Melampus

La musica è illusione

In concomitanza con l’uscita dell'ottimo album “Hexagon Garden” e della partenza del relativo tour, faccia a faccia con il duo bolognese formato da Francesca Pizzo e Angelo Casarrubia.
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Il vostro esordio Ode Road è del 2012, mentre il precedente N.7 risale appena allo scorso anno: un percorso in costante crescita, ma vorrei domandarvi se la velocità con cui siete tornati dipende unicamente dall’urgenza espressiva o è una scelta per qualche motivo deliberata, che si riallaccia per certi versi a una concezione retrò della discografia.
Non ci siamo nemmeno resi conto dei mesi trascorsi tra l’uscita di un album e l’altro. I ritmi con cui lavoriamo sono da sempre serrati, ma nessuno ha mai parlato di produrre più dischi in un arco così breve di tempo. È successo. Ci sono periodi in cui, pur essendo in tour, riusciamo a registrare qualche bozza tra una data e l’altra e alla fine è capitato spesso di trovare anche il tempo per arrangiare e rifinire il materiale fino ad avere i pezzi pronti per un disco nuovo. Ci allacciamo a una concezione retrò in maniera del tutto casuale.

Si parla spesso di un (eterno) ritorno alla new wave, alla cold wave, alla dark wave, di certo non solo in Italia. Vi sentite (tuttora) di appartenere a questi riferimenti stilistici? Vi siete veramente formati con i vari Dead Can Dance, Cocteau Twins, ecc? E vi sentite affini a nomi come Be Forest o Schonwald, pur con tutte le differenze?
Questo eterno ritorno non può essere in realtà una presenza più o meno costante, facilmente rintracciabile nella musica contemporanea? Apparteniamo di certo a quel tipo di sonorità perché ancora oggi i nostri ascolti del cuore fanno parte di questo “genere”, ma crediamo che in Hexagon Garden ci siano più incognite in gioco e più libertà. In effetti ascoltiamo anche molto altro, che magari non si avverte nei nostri brani. In poche parole, non sentiamo questo disco così dark. Come hai detto tu, “pur con tutte le differenze”, troviamo affinità tra noi e i Be Forest o gli Schonwald. Sia per un determinato tipo di atmosfere che per l’incessante attività live.

Quando ho visto titolo e copertina del disco, ho pensato a un aggiornamento moderno della siouxsiana Hong Kong Garden e alla sensazione tribale evocata dalle piume. Ogni impressione è puramente soggettiva, quindi quanto mi sbaglio?
Per quanto riguarda Hong Kong Garden ci siamo resi conto anche noi di questa similitudine, ma solo dopo avere stabilito quale fosse il titolo definitivo del disco. Forse l’abbiamo fatto inconsciamente? Sulla sensazione tribale evocata dalle piume non ti sbagli affatto. C’è da sempre una certa spiritualità che aleggia nei nostri brani; non è cercata né voluta. Le piume la rendono forse più palpabile, la suggeriscono in modo indiretto.

Ho letto che avete utilizzato da una parte field recordings, dall’altra sonorità elettroniche algide e distaccate da qualsivoglia contesto specifico.
I field recordings sono piombati da soli nel bel mezzo delle registrazioni dei provini. Mentre stavamo incidendo alcune voci, un cantiere poco distante lavorava a volume talmente alto da rientrare nel microfono. Era impossibile evitare questo rientro, così Angelo ha deciso di cambiare prospettiva e l’ha reso protagonista, registrandolo in vari momenti e catturandone i suoni che poi abbiamo lavorato per esasperarne alcuni aspetti. Con l’editing sono entrati a fare parte del disco in più punti. Il resto dell’elettronica proviene dalla drum machine e dalle distorsioni della chitarra di Angelo.

Siete sempre stati in due e ogni ingrediente, ogni dettaglio dei vostri brani risulta ben in evidenza: ditemi cosa significa per voi la parola “minimalismo”, cioè come si riesce a trasmettere tanto con poco.
Premettendo che per questo disco ci pare di esserci un po’ discostati dall’ambito minimale in cui ci muovevamo coi primi due album, ritengo che per trasmettere tanto con poco si debba in primo luogo avere del buon materiale. Non è detto che sia sempre così, ma se ci si fida del primo provino di un brano e lo si trova valido, tutto ciò che viene aggiunto di conseguenza può arricchirlo da un lato, indebolirlo dall’altro. Quello di lavorare in un’accezione minimale è di sicuro un gioco ambizioso, adesso che ci penso.

