L I M

Come colla

Sofia Gallotti ci parla di tutto ciò che scorre attorno al suo progetto elettronico da solista, giunto al secondo capitolo discografico con il raffinato mini "Higher Living".
L I M

Nemmeno due anni fa esordiva da solista con l’EP Comet, dopo l’esperienza negli iori’s eyes. Adesso Sofia Gallotti, in arte L I M, è tornata con Higher Living, un nuovo mini album che prosegue sulla scia luminosa lasciata in passato, per volare sempre più in alto.

È trascorso poco più di un anno e mezzo da Comet, ma tra quel primo EP e questo nuovo lavoro sembra passarci un mondo, soprattutto sonoro. Cosa è successo?
È successo che sia io sia Riva, producer del disco, siamo andati avanti nei nostri percorsi, abbiamo affrontato situazioni musicali varie e approfondito gli ascolti. Ci siamo messi a lavorare sui pezzi con un intento diverso rispetto a quello di Comet, abbiamo “asciugato” le sue atmosfere eteree e spaziali per tornare a una dimensione più piccola, vicina e reale. Più cruda, se vuoi.

Le atmosfere lievi ed eteree del primo EP adesso hanno trovato una corposità maggiore. Il “less is more” che porti nel nome si è arricchito di ritmiche quasi tribali, violoncelli e calore. Come si è costituito questo nuovo ordine musicale?
Volevamo fare un disco che avesse molti interventi di “colore”, ma che allo stesso tempo non rinunciasse totalmente all’idea di “canzoni”, per l’occasione destrutturate maggiormente. La forma ha subito una decostruzione in favore di “loop” nei quali la voce fa da traino e da guida all’interno di paesaggi sonori in ogni pezzo diversi ma comunicanti fra loro. Ci può aver aiutato pensare a Higher Living come a un luogo, a una architettura sulla quale andare ad aggiungere o togliere elementi, per arrivare alla sua struttura essenziale.

Da cosa deriva la scelta di far uscire nuovamente un EP e non aspettare la pubblicazione di un vero e proprio album?
Io e Riva definiamo Higher Living un mini album, perché è lungo per essere un EP e si avvicina quasi di più a un album breve. È stato lavorato in parte come fosse un EP, mettendo insieme vari pezzi che arrivavano da momenti diversi e che quindi portavano con se le loro differenze di sonorità e ambienti, ma alla fine lo abbiamo trattato in maniera talmente fluida e costante che il risultato sembra quasi un album. È un’idea che è nata e sta maturando sempre più tra me e Riva: quella di spingerci nel fare sempre più i dischi come si facevano una volta, portare in studio una rosa di idee e canzoni per poi arrangiarle lì e registrare il tutto quasi come fosse un’unica take in presa diretta.

L I M nasce come tuo progetto solistico dopo l’esperienza in una band, eppure è diventato sempre più un collettivo, fatto di collaboratori fissi, a partire appunto dal produttore, Riva, al tuo fianco anche qui.
Nel momento in cui dovevo darmi un nome, è stato difficile capire cosa fosse ciò che caratterizza di più quello che faccio quando sono sola, uno stato in cui mi son trovata dopo l’esperienza degli iori’s eyes. Da una parte sapevo di avere alcune idee molto precise, sono una persona lentissima e sintetica quasi su tutto, ma mi sono accorta che “less is more” raccontava bene la sensazione di quel che cercavo e di come avrei voluto dire certe cose. Durante questo percorso di “autocoscienza” ho incontrato persone che si sono avvicinate naturalmente, a volte per caso, a volte perchè eravamo già amici, ma si sono avvicinate, oltre che a me, a questo progetto. La cosa buffa è che in seguito ho scoperto che la parola “lim” in svedese significa “colla”, e mi è piaciuta molto perchè a volte mi sono sentita proprio così: quella colla che fa tutto quello che può per tenere in piedi questa “visione”, che è collettiva, mia e di queste persone che assieme la creano e la portano avanti. Quindi penso che continuerò a collaborare con tutti quelli che ho incontrato finora e spero di incontrarne in futuro altri che possano sentire L I M come un progetto a vicino, con cui collaborare per raccontare qualcosa che appartiene anche a loro.

