno, e in uscita a metà giugno su Thrill Jockey con il suo nuovo album, “Bird Dog Dante”, il musicista britannico ci racconta la sua musica, le sue visioni, i suoi sogni.
JOHN PARISH_intervista

Al fianco di PJ Harvey sin dai tempi degli Automatic Dlamini, lungo vari album, inclusi un paio addirittura cointestati, Dance Hall At Louse Point e A Woman A Man Walked By, sino al coinvolgimento nell’ultimo The Hope Six Demolition Project del 2016. Produttore e multistrumentista ai servigi di molti colleghi, inclusi Eels e Giant Sand (ma anche i nostri Cesare Basile e Nada). Autore di varie colonne sonore per il cinema (e non solo), delle quali il precedente disco Screenplay del 2013 forniva una selezionata rappresentazione: è proprio attorno a queste musiche che si concentrerà il concerto in programma domenica 6 maggio alla Stazione Leopolda di Firenze, all’interno del cartellone di Fabbrica Europa – festival di arti contemporanee da tutto il mondo alla sua 25esima edizione, in collaborazione con l’associazione culturale La Chute – in compagnia di una band formata da Jean-Marc Butty, Marta Collica (Sepiatone), Giorgia Poli (Scisma) e Jeremy Hogg.

Aspettando di assistere allo spettacolo, abbiamo contatto l’infaticabile John Parish per parlare anche del suo nuovo album da solista, il terzo propriamente detto dopo How Animals Move del 2002 e Once Upon A Little Time del 2005 (quest’ultimo a introdurre per la prima volta l’uso dei cantati). Un album, Bird Dog Dante, in uscita il 15 giugno e plausibilmente il suo migliore a oggi, che lo ribadisce gentile, lungimirante sperimentatore e songwriter prezioso.

Quando e come sei giunto alla decisione di tornare a concentrarti maggiormente sulla forma-canzone anziché su tracce del tutto strumentali? Per quanto la naturale propensione per le digressioni cinematiche resti intatta e a volte assuma persino una direzione quasi avant-ambient…
La mia idea iniziale per l’album era una suddivisione 50/50 – poiché ragiono sempre in termini di vinile, un lato di canzoni e un lato strumentale. Nel corso della composizione e della registrazione, come spesso accade, l’intenzione originale è disturbata da spunti che si sviluppano durante il processo. Ho imparato ad amare questo disturbo e a tentare e a lasciare che i dischi siano quel che vogliono essere.

Bird Dog Dante va dall’alt-rock al jazzy blues, ma spesso assume un registro folkie: sono davvero questi i territori sonori che ora come ora tu e le persone con cui lavori più assiduamente siete più interessati a solcare?
In una certa misura, tutti quelli con cui lavoro mi influenzano, così come immagino a sua volta io influenzi loro. Questo è uno dei grandi benefici delle (buone) collaborazioni. Capisco che le persone tendano a delle “etichette” quando provano a descrivere la musica, ma non penso di aver mai incontrato un musicista a suo agio con la faccenda.

Questi nuovi undici brani sarebbero stati uguali, nella scrittura e nel sound, se la lavorazione non fosse coincisa con il lungo tour di The Hope Six Demolition Project?
Beh, molte delle canzoni sono state scritte prima del tour quindi credo che nella struttura abbia avuto uno scarso effetto. Ma ovviamente io e Polly siamo amici e collaboratori da molti, molti anni ed entrambi ci affidiamo l’un l’altra, influenzandoci a vicenda. Bird Dog Dante è stato mixato e completato durante le pause del tour di The Hope Six Demolition Project, ma non vedo una connessione diretta tra il sound e il mood dei due album – a parte il fatto dell’ovvia condivisione dello stesso staff.

Hai fatto tantissime cose nella tua carriera, ma che tipo di esperienza è stata essere il direttore musicale della band di PJ Harvey durante questo ultimo tour? Si è trattato probabilmente del miglior team con cui tu abbia mai suonato?
È stata una fantastica esperienza. Si trattava di una band molto più numerosa se paragonata a quelle impiegate in precedenza da Polly e con così tanti musicisti coinvolti il ruolo del direttore musicale diviene più necessario rispetto a quando te ne esci sul palco in quattro o cinque… Ma per me il segreto è in primo luogo scegliere le persone giuste: ciascuno di loro è un grande musicista, e un grande essere umano (ricordiamo, allora, la line-up: oltre a Parish e Jean-Marc Butty, Mick Harvey, Enrico Gabrielli, Alessandro “Asso” Stefana, James Johnston, Kendrick Rowe, Terry Edwards e Alain Johannes, NdR). A fine tour nutrivamo tutti lo stesso affetto e rispetto nei confronti degli altri che avevamo in partenza. E siamo tutti enormemente orgogliosi degli show che abbiamo tenuto.

