Lester Bangs

Greil Marcus ricorda l'amico e collega

35 anni fa moriva Lester Bangs. Ce lo racconta il critico rock Greil Marcus, suo amico e collega
Greil Marcus racconta Lester Bangs

Nato a San Francisco nel 1945, Greil Marcus è scrittore e giornalista musicale. Da oltre cinquant’anni si occupa di cultura pop e di rock scrivendo per importanti testate come “Rolling Stone”, “Esquire”, “New York Times”. Di Lester Bangs, critico spietato e folle, scheggia impazzita della scena rock anni 60 e 70, ha curato la mitologica antologia Guida ragionevole al frastuono più atroce del 1986.

Greil, nell’introduzione a Guida ragionevole al frastuono più atroce scrivi: “non è facile parlare di un amico scomparso senza scadere nel melodrammatico (…) forse il tono più onesto sarebbe quello malinconico, ma è il più difficile da azzeccare”. Ora che sono 35 anni dalla morte di Lester Bangs, cosa senti quando parli di lui?
Mi manca molto. Mi capita spesso di immaginare a cosa starebbe pensando in questo momento o a cosa scriverebbe di Trump. Se ci saremmo immersi nell’hip hop, e in generi lontani a noi, o se avremmo abbandonato la musica dedicandoci a libri su vecchi musical d’amore che nessuno avrebbe mai pubblicato. Ma non ci sono risposte per tutto questo.

No, purtroppo no. Proviamo però a fare un passo indietro. Quando e come vi conosceste?
Fu così: mi colpirono alcune recensioni che aveva inviato a Rolling Stone. La prima fu su Kick Out the Jams degli MC5: un articolo duro, Lester odiava quel disco, lo comparò a qualcosa dei Troggs. Poi, quando nel giugno del ‘69 divenni caporedattore alle nuove uscite, scoprii che mandava al giornale fino a 15 recensioni a settimana!… la maggior parte ignorate. Ecco, io presi due suoi pezzi (uno sugli It’s A Beautiful Day e l’altro su Trout Mask Replica di Captain Beefheart) e li misi a centro pagina. Non perché quegli album mi interessassero particolarmente, ma perché mi premeva mostrare la sensibilità critica di Bangs. E infatti, quando le sue recensioni apparvero su RS, le case discografiche iniziarono a inviargli montagne di dischi e Lester andò nel pallone: sentiva la responsabilità di scrivere su tutto ciò che riceveva! I suoi pezzi erano unici, erano recensioni ma anche cronaca della sua emergenza di critico.

Tra voi avveniva tutto a distanza, no?
Sì, ma a un certo punto volemmo incontrarlo di persona. Al giornale ci chiedevamo: “ma chi è davvero questo tizio?” Così, con John Burks e Langdon Winner prelevammo un gruzzoletto dalle casse della redazione e pagammo a Lester un aereo da San Diego a San Francisco. Prima stette da me, ma mia moglie era incinta di otto mesi e lui voleva che tutto fosse fatto per sé… trattava le donne un po’ come soprammobili. Poi si trasferì a casa di Langdon giù per la collina. Dopo tanti giorni di ascolti e chiacchiere, dopo averlo presentato a tutta la redazione di Rolling Stone, Lester tornò a casa sua, a La Jolla (San Diego). Eravamo entusiasti di averlo conosciuto.

Un bell’incontro, quindi.
Sì, almeno per noi. Dico questo perché dopo la sua morte, quando misi assieme le centinaia di lettere che Lester aveva scritto nel corso degli anni, ebbi una brutta sorpresa: per lui la visita a San Francisco era stata un trauma, un’esperienza deludente, qualcosa che non aveva mai superato. Era convinto che l’avremmo assunto ma non funzionava così! Lester scrisse di essersi sentito rifiutato ma, credimi, nessuno l’aveva rifiutato! Volevamo conoscerlo, eravamo entusiasti di lui. Scoprii anche che patì molto quando gli dissi di trasferirsi da Langdon Winner, ma la verità è che le circostanze non furono favorevoli. Tutto ciò non lo esternò mai nelle lettere che ci scambiammo tra il ’69 e la sua morte e neanche nelle nostre lunghissime telefonate notturne. Non sai quante volte mi mollava ad aspettare dall’altro capo del filo perché si doveva allontanare un attimo e si dimenticava che stava al telefono con me. Io attendevo, di là il silenzio, poi cadeva la linea.

In Almost Famous Cameron Crowe lo dipinge come un uomo meno inquieto di quanto lo racconti tu.
Quando uscì il film mia moglie mi disse: “questo non è il Lester che abbiamo conosciuto noi”. Non lo so, forse sì, forse no. Cioè, Seymour Hoffman riuscì a catturare la sua predicazione, la sua cura, ma, ecco, i consigli che nel film il suo personaggio dà al ragazzino erano dritte da fratello maggiore che gli davo io nella vita reale. Lester ha sempre voluto che fossi io a curare il suo primo libro, mi mandava spesso pezzi che non riusciva a farsi pubblicare perché lo aiutassi a trovargli spazio. Poi morì e io decisi di curare Guida ragionevole al frastuono più atroce, raccolta di cui inizialmente non avevo alcun diritto legale.

A proposito di percezioni controverse: Lester è raccontato sia come celebrità della scena rock ma anche come uomo solo. Dove sta la verità?
Per quel che mi riguarda ho conosciuto Lester solo nella sua versione solitaria, non mi risulta fosse uno che girava per i bar.

Parlando invece di stile di scrittura, fu accostato al “giornalismo gonzo”.
Ah ma quella è roba di Hunter Thompson! Usò quella parola per descrivere la propria scrittura. Io credo che “gonzo” sia un termine eroico e auto-compiaciuto che significa tipo: “vai pazzo! Dì qualsiasi cosa, la verità è là fuori da qualche parte, inventa se è necessario ma affonda le mani e torcile il collo”. Però sia Paura e disgusto a Las Vegas che Paura e disgusto in campagna elettorale, 1972 erano opere umaniste, non follie. Erano classici non roba anarchica.

E Bangs? Il suo approccio ha influenzato il tuo modo di scrivere?
Mi ha ispirato tantissimo. E quando mi sentivo rigido, bloccato, auto-contenuto, congelato, mi sedevo e leggevo un centinaio di sue pagine e improvvisamente mi svegliavo dal torpore. Qualcosa del genere mi capitava solo con i racconti di Hemingway.

Lester Bangs, critico americano. Visse in California, a Detroit, a New York. Ma quale pensi sia stato il suo habitat naturale?
Non lo so, ma di sicuro non la California.

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