Kamasi Washington

Uno strano caso

A colloquio con l’autore dell’imponente "The Epic", un album triplo nel nome del jazz più inafferrabile.
Kamasi Washington
Uno strano caso, live in Italia

Un mondo da scoprire. Un mondo in parte già scoperto, grazie al carisma di Flying Lotus: che dalle parti di Los Angeles ci sia notevole fermento, tra rinnovamenti hip hop, visioni cosmiche e cavernose digressioni IDM, il catalogo della Brainfeeder – la label da lui fondata e diretta – lo dimostra già. Ma forse non si sapeva abbastanza di un collettivo, West Coast Get Down, di una ventina abbondante di persone, di amanti del jazz, di strumentisti di talento. Thundercat ne fa parte, e di lui già si parla da un po’, ma ne fa parte anche Kamasi Washington. Che ha pubblicato un disco lungo tre ore, con oltre cinquanta musicisti coinvolti. Un disco jazz. Jazz eclettico, OK, ma jazz. No elettronica, no hip hop, al massimo vaghe e brevi striature di soul e blues. Un caso molto strano. Un caso che abbiamo chiesto allo stesso Kamasi di raccontarci meglio.

 

Andiamo subito al punto: che gesto folle è uscire con un album di tre ore, prodotto coinvolgendo oltre una cinquantina di persone? Questa è follia. O megalomania.
Mah, guarda, che ti posso dire… (ride di gusto, NdR). Le cose sono state molto più semplici e casuali di quel che sembra. Il nostro collettivo ha uno studio di registrazione, no? Ecco: per un mese ci siamo chiusi dentro. Abbiamo registrato, instancabilmente, per trenta giorni di fila. Risultato? Centonovanta tracce fatte e finite, qualcosa come 2 terabyte di musica. Quelle destinate al mio disco erano quarantacinque. Che poi, non era certo mia intenzione far uscire un triplo cd. Doveva essere un cd solo, una roba normale. Poi però registrando un pezzo specifico, Change Of The Guard, mi ero talmente immerso nella scrittura delle parti di archi, nell’ascolto di altra musica per trovare ispirazioni… Talmente preso da questo e dal flusso creativo, mi è venuta una visione che è diventata il concept dell’album (il vecchio guerriero saggio che aspetta chi arriverà a sfidarlo e a sconfiggerlo). Una volta che hai un concept e te ne innamori così tanto, beh, credimi, la scrittura comincia a scorrere torrenziale. Non ti fermi più. E fai un album che si intitola, coerentemente, The Epic.

 

Ma avrai avuto a un certo punto il sospetto che stessi alzando troppo l’asticella, che stava diventando tutto troppo…
Oh, eccome: ero terrorizzato in realtà, mica avevo solo il vago sospetto! Temevo innanzitutto che la Brainfeeder mi dicesse “Ma che sei scemo?”. Invece, Flying Lotus per primo era entusiasta di tutto. Con lui condividiamo l’impressione che in un mondo fatto ormai di musica divisa in album dalle tracce brevi e dalla durata standard, qualcosa di un po’ fuori formato possa incuriosire.

 

La cosa che mi incuriosisce di più, ti dirò, è il fatto che è un disco al 100% jazz. Ma con la questione che uscirà su Brainfeeder e che attraverso Brainfeeder sarà promosso avrà un pubblico che non c’entra nulla con chi di solito ascolta e acquista album al 100% jazz.
Vero, è così.

 

Che impressione ti fa, questo?
Un’impressione relativa. Perché la musica che facciamo noi, a Los Angeles, ha sempre avuto un pubblico vario: piacciamo ai cultori del jazz, ma anche a quelli che il jazz di solito lo frequentano poco. Io credo che la musica sia molto più interconnessa di quanto vogliamo farla sembrare. Sì, perché siamo noi che creiamo categorie per la necessità anche giusta di organizzare, ma la musica in realtà vive di vita propria. Vuoi una prova? Quanti dicono “Non mi piace il jazz”, ma poi se gli fai sentire una determinata canzone jazz ammettono subito “Però questa mi piace”? Ci sarà sempre una canzone, in qualsiasi genere, che ti prenderà.

