Kaitlyn Aurelia Smith

Giungla futuristica

La natura come primaria fonte d’ispirazione, il carattere alieno del Buchla umanizzato attraverso le melodie vocali, la sinestesia tra suono e immagine nel processo compositivo: il mondo ultraterreno di Kaitlyn Aurelia Smith, nuova maga del sintetizzatore modulare di scuola californiana, dal vivo in Italia il 7 giugno al Beaches Brew.
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È il 1963. Un manipolo di giovani compositori interessati alle avanguardie, poi noto come Gruppo di Improvvisazione di Nuova Consonanza, dà uno scossone alla musica contemporanea del Belpaese: l’epicentro è nella Capitale, dove ha luogo la prima edizione del festival di Nuova Consonanza; intanto, in Inghilterra, la BBC trasmette la prima puntata di Doctor Who, serie TV sci-fi che solletica le fantasie futuristiche del pubblico, anche grazie alla ricerca sonora in ambito elettronico del BBC Radiophonic Workshop; a New York, un certo Robert Moog progetta uno dei primi sintetizzatori modulari, stravolgendo il corso della popular music; dall’altra parte, sulla West Coast, nel milieu extracolto del San Francisco Tape Music Centre (lo stesso a cui aderiranno Terry Riley e Steve Reich), un visionario compositore di nome Morton Subtonick recluta con un’inserzione tal Donald Buchla, che lo aiuterà a costruire un nuovo strumento per comporre nuova musica. Nel crocevia di rivoluzioni datate 1963, quest’ultima segna la genesi del Buchla: il più complesso e anticonformista dei sintetizzatori modulari, immaginato in maniera antitetica rispetto al Moog (dotato di tastiera come un pianoforte), caratterizzato da un’interfaccia coloratissima e da un approccio intuitivo alla composizione.

“Il linguaggio del Buchla è diverso dagli altri synth, trovo abbia un suono versatile e umano. Lo percepisco come un’estensione di me stessa, un modo per esercitare la mia memoria muscolare. È uno strumento che va accordato continuamente, anche mentre stai suonando, quindi ha bisogno che le orecchie siano sempre pronte per lavorare su più livelli. Mi ha insegnato ad avere pazienza, tiene occupati quasi tutti i miei sensi”.
Con il tono pacato di chi tutte le mattine fa yoga e nei polmoni ha grandi riserve di aria buona del Pacifico, Kaitlyn Aurelia Smith parla in una pausa durante il suo tour con i Battles che l’ha portata per la prima volta in Italia. Ventinovenne, originaria di Orcas Island, a Nord dello stato di Washington, oggi è nell’élite dei musicisti capaci di cimentarsi con il Buchla e rinnovarne la magia: di lei si sono accorti non solo i Battles, gli Animal Collective e parecchi magazine musicali d’Oltreoceano, ma anche colei di cui è stata definita l’erede, Suzanne Ciani – pioniera dell’elettronica e prima donna a cimentarsi negli anni 70 con il Buchla – assieme alla quale ha collaborato per uno splendido album a quattro mani, Sunergy, uscito lo scorso anno su RVNG. Come molti colleghi a loro antecedenti o contemporanei, da Michael Rother a Panda Bear, entrambe hanno un altro punto in comune: la scelta di vivere in prossimità dell’acqua, in questo caso l’Oceano – per tre anni sono state anche vicine di casa a Bolinas, vicino a San Francisco – e di farsi ispirare dalla natura. Più formativa, quest’ultima, dei grandi innovatori dell’elettronica e della musica del “Quarto mondo”, possibilmente vicino a quello di Jon Hassell e Brian Eno (“A sedici anni ho iniziato a lavorare per un autore di colonne sonore che mi ha introdotta a ProTools, facevo piccoli esperimenti per accompagnare dei video e così mi sono avvicinata alla contemporanea e all’elettronica: Terry Riley, poi Philip Glass, Brian Eno, Laurie Spiegel e Suzanne Ciani. Ma i ritmi più importanti per me sono stati quelli etnici: la musica tradizionale africana, quella etiope e dello Zimbabwe, e la musica indiana suonata con il tabla”); più affascinante della geometria euclidea, che nel 2015 ha dato il titolo al suo esordio Euclid, e del concetto di sezione aurea in musica (“Sono estremamente attratta dalla simmetria e dall’estetica in generale, quella bellezza pura che riscontro nella natura e cerco di restituire nella mia musica. Impiego la matematica come uno strumento astratto per creare delle linee guida: ciò che più mi affascina di questa scienza è come ogni cosa possa essere correlata, a prescindere dalla distanza dei vari elementi; in musica utilizzo un processo speculare, amo trovare il comune denominatore tra suoni e ritmi apparentemente distanti e integrarli in modo armonico”).

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Con Suzanne Ciani

Più determinante di tutto questo e anche di quel vicino di casa che, a vent’anni, le fece scoprire i sintetizzatori analogici e le prestò il primo Buchla, per Kaitlyn c’è solo una cosa: il tempo vissuto nel paradiso terrestre di Orcas Island. “Crescere su quell’isola ha fatto sì che la natura diventasse la mia più grande fonte di curiosità insieme alla musica: ascoltare i suoi suoni, imparare a riconoscerli e isolarne le origini è stato un gioco per anni. Ho sempre vissuto vicino all’Oceano, amo le sensazioni di quando ci si immerge sott’acqua e la ricerca della fluidità è fondamentale nel mio lavoro. In realtà mi piacerebbe sperimentare di più con l’acqua, fare un concerto in un fondale marino. Credo che questa fascinazione sia legata anche a una paura: nonostante ci abbia nuotato tantissimo, l’Oceano ha una forza che mi spaventa. In più, Orcas Island è un posto di circa 10000 abitanti, dove si ritirano tanti artisti, si vive all’aria aperta e c’è un senso comunitario molto forte. Ho vissuto immersa in un contesto quasi selvaggio, è lì che ho imparato ad ascoltare i miei pensieri, a mescolarli a ciò che recepisco dall’esterno e ad avere orecchie per catturare i suoni che vogliono uscire da me”.

