Lay Llamas

Musica da dance floor per cavernicoli in tuta spaziale

E' più o meno così che suona "Ostro" - e ancora di più la sua versione live - una delle belle sorprese che ci ha regalato finora il 2014. Kosmic music e Kubric, post punk e letteratura di viaggio, afro kraut retro-futurista e paganesimo rituale, filtrato attraverso un'interpretazione evocativa e personale che, con la sua peculiarità, ha catturato l'attenzione di Rocket Recordings.
Lay Llamas
Musica da dance floor per cavernicoli in tuta spaziale

Lay Llamas è il progetto di Nicola Giunta, a cui si è aggiunto Gioele Valenti (già Herself) e che, dal vivo, si trasforma in quintetto (Matteo Pin alla chitarra, William Zancan alla batteria e Gianluca Herbertson ai synth e sampler) per ampliare le potenzialità del viaggio siderale. In    questi giorni, sono in tour in Inghilterra in supporto ai Goat e, dopo averli visti di recente al Liverpool International Festival Of Psychedelia, possiamo confermare quanto, dal vivo, la loro performace tribale e visionaria abbia un impatto sempre maggiore, distinguendosi profondamente da gran parte del revival psichedelico attualmente in circolazione. Quando il loro spacecraft passerà dalle vostre parti, non lasciatevelo scappare.

I titoli di Ostro sembrano esplicare la sensazione di viaggio – partenza/perlustrazione/ritorno verso casa – intrinseca alla musica, ai climax dell’album. Anche sul vostro blog c’è una sorta di breve racconto sulla provenienza di Lay Llamas: da quale luogo lontano e immaginario è giunto fino a noi?
Nicola Giunta: Lay Llamas nasce poco più di due anni fa, dopo aver letto di questa misteriosa popolazione realmente esistita nella zona occidentale dell’attuale Nigeria e le cui uniche notizie sono collocabili in un periodo storico ben preciso: l’ultimo quarto del secolo XI. Le cose che mi incuriosirono di più furono la loro conoscenza, assolutamente incredibile per l’epoca, dell’astronomia, e i rituali praticati in occasione di periodiche congiunzioni astrali durante i quali tutta la tribù cadeva in una forma di morte apparente al risveglio della quale alcuni dei componenti scomparivano misteriosamente. Così facendo, questa società tribale si estinse completamente. L’anno 1092 segna la data dell’ultimo rituale. La musica di Lay Llamas prova a ripercorrere quelle lande spaziotemporali.

Gioele Valenti: Ostro è il frutto di una dichiarazione d’amore nei confronti del viaggio e, a mio modo di vedere, sarebbe riduttivo ricondurre il tutto ad una storia particolare: è vero che l’immaginario dietro al disco è una sorta di epica tribale, ma è altresì vero che i titoli, e le connesse “non-storie”, riguardano archetipi universali. Archaic Revival, ad esempio, ha a che fare con un non-luogo fatto di ricerca, ritorno a una premoralità genesica (pagana?), a un grado zero della cultura che coincide con la parte migliore dell’umanità. Con Nicola sì è discusso sul “concetto” dietro al disco, senza però sclerotizzare stilemi o creare a tavolino: entrambi ci siamo dati delle suggestioni vaghe, sì da mantenere il tutto in costante fluidità creativa.

Qual è invece la storia “reale” di Lay Llamas?
Nicola: La mia idea di partenza era di creare dei percorsi sonori aperti, ma comunque già caratterizzati, da condividere con altri musicisti. Molti dei pezzi contenuti nelle prime due tape – quella omonima e lo split The Swamp Tape Crash con Eugenoise, uscite rispettivamente per Jozik Records e Old Bicycle Records – così come la maggior parte delle tracce contenute in Ostro, nascono in questo modo. I contributi, vocali o strumentali che siano, nascono quindi come un’interpretazione dell’idea di base che fornisco, e in maniera quasi sempre fluida e naturale finiscono per arricchirla.