 

Però, ecco, proprio il jazz è una musica secondo me tenuta in ostaggio: si tende ad ascoltarlo e proporlo solo in circuiti specifici.
Vero. Poi però succede, per paradosso, che manifestazioni che si autodefiniscono “Jazz Festival” ospitino un sacco di elettronica, pop, rock… Gli altri generi possono andare ovunque, il jazz no. Non è un problema nostro, comunque. Tanto più che per me anche James Brown è jazz, anche gli A Tribe Called Quest lo sono. Noi suoniamo nel modo in cui suoniamo: non vogliamo dimostrare di essere bravi a fare be bop o stare nel solco di Coltrane, non ce ne importa nulla. A noi interessa che la gente ci ascolti ed entri in contatto emotivamente con quel che facciamo, non che ci ascolti e lo faccia per capire quanto siamo degni di stare entro un certo tipo di tradizione e contesto.

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Tolto il collettivo di cui fai parte, quali sono secondo te oggi i jazzisti più interessanti, quelli più stimolanti come approccio e non solo come tecnica strumentale?
Tanti. Il batterista Chris Burroughs, il trombettista Ambrose Akinmusire… o Robert Glasper, che amo. Poi ancora, stando a L.A., tra gente magari ancora non conosciutissima: Brandon Coleman, Cameron Graves, il trombonista Isaac Smith… Credo che sia un buon momento per chi arriva dal jazz con mente aperta e con mente aperta lo sviluppa. Mi sembra stia crescendo l’attenzione attorno a noi.

 

Voi, che ovviamente per sbarcare il lunario normalmente lavorate molto da turnisti. Com’è farlo?
Beh, mettiamola così: dipende da per chi lo fai! Per dire, fare il session man per Kendrick Lamar è stato molto bello, perché lui fin dal primo momento lascia piena libertà di esprimersi alle persone che chiama a suonare con lui, almeno con l’ultimo album ha fatto così. È un po’ una rarità. Di solito, se ti chiamano come turnista, è perché vogliono quel suono, quello e solo quello, quindi giocoforza puoi mettere solo una minima parte di te in ciò che fai. Ma anche questa, se ci pensi, può essere una sfida interessante: c’è del buono sia nell’essere completamente liberi che nell’essere strettamente sotto regime, nel primo caso non devi perdere la direzione, nel secondo l’intensità e la qualità.

 

Andando molto sul pratico, credo che portare in giro live The Epic possa essere difficile. Così com’è, con l’organico così ipertrofico che ha, praticamente impossibile.
Giusto. Sarebbe irragionevolmente costoso. Ora giriamo con una formazione a otto; e parliamo comunque di tanta gente. La speranza è che l’attenzione attorno a noi cresca, in modo da permetterci cachet che rendano sostenibile il tutto. Comunque, in otto ci troviamo piuttosto bene: meno persone rispetto alle incisioni originali, OK, ma significa anche chi c’è ha più spazio per esprimersi. Tanto più che noi che arriviamo dal jazz siamo abituati ad arrangiarci, a essere flessibili.

 

Siete anche abituati a lavorare in pace e armonia? Quello del West Coast Get Down sembra proprio un collettivo perfetto, dove tutti si stimano, si vogliono bene, si supportano. Ma non ci credo che, con tanti musicisti nello stesso pollaio, non saltino fuori ogni tanto dei problemi di ego…
Sai cosa? Ci conosciamo da sempre. Siamo cresciuti insieme. Come fai a prendertela e avere problemi di ego col tuo socio, così socio che quando lui per la prima volta è stato scaricato da una ragazza tu eri lì a consolarlo? Puoi avere problemi di ego con un amico stretto? No, dai… non puoi.

 

 

IN ITALIA

9/11 BOLOGNA, LOCOMOTIV

10/11 ROMA, MONK CLUB

11/11 MILANO, TUNNEL

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