Per molti versi strumento primario nell’atto creativo della compositrice americana (“Ogni volta che sento un qualsiasi suono penso a come lo riprodurrei”), le orecchie sono persino protagoniste del suo secondo album. Ears è “Un viaggio sonoro, la messa in musica del ciclo vitale, con un titolo scelto per dare una profonda energia al disco, come se ogni suono avesse vita, come a intendere che là fuori ci siano molte orecchie in ascolto”. L’obiettivo è trasportare l’ascoltatore in un “Rigoglioso spazio all’aria aperta”, in cui la natura va a incrociarsi con altre suggestioni, in una parabola altrettanto ludica ma più complessa di Euclid. Ad esempio tramite l’esperienza sinestetica, quel coincidente uso dei sensi che è aspetto cruciale nel rapporto con il Buchla e input che accende l’ispirazione. “Il mio cervello visivo e quello uditivo lavorano simultaneamente, così il processo creativo va di pari passo a un’immagine. Può essere di tipo induttivo, quindi con delle suggestioni in termini di colori che trasformo in suono, modificando il timbro e immaginando di plasmare anche il colore, per poi trovare una melodia. Oppure può essere deduttivo, partendo da un’immagine vera e propria, magari un paesaggio, e andando a creare una sorta di colonna sonora per quella visione che ho in mente. In genere faccio un lavoro di preparazione prima della scrittura di un album, come se nutrissi il mio subconscio solo delle informazioni da cui desidero essere ispirata: playlist che ascolto senza sosta, immagini che guardo ogni giorno, luoghi che frequento assiduamente. E poi nel momento esatto della composizione provo a cancellare tutti i ricordi. In particolare, immaginavo Ears come una giungla futuristica, a cui si sono aggiunti spunti come le opere di Hayao Miyazaki, quelle dell’artista francese Moebius e dell’illustratore Kilian Eng, la cui ricerca è incentrata su mondi naturali dove coesistono caos e armonia. Mi è stato di grande ispirazione il film Nausicaä della valle del vento di Miyazaki, ambientato in una dimensione futura piena di tossine in cui non crescono piante, con il protagonista che viaggia alla ricerca di semi e infine crea il proprio giardino sotterraneo. Spesso parto da una tavolozza sonora di riferimento che ho in mente, cerco qualcosa di corrispondente nella vita reale e lo trasformo in materiale sonoro. Prima di comporre Ears mi ero anche fissata con i colori dei nudibranchi, questi animali marini dalle tonalità fluo che volevo assolutamente rendere nel disco”.

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Difficile non pensare a Kaitlyn come a una freak contemporanea. È nella tradizione della sua Orcas Island, è nella linea di discendenza della scuola – o forse meglio dire comunità – hippie di Berkeley degli anni 60, quella dei luminari accademici che rivoltarono l’arte contemporanea con il Buchla Music Easel ma pure con gli acid test (doverosa la menzione del Morton Subtonik di Silver Apples Of The Moon), così come nel Terry Riley oltre A Rainbow In Curved Air. È evidente nei titoli di Ears: First Flight, Rare Things Grow, Existence In The Unfurling. O quando parla di attività inconsce, Oceano, yoga, rapporto con il Buchla e con l’ambiente, ricerca di novità come “Forza trainante in quanto essenza di qualcosa non ancora trovato”. E anche quando mette ordine tra i momenti cruciali della sua formazione, le è impossibile far tacere il proprio spirito un po’ weird. “Dopo aver studiato composizione a Boston, sono tornata a Orcas Island. È stato a quel punto che, aiutando un vicino di casa a sistemare il suo studio di registrazione, sono venuta a conoscenza di cosa fossero i sintetizzatori modulari. L’energia che ricevevo dall’ambiente circostante e dalla musica hanno iniziato a sovrapporsi. A quei tempi lavoravo ancora in un caseificio e credo sia stato uno dei momenti più belli della mia vita: passavo dal mungere le capre al suonare un Buchla!”.

Distinguere le fonti di ispirazioni della Smith è complicato come riconoscere la natura degli strumenti suonati su Ears: il Buchla, ma anche un quintetto di fiati e soprattutto la sua voce, assai più usata che in Euclid. Un’unione senza soluzione di continuità tra macchina ed essere umano, con le melodie che – anche dal vivo – si moltiplicano mantenendo un’interazione e una stratificazione ricca e scorrevole. “Mi piace come suona la mia voce, sono a mio agio anche quando non sono accompagnata dalla musica. Ho sempre praticato la musica corale anche da bambina, cantavo in ensemble vocali. Il modo in cui l’ho manipolata su Ears è stato un mezzo per ritrovarmi circondata da più voci, sensazione che amo”. Ché tanto le orecchie in ascolto là fuori non mancano.

DAL VIVO
7 giugno – Marina di Ravenna, Beaches Brew – HanaBi

Pubblicato sul Mucchio n. 742

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