Johnny Marr

Forever Young

L’aspetto è quello di un ragazzino. La testa quella di un rocker saggio, austero e ancora appassionato. Il suono quello, inconfondibile, della sua chitarra. Quarantanove anni, una miriade di esperienze alle spalle e un esordio da solista, The Messenger, che farà gongolare gli amanti del brit DOC. L’elisir di giovinezza di Johnny Marr? Un amore raro e incondizionato per la (buona) musica.
Johnny Marr

Se sei una delle menti degli Smiths, hai due scelte: tirartela (più o meno a ragione) o essere Johnny Marr. Non a caso celebre per essere uno dei rock’s nicest guy, camaleonte tutt’altro che nostalgico, appassionato di football come si confà a ogni musicista gentleman britannico e con uno stile di vita, oggi, lontano dalle pazzie r’n’r dei Mid Eighties, Johnny Marr – e lo sappiamo tutti – è uno dei chitarristi più geniali e influenti della popular music britannica (e non solo). In un contesto fatto di rockstar fuori forma che non mollano e di stelline vittime degli effetti collaterali dell’hype, lui, duro e puro come pochi altri, è praticamente un alieno. Sobrio, curioso, alla mano ma non falsamente immodesto, cortese ma mai ipocrita. Dopo aver cambiato e segnato la vita di intere generazioni insieme a Morrissey, questo mancuniano DOC ha passato i successivi venticinque anni il più lontano possibile da quel mito indie. “Se ti hanno incasellato in un genere, è tuo dovere fare di tutto per liberartene. Altrimenti la tua creatività è spacciata”. Dai synth degli Electronic insieme a Bernard Sumner, attraverso The The, The Healers, Modest Mouse, The Cribs (le esperienze più consistenti, fra dischi e tour) e le innumerevoli collaborazioni, dai Pretenders ai Dinosaur Jr passando per la colonna sonora di Inception, Marr ha (dis)obbedito alla regola. A Moz, ormai, sembra legarlo solo la fede vegana e un’incontenibile opposizione al Conservative Party (galeotto fu il tweet contro David Cameron). E perché mai appellarsi al passato? Il suono jangle della sua chitarra, con qualche nuova declinazione, splende ancora, senza anacronismi, ma libero dai timori del passato. Mentre “NME” gli assegna il premio “Godlike Genius” del 2013 e tutta la stampa britannica gongola per la sua forma smagliante, “Johnny Be God” – quarantanove anni solo all’anagrafe – esordisce (!) totalmente in proprio. The Messenger è un ritorno alle origini, un disco brit nel miglior senso della parola. Pensato, scritto, suonato e cantato da un artista completo. Che di strade, da quell’agosto del 1987 che vide la fine degli Smiths, ne ha percorse parecchie.

Ho suonato tutto il giorno per le prove del tour, perdonami per l’ora tarda”, dice con voce piacevolmente squillante, dall’altro capo del telefono e della Manica.

 

The Messenger arriva a dieci anni da Boomslang, il disco “proto-solistico” in cui eri accompagnato dagli Healers, e dopo numerose collaborazioni. Da dove è arrivata l’esigenza di un album completamente a nome tuo, adesso?

The Messenger è nato perché c’erano cose di cui volevo parlare. I ragazzi con cui ho lavorato, e in particolare Isaack Brock dei Modest Mouse, sono ottimi songwriter e io sono un animale da band, quindi le esperienze che ho avuto con Modest Mouse e The Cribs sono state divertenti e appaganti. Ma stavolta avevo bisogno di un album attraverso cui dire alcune cose e nel quale fossi io a suonare tutte le chitarre, senza limitarmi a fare la mia parte dentro una canzone di altri. I numerosi concerti da solo nel 2011 mi hanno riavvicinato alle persone che avevano voglia di ascoltare la mia musica, ed è stato meraviglioso avere la possibilità di vedere le facce di chi, nel corso degli anni, non ha mai smesso di farlo, continuando a comprare i miei dischi e ad apprezzare le band in cui sono stato in passato, gli Smiths o i The The. Credo che anche queste persone avessero voglia di un disco con le mie chitarre…

 

Gli Smiths erano piuttosto politicizzati, un aspetto che non hai incrociato con le altre band. The Messenger, però, lascia trasparire qualche “messaggio consapevole”. È un disco, a modo suo, politico?

