Mamuthones

Italo-disco-occult-psychedelia

Dal misticismo dei primi dischi alla dance straniante del nuovo "Fear On The Corner": il ritorno dei veneti Mamuthones su Rocket Recordings attraverso rit(m)i e paure contemporanee. Ce ne parla la mente e fondatore Alessio Gastaldello.
Mamuthones_Bags ok

La tradizione li vorrebbe con i volti coperti da maschere nere e spaventose. Dopo averle indossate per anni, oggi i Mamuthones sono tornati con le facce dipinte di colori acidi e la dentatura ben in vista – la stessa degli animali quando hanno paura. Anche i droni scuri e ipnotici hanno lasciato spazio a ritmi diversi, fisici e spasmodici. La nuova vita della formazione padovana, però, non è così aliena e incongruente rispetto al passato come potrebbe sembrare: sotto traccia resta il filo rosso della musica come rituale, della ripetizione prolungata, del suono come colonna sonora di una celebrazione – che non è più religiosa ma pagana, che dalla contemplazione si fa danza. Lo dice pure l’antropologia: la trasformazione progressiva nel tempo è una dinamica costante nei rituali collettivi ed è anche per questo che il nuovo stato (alterato) di coscienza dei Mamuthones è solo l’evoluzione di una storia che dura da oltre dieci anni.

Più o meno da quando Alessio Gastaldello lasciava il posto dietro la batteria dei Jennifer Gentle. Quella creatura buffa, fondata assieme a Marco Fasolo, che fu la prima band italiana a uscire su Sub Pop e, soprattutto, ad avventurarsi in territori neopsichedelici fin da tempi non sospetti. “A inizio Duemila, negli anni dei ritmi matematici del post-rock. Quando ai festival ci guardavano come gli strani, come dei freak – cosa che in fondo eravamo. Quando facevamo un pezzo con il sitar in loop come Couple In Bed By A Green Flashing Light, che era Italian Occult Psychedelia ma dieci anni prima”. Indeciso sul da farsi dopo l’uscita dai Jennifer Gentle, nel 2005, la folgorazione arriva durante un viaggio di lavoro in Sardegna. “All’aereoporto di Alghero” – racconta Alessio – “rimasi colpito da queste maschere del carnevale sardo, i Mamuthones, di cui non conoscevo l’esistenza. Erano i tempi di MySpace: tornai a casa, aprii una pagina dove piazzai l’immagine di uno di questi volti mostruosi e un pezzo che avevo fatto con l’organetto. Tutto è ricominciato da qui”. Il simbolo di un rituale tipicamente italico che unisce cattolicesimo e magia, una tradizione collettiva fatta di musica, danza e potenza visiva: l’immaginario dei Mamuthones a fine Duemila anticipava uno degli aspetti chiave della “scena” codificata, qualche anno dopo, come Italian Occult Psychedelia. Ambient esoterica, tribalismi e quella fascinazione per le tematiche religiose che arriva da lontano, cresciuti tra le fila di una delle etichette cardine del glorioso underground tricolore (due album e un EP per la veneta Boring Machines), passati sui palchi dei festival (il Thalassa al DalVerme di Roma, ma anche il Liverpool International Festival Of Psychedelia) e sulle pagine delle testate internazionali (da “The Wire” a “Shindig!”) che hanno mappato l’esperienza, notevole ed eterogenea, della IOP. Poi il rito ha cambiato sembianze. Tra lavoro diurno, prove con il gruppo e tramezzini volanti, è da qui che inizia la conversazione sul nuovo corso dei Mamuthones. Quello col marchio doc della beneamata Rocket Recordings, attenta divulgatrice della miglior psichedelia europea – in tutte le sue poliedriche forme.