Mi intriga il fatto che abbiate condotto approfondimenti sulla psicoacustica. Mi parlate di questa particolare ricerca e di come è confluita nell’album?
Parte del lavoro ha preso il via giocoforza durante le registrazioni dei provini con l’ingombrante presenza di quegli ineluttabili rumori d’ambiente. Hanno cambiato radicalmente il nostro modo di gestire i vuoti e ci hanno costretti a una resa che poi è diventata una nuova via da intraprendere. Il lavoro finale di manipolazione dei suoni ha avuto luogo in fase di mixaggio con Roberto Passuti. Aveva capito esattamente la direzione in cui ci stavamo muovendo e si è divertito ad aggiungere ai brani qualche perla di follia.

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In collegamento alla precedente domanda, avete letto Musicophilia di Oliver Sacks? E quanto vi attrae, anche in cinema e letteratura, tutto ciò che è collegato alla mente?
Non l’abbiamo letto, ma lo prendiamo come un suggerimento. Che cosa non è collegato alla mente? Tutto ciò che ci circonda viene percepito attraverso la nostra mente.  Ed è questa percezione soggettiva che ci porta a decifrare la realtà. Di sicuro è un tema che ci affascina anche in ambiti diversi dalla musica.

I vostri pezzi emanano una forte sensazione di mistero. La musica per affascinare deve scavare nell’ignoto, stimolare l’inconscio?
Crediamo che ogni opera d’arte, in tutte le sue declinazioni, per arrivare davvero in profondità non debba gridare in faccia al pubblico ciò che è e ciò che non è affatto. Questo è il compito di uno spot pubblicitario, non di una canzone. Ci interessa molto di più suggerire, lasciare intuire o sussurrare, generando nell’ascoltatore possibili domande.  Se qualcuno arriva a percepire il mistero entra a fare parte dell’illusione che è la musica.

Raccontateci qualcosa in più sui nuovi testi, che mi sembra scandaglino maggiormente la dimensione umana.
La dimensione umana così presente nei testi ha a che fare con un delicato periodo vissuto dalla sottoscritta. Sicuramente uscire indenni da mesi di lavoro e di tour così intensi per alcuni può non essere facile. Si dorme poco, si viaggia tanto, si finisce col frequentare tantissima gente ai concerti, nei locali, senza però riuscire ad approfondire la conoscenza e spesso andandosene via con solo una bozza mentale di chi si è incontrato. Allo stesso tempo quando si torna a casa non si hanno le forze per vedere gli amici più cari e a volte ci si sente un po’ una zattera in balia delle maree… Ed è così che sono giunta a farmi un sacco di domande scomode e le ho infilate nelle canzoni. Da “How many times you judge people you don’t know?” (Question #3) a “Dear stalker is there anything I can do for you?” (Poor Devil) in cui affronto il ritmo crescente di un quotidiano non sempre a misura di donna o di uomo, alla preghiera pagana per qualcuno che si trova in difficoltà (May Your Movement), passando a momenti di potenziale pericolo in cui la vita ci passa davanti agli occhi (Second Soul) e la perenne corsa verso un obiettivo difficilmente raggiungibile (Sun).

Ascoltando Hexagon Garden, ho immaginato che varie tracce funzionerebbero anche in versione remix: ci avete mai pensato?
Ci abbiamo pensato perché non sei la prima ad avercelo detto e in effetti c’è in serbo una sorpresa che sveleremo nelle prossime settimane.

Questo sabato partirà il tour: in virtù della vostra musica così magnetica e di grande atmosfera, qual è il rapporto con la dimensione live? Cosa ci dobbiamo aspettare?
Una serie di cambiamenti.  Francesca adesso suona il basso (è il suo strumento originale che aveva accantonato per necessità con i primi due dischi di Melampus), Angelo suona la chitarra e gestisce i loop e per la prima parte del tour ci seguirà Damiano Simoncini (già nei Versailles) alle percussioni. Questa volta il set ha ritmi più trascinanti e ogni tanto non ci stupirebbe vedere qualcuno davanti al palco che accenna a dondolare.

 

In tour

07.02 Torino, Astoria

14.02 Lucca, Seed Club

15.02 Varese, Twiggy

18.02 Pesaro, Dalla Cira

19.02 Molfetta (BA), Tesla

20.02 Alberobello (BA,) Laboratori Urbani

21.02 Albignasego (PD), Work in Progress

27.02 Ravenna, Bronson

28.02 Milano, Ohibò

06.03 Fermo, Soul Kitchen

07.03 Firenze, Glue

20.03 Bologna, Covo

04.04 Reggio Emilia, Dinamo

26.04 Abano Terme (PD,) I’m Lab

07.05 Roma, 30 Formiche

08.05 Marina Di Gioiosa Ionica, Blue Dahlia

09.05 Messina, Retronouveau

10.05 Crotone, KmZen

12.05 Latina, Hemingway

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