Ostro è il nome di un vento del Mediterraneo e l’album è stato registrato nei pressi del Tempio di Hera. Si tratta solo di suggestioni o c’è una reale influenza di questo contesto nella vostra musica?
Nicola: Allo stesso modo delle suggestioni legate dalla storia della tribù nigeriana, la mitologia greca – che in Sicilia si percepisce in maniera diretta – ha fornito non pochi input. Ma rappresenta solo uno dei tanti elementi che compongono un quadro più esteso e multiforme. In termini musicali, o sonori se preferisci, non credo sia possibile riscontrare alcuna influenza. È l’idea di viaggio, che nel caso dei greci li portò a spostarsi via mare verso le coste meridionali della Sicilia, uno degli elementi che in maniera più evidente caratterizza la musica di Lay Llamas, e in particolare i brani di Ostro.

Gioele Valenti: La demarcazione tra realtà e suggestione, in un medium come la musica, è davvero labile; credo si tratti di una differenza molto simile a quella tra il sentire e l’ascoltare. La Sicilia è una sorta di tempio globale, con le sue contraddizioni esprime al meglio il dualismo di sacro e profano, e dunque a un livello vibrazionale fa risuonare delle corde molto profonde… Non è un caso che Ostro, nelle sue varie sfumature, si sia in qualche modo “cullato” nel milieu culturale dell’isola, intesa non solo come realtà geografica, bensì come afflato pan-mediterraneo tout court – se la Civiltà Europea affonda le sue radici nella grecità, è vero pure che dalla Grecia derivano la musica, la sua Teoria e connessa terminologia.

Oltre all’aspetto “rituale-pagano”, l’ampia varietà cromatica di Ostro include anche varie espressioni psichedeliche, dalla musica cosmica/krauta/space a forme più acide o ambient, fino all’aspetto tribale e percussivo: quali sono i vostri riferimenti musicali, dovendo citare band, artisti, compositori, aree geografiche di riferimento?
Nicola: penso, o almeno spero, che nelle musiche di Lay Llamas si possano rintracciare elementi stilistici anche molto differenti fra loro che provano a creare un equilibrio policromo, ma pur sempre precario, perfettibile e in continuo mutamento. Va da sè che in tutto questo non c’è nessuna pretesa di originalità a tutti i costi. E non potrebbe essere diversamente, vista l’idea (musicale) alla base del progetto: creare dei percorsi, magari accidentati, che colleghino zone, epoche e linguaggi lontani fra loro. In tutto questo sono ovviamente riscontrabili dei modelli di riferimento anche ben precisi. Ma sarebbero talmente numerosi, spesso utilizzati in maniera automatica e quasi inconscia, che elencarne i nomi non avrebbe senso.

Gioele: Credo che il buon riscontro di Ostro sia dovuto, appunto, all’eterogeneità delle forze poste in campo. Pur riconoscendomi nelle tue citazioni musicali, dalla kosmische a la Can al post punk dei Joy Division, passando per la ricerca classico-contemporanea di Stockhausen, devo dire che i miei referenti – almeno quelli direttamente riscontrabili sul disco – riguardano quasi esclusivamente materia letteraria, diciamo al crocicchio tra l’etnobotanica fungina di Terence McKenna e le ucronie di Peter Kolosimo, oltre ad una buona dose di esperienze personali. Questo perché, pur non essendoci imposti nessun viatico, in realtà s’è sempre avuto in mente un’estetica forte e, se non una meta precisa, almeno un vago punto d’approdo.

E infatti, l’aspetto narrativo e afro futuristico, induce a pensare che ci siano anche delle influenze extra musicali nella creazione di Lay Llamas: quali?
Nicola: Lay Llamas nasce da influenze e suggestioni visive/visionarie che solo a posteriori si traducono in suoni organizzati. Anche in questo caso avventurarsi nella classica lista di nomi-opere-autori sarebbe poco utile. Probabilmente un’esperienza in particolare, anche in questo caso extra musicale, ebbe non poca influenza sulla nascita del progetto. Nella primavera del 2012, dopo aver messo in giro i primi rough mix per tastare un po’ le reazioni, ho avuto modo di conoscere il lavoro della fotografa catalana Cristina De Middel intitolato The Afronauts, ispirato a un fantomatico programma spaziale realmente avviato fra il ’62 e il ’64 dal governo dello Zambia. Il progetto non andò avanti perché le Nazioni Unite negarono un finanziamento di 700 milioni di dollari che avrebbe potuto cambiare le sorti dell’umanità. Provai anche a contattare Cristina – avendo come l’impressione che il suo progetto, in termini ideali, si avvicinasse parecchio a quello che stavo provando a focalizzare con Lay Llamas – e le feci ascoltare la traccia che avevo appena finito di missare: African Spacecfraft (2092: lift-off, journey and landing). Ne rimase entusiasta. Un paio di mesi dopo l’etichetta finlandese Jozik Records mise in giro la prima omonima tape a nome The Lay Llamas.