Mamuthones_Sweets_Square foto di ENRICO BOLZAN

“Fear On The Corner è un lavoro di rinnovamento lungo una linea di continuità. C’è una nuova presa di coscienza rispetto al passato, la volontà di fare cambiamenti consapevoli già in nuce ai tempi del disco condiviso con gli Evil Blizzard per la serie Collisions, uscito su Rocket nel 2015. Allora avevamo proposto all’etichetta inglese un album molto eterogeneo, dove ancora convivevano due anime diverse del gruppo: c’erano pezzi più storti che gli piacquero molto, finiti poi nello split, e una metà molto vicina al passato più dronico e scuro dei Mamuthones. E poi c’erano altri brani su cui Chris Reeder e John O’Carroll di Rocket ci hanno consigliato di rimettere le mani, spingendoci a focalizzarci sulle idee più diverse rispetto a ciò che avevamo fatto fino ad allora, con consigli molto pertinenti: facendoci fare prove sui suoni, sui synth, riarrangiando alcune parti, mettendo più testi e incoraggiandoci a fare un passo deciso in avanti. È stato un po’ come avere un produttore, il trampolino per quello che è diventato l’album. Quando un paio di anni fa abbiamo iniziato a lavorare su Fear On The Corner, l’idea a quel punto era di fare un ‘disco di canzoni’, pezzi cantati ma senza i classici strofa-ritornello-bridge. Poi la chiave di volta: i ritmi. La necessità che ogni pezzo fosse fortemente caratterizzato dal ritmo e che ne avesse uno suo, diverso dal precedente, più groovy e meno ossessivo che in passato. In quanto batterista, del resto, sono sempre partito da lì… Ma stavolta è stato diverso, perché dopo l’uscita del nostro storico uomo dietro le pelli, Maurizio Boldrin (eclettico e inossidabile musicista, attivo fin dai Sessanta, NdR), alla formazione a quel punto già composta da Matteo Polato alla chitarra e Francesco Lovison a basso e synth, è subentrato Andrea Davì, batterista molto creativo, preparato tecnicamente e con grande gusto”. Con Fear On The Corner i Mamuthones sono diventati una band – “Il motore del gruppo sono sempre io, ma il lavoro stavolta è stato molto collettivo” – che suona “italo-disco-occult-psychedelia”. Restano le reminiscenze krautrock, ma deformate da post-punk, esotismi e, soprattutto, dagli umori del Lower East Side scomposto di fine Settanta. “Il suono che ci ha ossessionati mentre lavoravamo è quello della New York punk funk e disco tra Settanta e Ottanta: le compilation di dance degenerata come Disco Not Disco, quelle della Strut e ZE Records. Più che band specifiche avevamo in testa un’idea di suono, incrociata con altri ascolti che in passato, in quanto rockettaro, avevo sempre un po’ snobbato, come house e italo disco. Poi abbiamo approfondito varie contaminazioni dei ritmi, e di decontestualizzazione degli stessi. Il lungo brano conclusivo Here We Are nasce da un ritmo che Andrea mi aveva presentato come cubano, almeno in origine affine alla Rumba Guaguancó – se senti il pezzo non suona esattamente latino… Io c’ho buttato sopra il drone scurissimo che va avanti per tutti e dieci i minuti e ne è uscito il pezzo più cupo di tutti, che forse è quello che si ricongiunge più degli altri a ciò che eravamo prima. Che chiude un po’ il cerchio con i discorsi legati all’Italian Occult Psychedelia. E ci riporta a casa, ma diversi”. Una band diversa nel declinare il proprio concetto di “forma canzone”, dove i testi hanno un ruolo mai avuto in passato. Parole che dialogano con la contemporaneità e in particolare con il sentimento della paura – personale, sociale, politica: uno stato emotivo (anche qui) atavico, con origini lontane almeno quanto la danza, che stride solo formalmente con le espressioni sonore euforiche di Fear On The Corner, ricollegandosi a quel filone – più o meno sotterraneo e che dura da decenni – della dance complicata e mutante. “Abbiamo lavorato a questo disco negli ultimi due inverni, proprio nel periodo degli attentati iniziati con il Bataclan, proseguiti con gli episodi di Londra, la Brexit e l’elezione di Trump: è stato inevitabile esserne influenzati. Viviamo in un’era dove l’Occidente ha paura dell’uomo nero, di queste masse di persone che arrivano dal Sud e dall’Est del mondo e ci spaventano. La paura è uno dei sentimenti più forti che proviamo e oggi viene utilizzata per specularci sopra, come tornaconto politico. Questo è il tema della canzone che dà il titolo al disco, e questo senso di terrore si esplica negli altri pezzi in varie forme: come paure personali, di non trovare un posto nel mondo, di rimanere soli, di non sapersi relazionare… Siamo partiti da una contingenza ma poi abbiamo intenzionalmente creato un contrasto fra la ballabilità del disco e i testi. C’è uno straniamento tra il contenitore dai colori acidi e il suo contenuto nerissimo. Come la storia della musica cubana con il drone… Siamo dentro un party, ma è una festa sul Titanic che sta affondando, un po’ come se non ci fosse rimasto nient’altro da fare. Il disco è abbastanza disperato da questo punto di vista”.