Per quanto riguarda l’artwork e le grafiche del disco, ritroviamo invece Anna Magni. Com’è nata la copertina?
Il processo per arrivare alla copertina è stato abbastanza lungo. Come sempre, io e Anna quando iniziamo a parlare di una copertina iniziamo da molto lontano, allargando il più possibile il giro di pensieri che vi ruotano attorno. Attraversando tutta una serie di scenari diversissimi, in realtà, ci siamo poi accorte che l’idea di base che volevamo arrivasse a destinazione era questo impatto tra una dimensione “eterea” e la violenza della “natura”, della realtà quotidiana. Così un bel giorno Anna ha preso la mia foto scattata da Giorgio Calace e Karol Sudolski e l’ha letteralmente gettata in mezzo alla natura, prima in un canneto, poi in mezzo a un bosco, poi nel fango e infine in un campo di fiori. Lì un calabrone ha fatto il resto, si è posato sulla foto e quell’azione rappresenta il sentimento dominante di Higher Living.

Il team è stato confermato anche per i video, vere e proprie opere d’arte, con Calace e Sudolski dietro la macchina da presa. Come avete realizzato quello per Rushing Guy?
Rushing Guy è nato dal confronto tra me, Giorgio e Karol; ci siamo trovati e, raccontando loro cosa per me significasse quel pezzo, è venuta fuori l’idea di una storia dove fossero “i ragazzi” a essere al centro del discorso. In questo brano parlo di un ragazzo, come ce ne sono tanti, e della caducità e della velocità  del nostro tempo, nel quale è facile perdere di vista le cose importanti, essenziali. Racconta di rallentare per apprezzare ciò che è già incredibile, come lo è la bellezza di questi ragazzi presenti nel video, il cui aspetto trasfigura man mano che il tempo scorre, in un flusso che li mescola gli uni con gli altri. Una volta capita la chiave, hanno fatto tutto Giorgio e Karol, che  hanno raccontato in modo personale la bellezza estetica ed emotiva di questi ragazzi che, come tutto, subisce l’effetto del tempo e per questo è mutevole, non è mai fissa nel tempo. Quando pensi di averla vista, sta già cambiando. Tutto è diverso da come sembra a prima vista. Dopodiché, un po’ per scherzo e un po’ perché anche i miei tratti si inserivano bene in questo flusso, mi hanno messa fra le immagini dei ragazzi.

Parlando sempre della sfera visiva, sembra che la fluidità continui a essere una caratteristica della tua musica. Se nel video di Comet scorrevi nell’acqua e dal vivo ti presentavi in costume intero da piscina, adesso a fluire sono i connotati, i generi. Dalla fluidità acquatica a quella identitaria. Lasciarsi plasmare, prender forma, cambiarla, non averne affatto, averne mille, insomma rimanere fluidi, essere malleabili, sembra un concetto a te caro. È così? Ti affascina? Sei una mutante?
È possibile (ride, NdR). Mi piacerebbe, sono appassionata dei film delle storie Marvel e DC Comics, oltre che di Star Wars! Mi piace sempre l’idea secondo la quale le mutazioni e l’acquisizione di nuove forme e caratteristiche provenienti da altri pianeti, specie, sia vista in maniera positiva, come un “super potere” e amo l’idea di tutto ciò che è alieno. Semplicemente, mi piace metaforicamente e non. Penso che sarebbe bello se davvero le persone, molte di più di quelle che già lo fanno ora, capissero che nel mix culturale, razziale e in generale nell’apertura risiede una grandissima forma di ricchezza e di stimolante curiosità. Per quanto riguarda invece l’aspetto fisico, come si può evincere da Rushing Guy,  i tratti, i generi, sono qualcosa che per me ha importanza per farti sentire “a tuo agio” con il tuo corpo, poco importa quello che ti diranno gli altri. Se sei riuscito a trovare un tuo equilibrio e una tua dimensione, e di conseguenza ti senti bene con te stesso, questa cosa si vedrà sempre ed è una cosa che a mio parere ti fa risplendere, in modo positivamente contagioso.