Sono molto interessato a ciò che avviene nella società, ma non posso definire The Messenger politico con la “P” maiuscola perché quella, ormai, è solo sinonimo di show business: trovo i politici degli idioti e non sprecherei una canzone per loro. Ma tutto è politica: il modo in cui vivi, dove fai la spesa e compri i vestiti, come parli e quello che metti in un disco. Dentro The Messenger ci sono delle osservazioni riguardo la realtà in cui vivo: le città e le persone che ho conosciuto, l’essere continuamente la preda perfetta del consumismo, la tecnologia ma anche qualche ricordo del mio passato – gli anni bui tra 70 e 80, filtrati attraverso i giovani rioter di questi anni, ai quali c’è un accenno in Upstart. Il fatto è che non voglio cantare di come mi sento la mattina, non sarebbe interessante per nessuno. La musica che mi piace cantare è quella che fa pensare la gente.

 

Il disco è attraversato da un evidente Johnny-Marr-sound, ma d’altra parte perlustra generi chitarristici diversi tra loro.

Quando la mia chitarra è riconoscibile significa che ho fatto le cose con molta naturalezza. Per anni ho evitato intenzionalmente di suonare come Johnny Marr e come gli Smiths. Era un diktat. In The Messenger è capitato che per alcune canzoni dicessi, “ok, devo suonare così”, ma non mi sono mai seduto ad analizzarle, ho scritto senza preoccuparmi di ciò che potesse risultare ovvio o affine al mio passato più “classico”. I Want The Heartbeat, Word Starts Attack e The Crack Up suonano alla Johnny Marr, ma in mezzo ci sono sperimentazioni e sviluppi di tecniche per me nuove. Generate Generate o New Town Velocity, venute fuori con molta spontaneità, in passato le avrei eliminate. In The Messenger non mi sono fatto condizionare da ciò che potesse suonare prevedibilmente mio, ma da ciò che sentivo suonasse bene, autentico, con lo spirito giusto.

 

Considerando che dal 2005 vivi a Portland, un titolo come European Me non deve essere casuale….

Tutto l’album è attraversato da un profondo spirito britannico ed europeo. In particolare, European Me è un tentativo di esortare i miei “compagni di continente” a celebrare il nostro essere europei. Persone come Dalì e Picasso, Kant e Nietzsche, Schiller e Sartre, Leonardo da Vinci e Roberto Mancini, sono grandi nomi di pensatori del nostro continente e delle volte è come se scordassimo che non siamo dei piccoli isolani, e che quindi non dobbiamo pensare da piccoli isolani. Volevo scrivere una canzone che parlasse del vivere in Europa, e direi che lo stimolo mi è arrivato in particolare dai periodi che ho passato a Berlino: la frase “heroes in an empty station” è arrivata pensando a tutte quelle giovani famiglie europee che nel corso dei secoli hanno affrontato l’esperienza, eroica, di attraversare un oceano o un continente e cambiare vita. Ma non volevo essere pesante: volevo una bella canzone, piena di speranza, positiva. L’ispirazione arriva dall’essere io stesso un europeo espatriato in America, ma fin dal principio sono sempre stato molto consapevole e orgoglioso delle mie radici europee.

 

E quindi: cosa ti ha spinto a lasciare Manchester per gli States?

Non mi piaceva tutto quel rap che stava invadendo l’Inghilterra! A quei tempi, di musica inglese ascoltavo solo Franz Ferdinand e The Cribs. Invece, mi piacevano molto Elliott Smith, Broken Social Scene, Goodspeed You! Black Emperor. Ho avuto bisogno di andare a vivere in un posto dove ci fosse, e potessi suonare, musica che mi piacesse, e ho scelto Portland perché era la base dei Modest Mouse. È stato così fin da quando ero bambino. A tredici anni, prendevo i treni senza biglietto – nascondendomi nel bagno quando passava il controllore – per suonare con sconosciuti che vivevano lontanissimo da me. Oppure caricavo il mio amplificatore, grosso e pesante, su un autobus e andavo a bussare alle porte delle persone, sotto la pioggia, per sapere se avevano un quattro piste per registrare (ride, NdR). Sono partito per Portland esattamente con lo stesso spirito.

 

Per registrare il disco, però, sei tornato a Manchester…

Ci sono tornato perché per me è la città migliore dove fare la musica che ho voglia di fare in questo momento: volevo che il disco avesse un sound britannico. È stato come sintonizzarmi di nuovo con il suono delle band di questa città che più mi hanno influenzato, Buzzcocks e Magazine in particolare. Non è una questione di nostalgia o di radici, aspetti che non appartengono al mio carattere, ma di un approccio e un entusiasmo che Manchester ancora mi sa dare. La musica che preferisco, però, continua a provenire dall’America. Ad esempio, mi piace molto una band di Minneapolis che si chiama Howler.

 

Dieci anni dal tuo album con gli Healers: qual è il cambiamento più grande che si è verificato attorno a te in questo periodo?

