Luminal

Rompere le regole

"Amatoriale Italia" è uno degli album nostrani che più ci hanno sorpreso in questo 2013. È arrivato il momento per un confronto con il dissacrante trio romano.
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In attesa di lanciare l’anteprima del nuovo video di Donne (du, du, du), ci siamo confrontati con Alessandra Perna e Carlo Martinelli, due terzi della band completata da Alessandro Commisso.

Amatoriale Italia è il vostro terzo album, ma rappresenta con ogni probabilità l’approdo a uno stile davvero personale. Come siete arrivati, da un punto di vista sonoro, a questa evoluzione?
AP:
In realtà non è stata una vera e propria evoluzione, è stato più un cadere per terra, rialzarsi, togliersi la polvere di dosso, e poi sorridere, con le gengive sporche di sangue.

Voci, basso, batteria, armonica. Il punk rock fatto senza chitarre?
AP:
Fare un disco basso, batteria e voce è stata una sfida. Far funzionare delle canzoni senza la chitarra, imparare a suonare il basso, mettere in primo piano la batteria. Punk significa sfida, significa rompere le regole, non necessariamente quelle della società, ma quelle che ti hanno guidato per un lungo periodo di tempo, e l’unico modo è farlo in maniera brusca e selvaggia, allontanarsi da quello che ti hanno insegnato per capire come migliorare, per avere la possibilità di vivere mille vite. Il punk non ti racconta perché sia morta l’ideologia, il punk ti dice che l’ideologia non è mai esistita, perché è sempre stata solo un cappotto pesante e ingombrante dove nascondersi, e che l’unica cosa che conta è agire, muoversi, spezzarsi le gambe, piangere, litigare, fare del male a te stesso e fare del male agli altri, allontanarsi, tornare indietro, chiedere scusa.

Non è solo la musica a colpire, ma anche i testi, i video, l’(anti)immaginario che avete elaborato… Ecco, forse questo è il principale motivo per cui l’album finisce per dividere. Siete consapevoli che, pur volendo prendere le distanze da tutta una serie di bassezze tipicamente italiane, alcuni vi accuseranno di voler inseguire la provocazione a ogni costo?
AP:
Noi non prendiamo le distanze dalla bassezza italiana, noi siamo italiani e raccontiamo quello che conosciamo. Chi dice che non si sente italiano mente prima di tutto a se stesso. Siamo un popolo di pazzi, e se traessimo ispirazione da questa realtà per creare di nuovo arte, come abbiamo fatto fino agli anni 80, torneremmo ad essere i più fighi del mondo.

Rispetto a molte band o cantautori italiani degli ultimi tempi, che usano citazioni e riferimenti con una certa ambiguità di fondo (quell’ambiguità che permette di essere velatamente ironici senza criticare in maniera netta), i testi di Amatoriale Italia sono totalmente espliciti, tanto da correre a volte il rischio di respingere (si torna, in fondo, all’attitudine punk).
AP:
Volevamo essere totalmente chiari, dire quello che pensavamo senza filtri, come facciamo nella vita di tutti i giorni, con il rischio di fare danni. In effetti sto pensando che i nostri amici, il sabato sera, hanno sempre i cellulari non raggiungibili. Maledizione.

Mettendo assieme pezzi dedicati allo sfascio culturale, ai danni imbastiti dai social network, alla vacuità delle pose o delle etichette autocostruite per far finta di possedere un’identità e così via, ne esce fuori un’Italia realisticamente di merda. Come si è innescata l’esigenza di analizzare con sguardo talmente lucido/spietato ciò che ci circonda? Dove collochereste la speranza?
AP:
Sono due i comportamenti che noto di più in questo periodo: aspettiamo che il nostro vicino fallisca pensando che questo ci porterà al successo e non sappiamo più divertirci.  La speranza è lì in mezzo, da qualche parte.

Donne (du, du, du) e Lele Mora: elencare certi personaggi dell’orrore con tanto di nomi e cognomi serve a esorcizzare oppure può finire per rafforzarne il diabolico potere mediatico?
AP:
Qui siamo oltre il potere mediatico. Quei nomi fanno parte del nostro immaginario, della nostra vita e della nostra sensibilità. E in fondo speravamo che almeno uno di loro ci invitasse a cena.

