La Roux

L’electropop va in Paradiso

È la rossa più rossa del pop. Elly Jackson, in arte La Roux, è stata una delle protagoniste del 2009 con uno di quegli esordi bomba che non si fanno certo dimenticare.
La Roux
L'electropop va in Paradiso

Pezzi come In For The Kill, Bulletproof e I’m Not Your Toy ci hanno accompagnato facendoci ballare. La sua musica è un synthpop che si ispira più al passato che al presente, pur riuscendo a essere sempre fresca. Elly dice di essere cresciuta con Nick Drake, Carole King e Joni Mitchell ma le sue canzoni rivelano un amore sconfinato per l’electropop anni ’80 e per gruppi come Depeche Mode, Tears For Fears, The Human League. Trouble In Paradise è il suo secondo disco. Insomma, La Roux is back! E noi l’abbiamo intervistata.

Ciao Elly, sono passati ben cinque anni dal tuo esplosivo debutto: cos’è successo nel frattempo?
Sono successe tante cose… Io e Ben Langmaid abbiamo approntato una prima versione del disco nel 2011, abbiamo passato un paio di settimane a scrivere che direi non sono andate molto bene per tanti motivi, soprattutto da un punto di vista creativo. Io stavo guarendo dai miei problemi con la voce per cui ci siamo rimessi di nuovo a comporre insieme in estate, ma alla fine ci siamo separati. Quindi ho dovuto ricominciare da capo, facendo l’album che senti oggi più o meno nel 2012.  Ci sono stati la mia mancanza di voce, problemi personali, rotture in generale da risolvere e poi la produzione del disco.

Trouble In Paradise comincia con Uptight Downtown, dove mi è sembrato di sentire un’eco di Let’s Dance di David Bowie, è così?
Sì, abbiamo ascoltato molto quel pezzo durante la produzione di Uptight Downtown… Credo che ogni disco rifletta i gusti musicali del suo autore, questo in particolare per la musica elettronica che in questo periodo è un ambito particolarmente creativo.

Quali dischi ti sono piaciuti maggiormente tra le ultime uscite? O forse la tua ispirazione proviene più dal passato?
La mia ispirazione per Trouble In Paradise viene sicuramente dal passato. Ci sono alcuni dischi usciti da poco che apprezzo, ma non mi hanno influenzato per la musica che voglio creare io. Il nuovo dei Jungle mi piace, per esempio. Penso che ci siano produzioni molto buone.

Per il brano Tropical Chancer hai collaborato con Grace Jones, raccontaci qualcosa.
No, no, no… Non ho lavorato con Grace Jones. Ho usato un campionamento, ho scritto quel brano tre o quattro anni fa. Ero impegnata in una session con Chet Baxter, l’ho scritto, arrangiato e poi l’abbiamo prodotto. Però dovevamo dare il merito a lei a causa di un accordo e in seguito lei ha preso il 15%, una cosa veramente difficile da accettare.

All’inizio c’è stata Discothèque degli U2, poi Idioteque dei Radiohead. Cos’è per te la Sexotheque?
È semplicemente un sex club. È il racconto di una persona dipendente dal sesso. Non c’è un significato nascosto.

Mi sembra che Trouble In Paradise ruoti intorno al sesso, è un argomento particolarmente importante per te al momento?
Non direi che è particolarmente importante, voglio dire che è importante, sì, ma non nel senso di sesso fine a se stesso. Quello che mi interessa è il modo in cui il sesso è stato rappresentato nella musica fin da quando ero piccola, un modo che trovo schifoso. Non restituisce per niente il sesso reale. Penso che sia pornografico. È degradante ed è una forma di arte molto, molto, molto bassa.  Il punto è che il mio disco non tratta affatto di sesso. C’è una specie di sfacciataggine, di impudenza leggera. Non è sporco, né banale… C’è un elemento di mistero. Io percepisco la sottigliezza. Nella musica è stata persa la delicatezza, che si parli di spogliare una ragazza oppure di scopare sul cesso… Io volevo qualcosa che ti fa sentire sexy, ma non nel senso che ho appena scopato qualcuno… Capisci? Non in maniera volgare e nemmeno così ovvia, perché ci sono tante altri modi per pensare al sesso.

L’album contiene anche due canzoni romantiche, Paradise Is You e Let Me Down Gently, che ascoltate una dopo l’altra sembrano quasi l’inizio e la fine di una storia d’amore, sei d’accordo?
No, non è così, è l’opposto a dire la verità. Non trattano della stessa storia d’amore. Una canzone tratta di una storia d’amore vera e una non è per niente una storia d’amore. Let Me Down Gently non è proprio una storia d’amore, infatti… È più una sorta di… È difficile spiegarlo, perché è molto personale. È come una canzone scherzosa che tratta di una situazione che stava andando male, in cui io immaginavo quello che succedeva nella mia mente. Paradise Is You, invece, è il riflesso di una storia d’amore reale.

Progetti per l’imminente tour?
L’aspetto principale, per me, è perfezionare la band per far sì che il live renda nel modo migliore possibile.

Siamo impazienti di venire a vederti suonare, ma non c’è ancora una data italiana.
Non ancora. Ma senz’altro ci sarà. Andremo ovunque.

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