Gioele: Mi sono sempre sentito uno scrittore, dunque l’aspetto meramente diegetico è connaturato al mio modo di vedere la musica. La narrazione condivide ampi bordi con il viaggio, inteso come spazio percorso da un vettore… Oltre alla letteratura di viaggio/esplorazione, citando gli ovvi Thoreau, Stevenson e lo straniante esotismo di Jan Jacob Slauerhoff, penso che in Ostro siano confluiti anche il mio amore per il cinema – gli spazi rischiosamente inesplorati di Nicolas Winding Refn o il freddo stupore di Gus Van Sant – e per l’occhio: mi piace per esempio il pop afrofuturista di Emily Forgot.

foto di William Cloakture

Come è nato Ostro? Intendo dire, ci sono parecchi passaggi che sembrano frutto di improvvisazione, o comunque di session abbastanza “sciolte” (vedi Archaic Revival, ad esempio), eppure l’album è molto definito/rifinito nei suoni, anche il cantato segnala la volontà di non allontanarvi troppo dalla cosiddetta “forma canzone”.
Nicola: in realtà nei pezzi di Ostro non c’è molto di improvvisato. O meglio, non nel senso classico della jam session per intenderci. C’è invece tanto materiale registrato in diretta, senza ripetizioni o take aggiuntive. Provando ad assecondare ciò che mi passava per la testa in quel momento e traducendolo in suoni. Poi ogni traccia ha una storia a sé. Per farti un esempio, la stessa Archaic Revival nasce dall’unione di tre linee espressive differenti: la parte iniziale del brano – creata in buona parte da Eugenio Luciano (Eugenoise, NdR) – con quella sorta di inquietante sciame sonoro, la successiva parte strumentale basso-batteria-arpeggiatore che procede dritta fino alla fine, e la voce di Gioele che si somma al tutto fungendo da testo narrativo.

Gioele: In Ostro c’è molta fluidità di metodo. Un vago canovaccio sulla base di poche semplici premesse ha dato avvio ad un lavoro espressivamente “libero”. Per quanto riguarda la forma canzone, da songwriter cerco sempre di riportare le cose sul terreno di una compiutezza, se non rigidamente formale almeno sostanziale. Penso che esistano dei criteri altrettanto concreti nell’improvvisazione, che sia un’arte di difficoltà suprema se affrontata con serietà: è amore per il rischio, ma anche per le cose intelligenti. Si può perdonare la cattiveria, ma non la stupidità.

Non siete mai usciti per etichette italiane: prima la tape per Jozik, poi lo split con Eugenoise per Old Bicycle Records e infine Ostro per Rocket Recordings. Come siete entrati in contatto con queste label? In particolare, come è andata con Rocket? C’è una vostra predilezione nel pubblicare con label straniere, forse anche vista la natura “universale” della vostra musica, o forse è solo che all’esterno hanno intuito meglio e prima il vostro potenziale?
Nicola: allo stesso modo di altri miei progetti (summerTales, Mouse and Sequencers, Armali Lari), quando ho iniziato a contattare le prime etichette in merito a Lay Llamas non mi sono mai posto il problema della loro collocazione geografica. Voglio dire, sarebbe quantomeno inattuale farlo visto e considerato come hanno preso a funzionare le cose da alcuni anni a questa parte. Inviare una e-mail, o un disco in versione digitale, in Australia piuttosto che ad Avellino richiede lo stesso tipo di sforzo. Senza dimenticare che si possono contattare entrambi! Per dovere di cronaca ti dico che inviai le tracce finite poi sulla prima tape per Jozik anche ad alcune etichette italiane, non molte in realtà. Ma è un processo assolutamente normale. Non riesco a vedere necessariamente collegate le due cose (gruppo italiano = etichetta italiana). Se così fosse la troverei, con le dovute proporzioni, una cosa simile al fanatismo da mondiali di calcio che viviamo, volente o nolente, ogni quattro anni: ognuno supporta in maniera incondizionata la squadra del proprio paese perdendo di vista il tema centrale della faccenda. Sia esso musica, sport o altro. A Chris Reeder di Rocket inviai le stesse tracce di cui sopra. Gli piacquero molto e le inserì nella playlist mensile dell’etichetta. Da lì un fitto scambio di e-mail che portò, nell’ordine, all’inserimento di un brano nella compilation celebrativa per il quindicesimo anniversario della Rocket Recordings, intitolata Crystallized, e quindi alla proposta da parte sua di lavorare ad un disco. Il tutto in maniera molto naturale, rispettosa e piacevole per entrambi.

