Kevin Morby

La fine dei vent'anni

Al quarto album da solista, il songwriter statunitense, già membro dei Woods, passa dalla natura a scenari maggiormente movimentati e metropolitani godendosi appieno una nuova fase della sua vita.
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Quando un anno fa uscì Singing Saw, impiegò poco a emergere dall’ormai consueta bolgia di pubblicazioni del venerdì, dalla quale è difficilissimo sopravvivere, soprattutto per un disco annunciato quasi in sordina. Si capì subito che non si trattava di un disco inutile, ma che rappresentava un salto di qualità nella carriera di Kevin Morby, che aveva già pubblicato due dischi da solista dopo esser stato per qualche anno il bassista dei Woods.

E infatti il successo e i riconoscimenti sono durati per tutta l’estate con un lungo tour, che è già ripreso e passerà anche per l’Italia, poiché a distanza di dodici mesi è già in uscita un nuovo album intitolato City music, che ci ha fatto immaginare un’altra bella stagione all’insegna delle chitarre acustiche e della voce un po’ annoiata del biondino texano, che da sempre si è mosso tra ballate folk e qualche escursione rock blues, che gli sono valsi il pesante accostamento a Bob Dylan. Poi è uscito il primo singolo Come To Me Now e di chitarre nemmeno l’ombra, solo gli organi e una batteria riverberata a sorreggere tutta la canzone fino al ritornello semplice ed efficace “I love her, yeah I do, and she loves me to” cantato con quelle vocali che si sgretolano al punto giusto e che a tratti ricordano il miglior Matt Berninger nei pezzi più lugubri dei The National. “Quella è una canzone totalmente a sé, l’unica nella quale non ci sono chitarre e tuttavia è uscita come singolo che anticipa il disco ed è anche la traccia che lo apre. È stata una novità per me e mi ha fatto venire voglia di continuare a fare musica senza chitarre, magari è un’anticipazione di quello che succederà nel prossimo disco”, dice Kevin Morby – che già sta pensando al prossimo disco, prima ancora che sia uscito quello che ha appena finito di incidere, nonché il quarto in quattro anni di carriera da solista.

Se Singing Saw era un disco immerso nella natura, a partire dai titoli e dalle ambientazioni dei pezzi (I Have Been To The Mountain, Black Flowers, Water) prima ancora che dalle sonorità prevalentemente acustiche, il nuovo album City Music è, appunto, l’esatto opposto – più movimentato e caotico, con la chitarra elettrica in maggioranza con brani come 1234, gli assolo in Aboard My Train, la bellissima Dry Your Eyes contaminata da gospel e soul, oppure la title track. Un contrasto che sembra quasi voluto, come se fossero il lato A e il lato B di un lavoro unico. Addirittura nella copertina del primo si intravedono all’orizzonte le luci di una città al di là delle montagne, come ad anticipare il disco successivo, immerso nella metropoli e a indicare una certa continuità: “La vicenda della copertina è soltanto una coincidenza, ma mi piace pensare che cose del genere accadano inconsciamente, che la nostra creatività abbia una vita propria e ci fornisca indizi che cogliamo solo in un secondo momento”.

Non si tratterà di una scelta di concetto prestabilita, ma di certo si nota che entrambi i dischi sono frutto dello stesso momento della carriera del musicista, giunto a una maturità compositiva diversa da quella degli anni passati: “Ho scritto City Music nello stesso periodo di Singing Saw, fu un anno molto prolifico per me. Già al tempo mi rendevo conto che stavo scrivendo due album musicalmente diversi, che condividevano una vena creativa comune”. E come si diceva, questa vena creativa è sempre pulsante, vista la costanza produttiva di Morby, che considerando anche il periodo con i due progetti precedenti, Woods e The Babies, sono praticamente dieci anni che non si ferma: “Sì, compongo canzoni in maniera molto improvvisata e sciolta. Mi piace starmene in una stanza con tutti gli strumenti a portata di mano, l’organo, il piano, la chitarra, passare dall’uno all’altro e vedere che succede. Registro tutto quello che viene fuori e poi lo riascolto in un secondo momento ed è lì che mi immergo nella fase di scrittura del testo”.