Polly era già apparsa in una canzone, Airplane Blues, in How Animals Move, ma stavolta la sua presenza è in pratica fissa e ha persino condiviso con te un duetto speciale, Sorry For Your Loss, dedicata al vostro comune amico Mark Linkous: perché avete avvertito proprio adesso l’urgenza di celebrarlo in musica?
Volevo che Polly cantasse con me Sorry For Your Loss perché abbiamo incontrato Mark nello stesso momento e lui significava molto per tutti e due. Mark ha scritto alcune canzoni belle da spezzare il cuore e le ha incise in un modo unico. Sono stato abbastanza fortunato da essere stato coinvolto in alcune di queste registrazioni (ricordiamo infatti il capolavoro It’s A Wonderful Life del 2001, al quale hanno contribuito sia John sia Polly, NdR). Ho scritto la prima bozza del testo di Sorry For Your Loss molto presto dopo che Mark è morto. Inizialmente era solo una reazione privata, ma col passare del tempo mi sono sentito in grado di condividere questa reazione. So che moltissima gente nel mondo ama già la musica di Mark – se la mia canzone introducesse qualcun altro alla sua musica sarebbe un bonus.

Foto di Michelle Henning

 

Ascolti con attenzione le voci degli altri quando assumi il ruolo del produttore, ma come ti senti quando sei direttamente al microfono?
Registrare la mia voce è molto difficile. È impossibile raggiungere qualsiasi livello di oggettività, che è piuttosto vitale quando si va a produrre qualcosa. L’unica maniera che ho trovato per farlo è incidere velocemente, senza starci troppo a pensare. Poi lasciar perdere il tutto per un po’ e riascoltarlo quando non sto pensando a come mi sentivo quando stavo cantando… A volte ciò avviene una settimana dopo… Sarebbe molto più rapido se avessi qualcuno a produrre la parti cantate… Nota a se stessi…

All’album partecipa anche Aldous Harding, per la quale hai prodotto il recente album Party, del 2017: quando lavori con qualcuno ti viene spontaneo stabilire degli scambi artistici in qualche modo reciproci e magari duraturi?
Penso che Aldous Harding sia una cantante assolutamente sensazionale e sapevo che sarebbe stata perfetta per quelle linee nella canzone Rachel. La registrazione è stata di sicuro non convenzionale… Due iPhone e un paio di cuffie nel backstage dello spettacolo televisivo di Jools Holland, ma la sua voce suona alla grande naturalmente.

Una doppia curiosità: il titolo del disco, Bird Dog Dante appunto, si riferisce in parte al poeta così come, immagino, la penultima traccia Carver’s House si riferisce allo scrittore?
Il titolo mi è sopraggiunto stranamente in sogno. Mi sono svegliato e l’ho appuntato. Quando l’ho rivisto al mattino, mi piaceva il suo suono. Non conosco nessun Dante se non il poeta italiano quindi presumo sia un riferimento a lui! E, sì, Carver’s House si riferisce a Raymond Carver. Ho preso parte a un progetto chiamato Playing Carver dove un certo numero di songwriter aveva contribuito con un paio di canzoni a testa, reinterpretando delle storie di Carver o ispirandosi alla sua scrittura. Questo pezzo al pianoforte ha una sorta di malinconia osservativa che associo a Carver.

Il tuo rapporto con l’Italia è sempre stato stretto (pensiamo persino al progetto Songs With Other Strangers, con Hugo Race e Steve Wynn, ma anche con Manuel Agnelli, Basile e vari altri, oppure alla genesi parzialmente italiana di Once Upon A Little Time, NdR): hai ascoltato qualcosa che ti ha sorpreso negli ultimi tempi?
Adoro l’ultimo disco di Cesare Basile, U fujutu su nesci chi fa?, i testi sono tutti in siciliano e c’è una notevole influenza araba nel sound. Cesare è stato il primo musicista italiano con cui ho lavorato, nel 2013, e gli sono grato per avermi fatto conoscere molte delle persone con cui sto lavorando attualmente. Ha un approccio singolare, senza compromessi, e i suoi dischi negli anni sono sempre meglio.

A maggio, in Portogallo e qui in Italia, presenterai lo spettacolo Screenplay: cosa dovremo aspettarci? Tornerai da noi con dei concerti a supporto di Bird Dog Dante?
Sembra bizzarro proporre degli show legati a Screenplay il mese prima dell’uscita di un nuovo album – ma il festival cinematografico di Lisbona mi stava chiedendo di suonare da un paio di anni e non potevo per via degli impegni nel tour di PJ Harvey, per cui volevo farlo quest’anno. Dopodiché, poter combinare anche con il festival Fabbrica Europa a Firenze assume un senso perfetto. Stiamo programmando di portare in tour Bird Dog Dante più avanti nel corso dell’anno e spero che ci sarà qualche data italiana.

Chiudiamo guardando al grande schermo: qual è il tuo film preferito di tutti i tempi?
Scegliere è impossibile, ce ne sono troppi, ma potrei scegliere una colonna sonora preferita: C’era una volta il West di Morricone è difficile da superare!

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