Che ora i musicisti pubblicano un disco per giustificare un tour, mentre in passato andavano in tour per vendere un disco. A meno che non sei una grande pop o hip hop star da classifica, sei molto fortunato se riesci a fare un investimento su un disco. Suonare dal vivo è l’unica cosa che salva le band. Sono una persona ottimista e mi piace vedere il lato positivo: i concerti non saranno mai sostituiti da un surrogato digitale, non cadono dal cielo come la musica scaricata.

 

Oltre alla tua presenza a titolo gratuito e di appassionato nel film Last Shop Standing – il dvd dedicato ai negozi di dischi superstiti in Inghilterra -, l’impressione è che le tue scelte siano sempre guidate da un’etica, da una sobrietà e da una purezza ancora giovanile di fondo. Come spiegheresti questa attitudine, così rara per una “pop star”?

In assoluto, la prima memoria di bambino che mi è rimasta in testa è quella di mia madre, mia zia e altre due giovani donne ascoltare un 45 giri, su un piccolo piatto, qualcosa come quindici volte di fila, senza mai smettere. Ancora, ancora e ancora. Si trattava di Walk Right Back degli Everly Brothers: avevo circa cinque anni e le vedevo completamente rapite da quell’oggetto, di cui non smettevano di parlare. Da quel momento per me è stato inevitabile fare lo stesso. La musica, la popular culture e i dischi, insieme alle persone, sono stati la cosa più importante della mia vita. Quando ero ragazzino, avevo sempre bisogno di scappare attraverso la mia immaginazione e la musica pop ha questo di bello: non è una forma d’arte aristocratica, ma è alla portata di chiunque le voglia dedicare tempo e abbia voglia di conoscerla. Io l’ho fatto per tutta la vita, e così i miei genitori, mia moglie e i miei due figli. Viviamo la nostra vita, ma siamo totalmente travolti dai pop records.

 

Sei un profondo conoscitore della popular music: quali sono gli ascolti che ti hanno più influenzato?

Tra le cose per cui sono andato più fuori di testa ci sono sicuramente i gruppi femminili degli anni 60, che ho scoperto attraverso David Johansen dei New York Dolls e il Patti Smith Group, che rifece le Ronettes e poi a quel punto arrivai a Phil Spector fino alle Shangri-Las, che erano la mia band preferita di quel genere. La passione per l’elettronica arriva invece direttamente dalla prima disco music: Nile Rodgers degli Chic è stato un faro.

 

Negli ultimi tempi ci sono stati ritorni impossibili in fatto di band: Stone Roses in particolare ma, in un certo senso, anche My Bloody Valentine. Che effetto ti fa questo ritorno al passato?

Non posso che essere felice per loro. Conosco John, Ian e Mani da quando hanno quindici anni e il fatto che abbiano avuto l’opportunità di tornare insieme e stare bene non può che rendermi contento. Kevin Shields è un bravo ragazzo, aveva realizzato solo due dischi con i MBV e quindi credo sia giusto che abbia l’opportunità di tornare a fare qualcosa con il suo gruppo. Non posso avere bad feelings per cose che rendono felici loro e le persone che li apprezzano.

 

Banalmente: una reunion degli Smiths è da escludere proprio perché non renderebbe felici i suoi componenti?

La differenza è che con gli Smiths abbiamo fatto settanta canzoni. Sono molto orgoglioso di quella band, che ho contribuito a plasmare e che è quella per cui sono più famoso. Ma prima e dopo ho formato parecchi altri gruppi, sono sempre stato in band, non tornerei indietro di trent’anni solo per riesumare quella più famosa.

 

Nel 1991 sei stato per un piccolissimo lasso di tempo negli Happy Mondays. Nella tua carriera, c’è stato qualche altro no che hai detto a delle proposte di collaborazioni?

Sì, sono stato negli Happy Mondays per un giorno, poi c’ho ripensato subito (ridacchia, NdR). Yoko Ono mi chiese di fare una band con lei, e mi sarebbe piaciuto molto, ma ero in tour e dovetti rifiutare. Stessa cosa con Patti Smith, che non è andata in porto sempre per questioni simili.

 

E dovendo scegliere un musicista con cui vorresti suonare oggi?

Anche se al momento le collaborazioni non sono tra i miei piani, una musicista che ritengo estremamente interessante è PJ Harvey.

 

Con un manipolo di filo britannici nostalgici avremmo una proposta da farti: formeresti un supergruppo con Paul Weller, Mani e Noel Gallagher?

Beh, sarebbe molto divertente. Ma chi sarebbe il più rumoroso? Finirebbe con l’essere una gara a chi vuole l’amplificatore col volume più alto!

 

Pubblicato sul Mucchio 704

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