Tutta l’estetica straniante di Fear On The Corner è curatissima in ogni suo dettaglio, come per qualsiasi uscita a marchio Rocket Recordings: la copertina dove l’uomo-animale primordiale mostra i denti in segno di paura, la caccia alle streghe schizoide e caustica – via “Indovina Chi?”, il gioco da tavolo – nel video di Show Me (entrambi curati da John O’Carroll), il titolo citazionista, ma non vacuo, che è una crasi tra Fear Of Music dei Talking Heads e On The Corner di Miles Davis, da sempre stelle polari del suono dei Mamuthones – “Sapevamo che menzionando due nomi così nel comunicato stampa tutti ce lo avrebbero chiesto, che sarebbe stato rischioso, ma quel titolo e il relativo brano si sono mostrati da subito come catalizzatori dell’essenza dell’album. Da una parte può essere imbarazzante e pretestuoso citare le pietre miliari, dall’altra si tratta di riferimenti assoluti che veneriamo con rispetto. C’è poi anche la componente del divertimento, come è accaduto per l’EP Symphony For The Devil, uscito sempre su Rocket nel 2015, dove abbiamo stravolto gli Stones”. Talking Heads e Miles Davis, del resto, comparivano anche nella selezione curata nel 2016 da Alessio Gastaldello per la serie di playlist intitolate “Multiple Exposures”, rollercoaster caleidoscopico in cui Rocket chiede a diversi musicisti i loro 15 brani ripetitivi preferiti (andatevela a cercare su Rocketrecordings.blogspot.it: da Glenn Branca a Donna Summer, passando per William Onyeabor, ci sono liste per tutti i gusti). “Come Mamuthones siamo passati dai droni ai loop, la ripetizione è sempre stata parte del progetto. È un tipo di schema dal fascino enorme: se il drone fa viaggiare con le sue minime variazioni, un ritmo in loop può essere usato come punto di partenza per arrivare altrettanto lontano. Spesso i demo dei Mamuthones nascono da un giro di batteria mandato avanti a ripetizione, da un loop che a furia di ascoltarlo diventa un’altra cosa. Poi magari ci si canta sopra e da lì tiro fuori il primo nucleo da cui nascono le canzoni. Mi piace molto lavorare così”. Ogni aspetto concorre a rendere nuova e allo stesso tempo organica la trasformazione dei Mamuthones, dalla fase “occulta” alla ballabilità apparentemente giocosa e carica di significati del presente. “C’è stata un’evoluzione sui ritmi, però dall’esoterismo – da cui ero totalmente preso – di allora alla dance di oggi ci vedo un percorso, punti di contatto e di continuità sviluppati in maniera diversa. In fondo sempre di riti si tratta”. A cambiare è solo la maschera e il suo tempo: da spaventoso animale dionisiaco di un passato lontano, a uomo del presente tragicamente spaventato.

Dal vivo
30/03/2018, Astro Club, Pordenone
5/04/2018, La Fine, Roma
6/04/2018, Camelot, Prato

 

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 763

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