Sono rimasto colpito da un commento su YouTube, sotto il video di Rushing Guy, dove un utente scriveva “Mi sono così perso nel vedere il video che ho perso di vista il pezzo stesso, che è davvero bello!”, e forse in un primo momento è successo anche a me. Non hai il timore che a volte questo aspetto possa subissare la musica? O ne è l’elemento complementare, necessario a chiudere il cerchio?
Per me video e musica sono due cose quasi complementari. Affinchè la mia musica arrivi come vorrei che arrivasse, penso che la parte video sia fondamentale, perchè funge da chiave di apertura per un livello più profondo di immersione in essa.

Cosa ti ha influenzato artisticamente nella costruzione dell’immaginario di L I M? Se non sbaglio, fin dal liceo hai seguito studi in cui le arti erano il tuo pane quotidiano..
La mia formazione artistica è stata sempre costante, sin da quando ero molto piccola. Non faccio neanche più troppo caso al chiedermi se sto facendo qualcosa di artisticamente valido. Ogni volta che aggiungo al mondo qualcosa che prima non c’era, sono contenta. Una delle qualità che apprezzo di più della musica, come della dimensione video, è la “trasparenza”, cioè riuscire a catturare in una canzone o in un video qualcosa che sia autenticamente vivo, sentito e, dove è possibile, originale. Ma più che altro autentico, perchè non credo molto nell’esistenza di una qualità del tutto “originale”.

Un arricchimento che già durante l’ultimo Linecheck Festival a Milano riguarda anche il tuo live set. Ti ho vista sul palco non più sola, ma con Elia Pastori alle percussioni elettroniche. Sentivi che mancava qualcosa nel solo set? Portare dal vivo un progetto così intimo e “digitale” non deve essere facile, questa soluzione ti fa sentire più a tuo agio? La componente dei visual la farà sempre da padrona nelle prossime date?
Sono molto felice di aver incontrato Elia Pastori, perchè ha saputo entrate perfettamente in contatto con i pezzi di Higher Living e Comet e siamo stati capaci di trovare assieme degli arrangiamenti che amplificassero live le loro sonorità. Sicuramente L I M è un progetto nato con la voglia di avere sempre con se un corredo visivo. Higher Living è un lavoro molto intimo, come anche Comet, e non credo di riuscire a fare musica che non sia così, che non mi coinvolga sul piano emotivo. Forse, se non avessi incontrato Elia, sarei rimasta ancora sola sul palco, ma le cose succedono per un motivo e in effetti era da tempo che avevo voglia di rimettermi in sala a riarrangiare i pezzi per poterli suonare ancora piu’ “dal vivo”. Mi piace molto andare ad ascoltare concerti di musica elettronica, dove alla fine non è tanto l’esecuzione a essere fondamentale quanto l’idea musicale di base. Il percorso musicale di L I M ha molta materia musicale viva e suonata, oltre che concettuale, che si esprime nell’esecuzione live dei pezzi.

Puoi spiegarci la scelta del titolo? Nel tuo sito definisci Higher Living un posto. Cosa c’è in questo luogo? Cosa vi hai trovato e chi vi può accedere?
È diventato un posto in cui rifugiarsi, non è tanto un luogo fisico, quanto uno stato mentale. Gli ultimi anni sono stati un po’ stressanti e complessi, ci stiamo abituando a una soglia di rumore a mio parere eccessiva. Il rumore dei social, il rumore della routine quotidiana, delle azioni ripetute ogni giorno meccanicamente. Higher Living voleva essere uno spazio dove tutto questo “rumore” venisse quietato, dove si avesse la possibilità di ascoltare il proprio suono interno, il proprio silenzio, il respiro, i pensieri che  riempiono la nostra testa. I pensieri più intimi, se ancora ce ne possono essere. Per me Higher Living rappresenta un’architettura costruita in questo periodo di ricerca di intimità, un momento di isolamento durante il quale riflettere sui grandi “pugni” ricevuti in faccia o allo stomaco negli ultimi anni.