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Kevin Morby sembra uno in pace col mondo, è una specie di fricchettone non ostentato, non gliene frega un cazzo di farti sapere che non gliene frega un cazzo. City Music è stato registrato in California (si capisce quando partono i primi tre accordi di Pearly Gates, impossibile non immaginarsi a San Francisco in qualche momento imprecisato degli anni 70), in uno studio vicino Stinson Beach, dove Janis Joplin ha fatto spargere parte delle sue ceneri e che, chissà, potrebbe aver ispirato la seconda traccia del disco, Crybaby. Lui stesso ammette di essere un po’ fuori dal tempo, legge Ferlinghetti, ascolta Patti Smith e Lou Reed, tutto con molta naturalezza, senza costruirsi un personaggio nostalgico beat o cose del genere. Questa specie di disinvoltura è trasmessa nei suoi dischi e soprattutto in City Music, dove nessun pezzo prevale sull’altro, non c’è smania di tirare fuori il giro che rimane in testa o il singolo da classifica, non c’è nessuna dinamica dietro alla semplice volontà di vivere di musica. Pezzi come Night Time o Downtown’s Lights sembrano venuti fuori da una jam tra amici a notte fonda, durante un festino qualsiasi, quando qualcuno inizia a strimpellare nella stanza fumosa e gli altri gli vanno dietro e, ehi, le cose funzionano, buone alla prima, si sentono persino dei telefoni che squillano, lo strusciare di sedie.

Recentemente abbiamo assistito a carriere di grande successo, di gente fuoriuscita o passata per gruppi anche abbastanza affermati, forse i più eclatanti sono Father John Misty dopo i Fleet Foxes e Kurt Vile dopo i The War On Drugs, e anche Morby sembra aver trovato la sua dimensione: “Credo che avere un progetto da solista lasci molto più spazio e respiro. Fare musica da solo significa che non sei mai costretto a rispettare necessariamente un certo sound e puoi davvero fare quello che vuoi in ogni album o durante un concerto. Tra l’altro non ascolto nemmeno molte band, i miei dischi preferiti sono tutti di solisti. Forse perché mi interessa la loro evoluzione personale e musicale, credo sia anche una questione di intimità, un musicista solista è più esposto a livello umano ed è più facile per le persone riconoscersi e relazionarcisi. Anche con le band, si finisce sempre con l’apprezzare la personalità più forte”. La lunga esperienza alle spalle di Morby tradisce la sua reale età, ha ventinove anni, un periodo della vita che almeno qua in Italia ultimamente ispira molti musicisti – un esempio è La fine dei vent’anni di Francesco Motta – e più in generale “la crisi dei trent’anni” è il leitmotiv di tutta una generazione, smettere di essere giovani senza avere le idee chiare su nulla. Perciò gli chiedo come stia vivendo lui questa brutta faccenda: “Inizio a sentirmi davvero a mio agio con la mia età. Sono sempre stato il ragazzino più giovane che usciva con quelli più grandi. Anche quando suonavo nei Woods, avevo diciannove anni e loro ventinove. Anche se mi dispiace lasciare i miei vent’anni, sono entusiasta per i miei trenta. Sembra tutta un’altra fase della vita e a questo punto dei giochi comincio a conoscere molto meglio me stesso, gli anni precedenti sono stati un po’ come le montagne russe”. Beh, beato lui. Quindi non ti spaventa per niente essere un trentenne americano che si appresta a vivere la presidenza Trump? “È terribile che lui sia il nostro presidente, ma ci sono degli aspetti positivi: la mia generazione ha lasciato passare un sacco di cose ai politici, ma con un clown alla Casa Bianca non possiamo più ignorarle e forse questo ci porterà verso qualche progresso. Oppure il mondo finirà e moriremo tutti e, che ti devo dire, potrebbe non essere la peggiore delle ipotesi”.

DAL VIVO
7 luglio 2017 – Soliera (MO), Arti vive Festival – ingresso gratuito
19 novembre 2017 – Milano, Serraglio

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