Soffermiamoci su Giovane musicista italiano, vecchio italiano o C’è vita oltre Rockit. Adesso che nella scena indipendente ci siete volenti o nolenti dentro sino al collo (avete anche vinto di recente il premio come miglior gruppo dell’anno al MEI, per dire), come sta andando? Come riuscite, cioè, a rapportavi all’ambiente?
CM:
La prima scoperta inquietante è stata che questo genere di riconoscimenti in teoria fanno schifo a tutti ma quando poi arrivano improvvisamente si decuplica l’attenzione, anche da parte di chi dovrebbe trovare ridicolo tutto il baraccone. Detto questo, non è successo nulla finora e per noi non è cambiato nulla nella vita reale, ma quel poco che è successo è indubbiamente molto strano.  Di sicuro non ci aspettavamo né di venire candidati né di vincere un premio simile, né di ricevere tutta questo interesse dalle riviste, ecc ecc. La viviamo combattuti tra il “yeah siamo fortissimi, sta succedendo la rivoluzione, adesso diventiamo la cosa più potente del mondo ma restiamo artistici e fichissimi e ci creeremo una scena nuova fatta solo di band della madonna e cambierà tutto e l’Italia diventerà una specie di paradiso tropicale dell’indie rock” e il “ecco, adesso ci adagiamo, siamo dei venduti, i pezzi nuovi saranno orrendi, però ci spingeranno comunque perché ormai siamo quelli da spingere, e diventeremo in una settimana la versione sfigata di provincia degli U2 fase finale prima di finire in un dimenticatoio tipo Jalisse”. In tutto questo per fortuna la teoria più accreditata è quella più realistica: “uh, se gli è piaciuto il disco buon per loro e per noi, speriamo ci faccia suonare di più dal vivo, altrimenti sarà stato comunque divertente”.

Stella era una ballerina e stava sempre giù e Una discografia di Cohen presentano riferimenti divertenti. Cosa amano ascoltare in realtà i Luminal e chi sentite affine?
CM:
Ascoltiamo molte cose e molto diverse tra loro, e questo vale per ognuno di noi e per noi tre messi insieme. Amatoriale Italia nello specifico prende come riferimento i Mclusky e gli Shellac e i PIL su alcune cose, musica elettronica e hip hop su altre, il cantautorato italiano, in senso molto ampio, su altre ancora (da Gaber a Battisti).

Come vi approcciate alla prova del palco? Mi avete detto di aver fatto inizialmente fatica ad abituarvi a proporre le canzoni nuove davanti a un pubblico, ma dall’altra parte queste canzoni dal vivo arrivano senz’altro a destinazione con impatto ancora maggiore, senza filtri.
CM:
La fatica è stata di Alessandra nella parte iniziale e di arrangiamento, ha dovuto imparare da zero un altro strumento, adesso invece va spedita. Alessandro è l’unico che sta nel suo mondo per cui è il più tranquillo, maledetto. Io mi considero un musicista e non un cantante, per questa ragione ogni volta i concerti sono un massacro emotivo, e questo magari rende la cosa più interessante per il pubblico, perché la devastazione sul palco ha molto poco di finto o studiato, e quella invisibile è anche più grande. Però preferirei trovare il modo di gestirmi senza il salvagente della chitarra elettrica il prima possibile. Fino ad allora c’è molto alcol e molta confusione, ma pare la cosa piaccia quindi amen.

In Dio ha ancora molto in Serbia per me cantate anche di un’intervista in cui parla solo il giornalista di turno. Cosa state odiando di più, per adesso, delle varie interviste accumulate? Offendetemi, se necessario, come preferite.
CM:
Le interviste possono essere un fantastico modo di diffondere il proprio ego in maniera gratuita e solipsistica. Per i musicisti di solito è il momento epico in cui mostrare quanto siano intelligenti, brillanti, colti, sagaci, spiritosi, oppure acidi, corrosivi e così via. Più che gli intervistatori e le interviste, in questo momento odio questa tendenza che è anche mia. E poi odio il fatto che il rock’n’roll sia diventato soprattutto in Italia un affare filosofico e sociologico, per cui si parla moltissimo dei testi e pochissimo della musica. Ne siamo colpevoli prima di tutto noi musicisti che alimentiamo questa cosa con dischi pieni di contenuti testuali e spesso più poveri di idee musicali, ma finirà prima o poi tutto ciò, spero. Senza necessariamente dover finire tutti a fare post-rock strumentale.

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