Ai tempi di Double Soul ci fu James Blake, di Comet Andy Stott, nella pacata grazia della tua voce la reminiscenza di Tracey Thorn degli Everything But The Girl. Insomma, sei una che si prende delle belle cotte musicali. Per questo lavoro mi sembra che a illuminarti nella via della produzione ci sia stato Arca, sia con il suo lavoro in proprio (vedi certe scelte stilistiche, i rumori di grilletti, quelli meccanici, i vuoti, gli spazi dilatati, le progressioni più robuste) che come producer per artiste come FKA twigs e Björk…
Come dico sempre, io non mi sento esattamente una cantante, ora canto perché avevo delle cose da dire per le quali la musica non bastava. Ma, chiusa parentesi, diciamo che Arca non è stata una delle maggiori influenze per questo disco, avevo ascoltato molto i suoi primi lavori, innamorata di FKA twigs. Per Higher Living in realtà le influenze più grandi arrivano dal passato, anche se non direttamente associabili perchè comunque totalmente reinterpretate e ascoltate facendo attenzione all’attitudine e alle atmosfere. Ci sono degli artisti in particolare che ho ascoltato con Riva: Moondog, Gil Scott-Heron, Miles Davis, Masami Kawahra & The Exotic Sounds, Pinuccio Sciola, Veruschka di Ennio Morricone, Phil Collins, John Martyn, John Hassell, Lucio Battisti, Piero Piccioni, Babatunde Olatunji, Grace Jones, Angelo Badalamenti, Arthur Russell, Drake, Frank Ocean, Henri Mancini, King Sunny Ade, Sampha, Sohn, Lana Del Rey, e molti altri. Tanti e molto diversi tra loro.

Al di là dell’elettronica e del legame stretto con le macchine, conservi una vena cantautorale. Che valore hanno i testi di queste nuove canzoni? Di cosa parlano? C’è un filo conduttore? A volte sembrano dei mantra…
Parlano di cose che mi sono successe, di piccoli frammenti di esperienze che ho avuto. In realtà, non molto positive. Ho usato la ripetizione di certe frasi proprio perchè questa rilasciasse l’aspetto negativo di quei ricordi e li facesse scivolare via, liberandomi dal loro peso. Tutto è partito dal fatto di legare ogni brano a un gesto che ho ripetuto tra la stesura di un brano e l’altro: bere man mano una piccola sorsata di tisana o thè caldo e, grazie al suo effetto calmante, andare avanti. Uno dopo l’altro, sono riuscita a “esternare” emozioni legate a ricordi di un passato più recente, ma anche altri lontani nel tempo e mai davvero sepolti. Per potermi liberare di essi. O almeno sentire di poterlo fare.

Con il tuo primo EP hai avuto modo di sondare il terreno anche fuori dai confini nostrani. Visto che da poco è nato l’Italian Music Export e la tua musica si presta a un panorama internazionale, pensi di spingerti oltre e confrontarti ancora più con il mondo fuori dall’Italia?
Spero di sì, vorrei che questo lavoro raggiungesse più persone possibili, dentro e fuori i confini italiani.

Musicalmente l’Italia tende a volte a prendere, assorbire e nel peggiore dei casi emulare ciò che viene da fuori. Nonostante, immagino, la tua musica abbia una visione globale e ben poco geolocalizzata, c’è una cosa su tutte che noi italiani possiamo insegnare all’estero?
Il fatto stesso che fare musica in Italia sia difficile e la tenacia con cui ci sia qualcuno che nonostante tutto ci provi, è secondo me un valore aggiunto. I re del problem solving (sorride, NdR). Anche perchè poi, a livello musicale, ci sono ormai cosi tanti buoni esempi in Italia che è chiaro che non abbiamo niente di meno rispetto a realtà musicali estere, se non una maggiore difficoltà perchè il nostro mercato è piccolo e disseminato di ostacoli pratici. Un mercato ridimensionato, dove quelle che sono realtà mainstream risultano moderatamente grandi  e di conseguenza quelle “medie” e “piccole” sono in proporzione ancor più piccole rispetto a un mercato inglese o americano, dove ci sono molti più investimenti e realtà consolidate da tempo. Ma diciamo che con Internet e la distribuzione digitale il discorso si sta facendo più fluido, complesso e globale. Siamo tutti più raggiungibili ed estendibili ora come ora.

Cosa ti piacerebbe fare in un futuro prossimo sia come L I M sia come Sofia?
Mi piacerebbe molto viaggiare, ancora di più di quanto faccia adesso. E sarebbe bello poter seguire la lavorazione della colonna sonora di un film.

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