Gioele: Si sa, l’Italia non è un Paese per talenti non allineati. Un musicista, in Italia, deve fare musica leggera (intesa non come genere, ma come peso specifico) e in italiano.

Dal vivo, a spiccare è la componente ritmica e percussiva. Come avete adattato la complessità e varietà del vostro suono alle esigenze del palco? Tra il vostro primo live al Thalassa ad aprile e l’ultimo a Liverpool ho trovato un’evoluzione, in termini di compattezza del suono, coesione della band e potenza, davvero significa.
Nicola: la fase di arrangiamento del set per i live avvenne in una fase appena successiva alla realizzazione di Ostro. Trovandoci insieme agli altri ragazzi del gruppo a dover proporre alcuni dei pezzi contenuti nel disco, ci siamo subito resi conto che provare a riprodurne dettagli e sfumature “da studio” sarebbe stato impensabile. E anche poco sensato in una dimensione live. Abbiamo quindi ridotto tutto ai minimi termini: un battito, un accordo, una nota, una melodia. Il tutto ripetuto in maniera ossessiva e sistematica. Ne è venuta fuori una sorta di musica da dance floor per cavernicoli in tuta spaziale.

L’attenzione agli artwork è una peculiarità di Rocket, leggevo che quello (bellissimo) di Ostro è proprio a cura di Chris Reeder: vi ha detto cosa rappresenta, da dove gli è arrivata (oltre chiaramente dalla vostra musica) la suggestione per realizzarlo?
Nicola: Chris ed io iniziammo a discutere dell’artwork ben prima che il disco fosse pronto per la pubblicazione. Essendo questo un aspetto al quale tengo parecchio, si è pensato a varie soluzioni. Fin da subito, però, concordammo su una cosa: creare un’immagine/simbolo che rappresentasse il disco anche senza affiancarlo necessariamente al titolo. Chris mi propose quindi questa trama geometrica circolare, che mi piacque fin da subito. Per lo sfondo invece abbiamo valutato più di una soluzione. Si tratta del particolare di una foto dell’artista Pi Lens. Quando Chris me la mostrò iniziai a osservarla con attenzione, notando varie chiavi di lettura. Sulle prime, ciò che salta all’occhio sono i colori accesi, elemento comunque importantissimo nell’equilibrio dell’artwork. Poi mi accorsi che l’immagine comunicava anche una forte idea di movimento, è molto dinamica. Se guardi bene, quelle forme e quei profili sembrano rappresentare allo stesso tempo mari in tempesta, montagne immobili e venti che soffiano. La foto del retro copertina sembra invece una sorta di cunicolo spaziotemporale simile a quello nella scena finale di 2001: Odissea nello spazio. L’artwork del disco è completato da un altro elemento fondamentale: il colore del vinile. Si tratta di una particolare tonalità di porpora, chiamato “ostro”.

In questi giorni siete di supporto ai Goat per le date del inglesi del loro tour europeo: come vi siete preparati ad affrontare questa grande opportunità? Curioserete per vedere chi c’è dietro le maschere della band?
Nicola: Scopriremo le loro identità e le renderemo pubbliche! Poi li ricatteremo obbligandoli a fare uno split con Lay Llamas.

Gioele: Una bella prova di coesione, per la band. E In genere, ciò che sta dietro ad una maschera è bene che rimanga celato.

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