Jukka Reverberi

Post rock, una definizione

Cos’è il post rock? Cos’è stato? Esiste ancora? Proviamo a definirlo con Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò
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Jukka, in un gennaio di tanti anni fa (1996), usciva Millions Now Living Will Never Die dei Tortoise, disco decisivo dell’epopea post rock.
Beh sì fu un ascolto molto importante. Avevo 19 anni. Ma, a dire il vero, all’inizio quel disco non l’ho capito perché era una cosa completamente nuova, strana. S’allontanava dal grunge, dall’hardcore e da tutto ciò che veniva dall’Inghilterra.

Cosa ci sentivi di veramente diverso?
Eh, l’attitudine. Pezzi con sembianze prog ma con un ragionamento mentalmente diverso. Cioè, le strutture erano aperte come quelle del prog, ma era la formazione culturale a essere distante. Prendi anche gente come Don Caballero e Slint, il loro riferimento iniziale era il punk e quindi avevano una testa diversa.

Mettiamo altra carne al fuoco: Simon Reynolds nel ’94 definì così un altro caposaldo post rock come Hex dei Bark Psychosis: “le loro canzoni passano dal silenzio senza fiato al rumore che sfonda le orecchie”. Centrato no?
Sì, ma descrive solo una parte di post rock. Mentre lo citavi ho subito pensato a Like Herod dei Mogwai: lì ci sono silenzi assoluti ed esplosioni fragorose. Però il post rock ha altri tratti come il mix di generi, ad esempio.

E le mani insanguinate, no?
Cioè?

Per via dell’omicidio ai danni del frontman.
Sicuro che fu il post rock? Nell’hardcore già aveva cambiato connotati diventando elemento più nascosto. In quelle canzoni c’è la musica al centro, non c’è bisogno di un Morrissey davanti.

Citavi Morrissey. Il post rock fu una reazione al classicismo?
Sì, o forse una sorta di evoluzione.

In questo guazzabuglio, una delle poche cose certe è che il post rock è considerata musica triste. Perché?
Forse perché c’è prevalenza di accordi in minore, arpeggi, atmosfere scure, tempi lenti. Però non la definirei tristezza, casomai malinconia. E la malinconia è un sentimento nobile.

Forse ci stiamo avvicinando. È questo il post rock?
Sì. Ritmi riflessivi, accordi in minore, dilatazione e apertura delle strutture, nessun ritornello, forma canzone ribaltata.

Bene, aggiorniamo wikipedia! Veniamo ai Giardini Di Mirò. Fare post rock in Italia è stata una forma di eroismo?
Non so, ma era un’esigenza che avevamo: suonare la musica che ci piaceva e aderire a un mondo. Io sono sempre stato grande appassionato di musica. Prima di suonare avevo una fanzine, una piccola distribuzione di dischi, registravo cassettine per una micro etichetta. Però ti svelo un segreto: a portare i Giardini al post rock non furono Mogwai, Tortoise, Hood o GY!BE e gli altri. Ma i Sonic Youth!

Strano.
Eh sì. In quegli anni vennero due volte a Reggio Emilia e avevano questo EP, Anagrama, che conteneva pezzi strumentali che ci hanno letteralmente aperto la testa. E poi la loro Mildred Pierce fu la prima cover strumentale che facemmo.

Ma inizialmente quale fu la reazione del pubblico di fronte ai vostri concerti?
Il primo concerto dei Giardini in versione strumentale fu nel 1998 in un cinema di Reggio, il Rosebud. La gente era molto attenta. Alla fine alcuni ci dissero: “wow, siete fichi! Non andrete da nessuna parte ma siete fichi!”. Però fu più facile rispetto ad altre zone d’Italia. Reggio nei 90 poteva sembrare un posto un po’ del cazzo e invece no: stavamo nell’asse centrale della via Emilia, tra Bologna e Milano. Stavamo sempre al centro delle cose musicali. In più, qui, le feste dell’Unità hanno portato una quantità incredibile di concerti e il Maffia era un posto in cui arrivavano tante sonorità dall’estero.

Però convieni che per le orecchie italiane potevate essere non facili da capire?
Considera che altro nostro riferimento furono i Massimo Volume, che avevano queste chitarre americane, queste atmosfere e Mimì che era frontman-non frontman, come dicevamo prima. E loro erano capiti perfettamente ed erano un grande gruppo post rock.

Però, dopo qualche disco, vi stufaste del genere…
Più che stufati, siamo cresciuti. E si mutano ascolti e modo di pensare. Certo, lo ammetto, anche l’etichetta post rock è iniziata a starci stretta, una gabbia. E ci è andato sul cazzo l’essere continuamente chiamati “il gruppo post rock italiano”. Che tra l’altro avrebbe pagato di più perché ci aveva portato in un circuito internazionale che ci permetteva di fare 20 concerti l’anno ed essere cercati per i festival.

Un circuito che però oggi appare stagnante.
Sì e credo che la colpa sia della 3ª o 4ª generazione di band post rock, quelle che hanno ucciso la nostra voglia di fare quel genere.

Tipo i Mono?
Band odiosa quella. Iper prevedibile, con poche melodie che si ricordino e strutture degne di nota. Ecco, noi Giardini non volevamo fare quella fine lì.

Quindi se oggi si celebrasse il funerale del post rock non piangeresti?
No, la musica deve andare avanti.

Utilizziamo per l’ultima volta la parola “post rock”, ma senza legarla al genere. Oggi chi è che sta superando il rock in maniera creativa e credibile?
Domanda difficile. No, non mi pare si stiano scrivendo nuove pagine del rock o almeno di quello che presuppone l’uso delle chitarre. Non trovo nessuna band di rottura. Però aggiungo che questa domanda non dovresti farla ai quarantenni come me, ma ai diciottenni.

Cosa c’è nel tuo domani?
Siamo in studio con i Giardini di Mirò, il nuovo album uscirà quest’anno. Poi c’è Geodetic, il mio progetto di musica elettronica con Claudio Rocchetti. E torneremo con Max Collini a lavorare a nuovi pezzi di Spartiti. Insomma, non mi fermo, non lo faccio da quando avevo 14 anni. E oggi che ne ho 41 voglio continuare a tenere vivo il sogno che avevo da ragazzino. Che poi, in fondo, è il modo per tenere vivo il ragazzino che è ancora dentro di me.

Nella foto I Giardini di Mirò

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 762

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