Matteo Vallicelli

Botta e risposta

Ripubblichiamo la nostra intervista a Matteo Valliceli in occasione della sua partecipazione alla decima edizione del Transmissions Festival: il 25 novembre a Ravenna
vallicelli

Dopo tante esperienze come batterista, come mai il debutto in solitaria con Primo?
Nel 2013 ho iniziato a suonare la batteria con The Soft Moon. In quel periodo eravamo spesso in tour, ed essendomi trasferito da poco a Berlino, dove in fin dei conti passavo poco tempo, era impensabile avviare una band con altre persone. Sentivo però il bisogno di imbarcarmi in un nuovo progetto, così presi a fare musica con il computer. Grazie a Luis Vasquez ho scoperto Ableton Live e ne sono stato risucchiato, ma dopo un po’ mi sentivo più un tecnico informatico che un musicista, e ho quindi comprato un sintetizzatore, poi una drum machine, un delay… Piano piano, mi sono creato un piccolo studio e un metodo di lavoro. È stato come ricominciare da zero. E Berlino mi ha incoraggiato: tutti fanno musica per i fatti propri. Forse perché il buio e il grigio tendono a isolarti. E nel mio caso l’isolamento
è stato funzionale. Rimanevo chiuso in casa a suonare, fino a 12 ore al giorno.

È bizzarro che il disco accantoni il lato percussivo, in favore di suoni al 100 percento sintetici.
Vero, ma è una conseguenza naturale, dopo 15 anni dietro le pelli. Alcuni pezzi erano nati con l’intento di spaccare il dancefloor, ma quello spirito non mi apparteneva. Ho tolto tutta la sezione ritmica e ciò che rimaneva era completamente nuovo per me, ma mi rappresentava perfettamente.

Ad ogni modo, ti sei avvicinato all’elettronica grazie a Berlino?
Assolutamente sì. Ho cominciato piuttosto tardi ad ascoltare musica senza chitarre. La svolta è stata l’hip hop, attorno ai 22 anni, quando mi sono spostato da Forlì a Roma. Lì, frequentando la scena clubbing, ho sviluppato un primo interesse: qualcosa mi rapiva in quei suoni. Arrivato a Berlino, ho cominciato ad ascoltare elettronica “seriamente”. In principio molta techno, approdando poi in territori più sperimentali.

Esordire su Captured Tracks non è da tutti: come ci sei arrivato?
Quando finii di registrare Primo, mandai il master a un po’ di amici ed etichette. Mike Sniper e Pamela Garavano, che conosco dai tempi in cui giravano come Blank Dogs, mi chiesero se fossi interessato a lavorare insieme. Era la scelta giusta. Sono persone che stimo e mi esaltava debuttare con un album di elettronica su una label slegata da quel mondo.

Oggi ci sono più chance per gli italiani all’estero, specie in area elettronica?
Viviamo in una società superfluida. È più semplice, rispetto al passato, fare concerti in paesi lontani e firmare per etichette straniere. Eppure siamo ancora un popolo di esterofili, e lo trovo un sentimento antico. Smettetela di pensare che là fuori siano tutti più fighi di noi. Proponetevi all’estero, ma siate orgogliosi delle vostre origini. Io ho viaggiato molto e ho capito che tutto il mondo è paese. Tant’è vero che sono tornato a vivere in Italia.

John Carpenter ha avuto un’influenza su di te?
Non più di Nino Rota o Piero Umiliani. Di lui apprezzo che abbia ancora la forza di fare dischi e tour. Io a 68 anni mi vedo nell’orto, ad annaffiare i pomodori.

I titoli dei brani in italiano, a volte quasi argentiani, contribuiscono all’alone di mistero.
La mia musica è introspettiva. Volevo un linguaggio mio al mille percento. Il titolo del disco marca il mio primo album da solista, ma Primo è anche un nome comune in Romagna tra le generazioni dei nostri nonni. Nelle famiglie di contadini era uso chiamare i figli Primo, Secondo, Terzo… fino a Ultimo (leggenda vuole esista anche qualche Definitivo). Quest’album è un po’ il mio figliolo.

E l’iconica foto di copertina?
Ci ho lavorato con la mia ragazza, una bravissima fotografa, Margot Pandone. Un giorno, per un servizio, doveva dipingere degli ananas con una bomboletta di vernice dorata, e aveva i guanti imbrattati d’oro. Da lì è nata l’idea per l’artwork: qualcosa di bello e importante, che nasce per caso, ma come conseguenza di uno “sporco” lavoro. Un parallelismo col mio percorso.

Pubblicato su Il Mucchio Selvaggio n. 751

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