Money

Tra la vita e la morte

A conversazione con il leader della band di Manchester, Jamie Lee, in occasione dell'uscita del secondo album "Suicide Songs".
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Tra la vita e la morte

Sarebbe bello poter saltare i convenevoli e andare oltre la presentazione dei mancuniani Money. Poter dare per scontato che la platea di lettori e ascoltatori sia già a conoscenza del loro percorso artistico, segnato per ora dall’uscita di un solo album, quel The Shadow of Heaven che nel 2013, pur passando in sordina, li presentò agli occhi del mondo, ma che a fine gennaio si arricchirà di un nuovo capitolo, Suicide Songs (recensione sul numero 738 del Mucchio). Ma ciò non è possibile, se non altro perché la musica dei quattro inglesi, gravitante attorno alla figura di Jamie Lee (voce, piano, chitarra), non è ancora riuscita concretamente a lasciare il segno. Relegati ai bassifondi della grigia Manchester, incompresi perché troppo profondi, verrebbe da ipotizzare. Perché di fatto nei Money il confine tra musica e poesia si attanaglia al punto di annullarsi, con la musica stessa – un condensato di folk-gospel-soul etereo – a farsi servitrice delle parole “vomitate” da Jamie, erede, nel bene e nel male, del fascino di certi poétes maudits.
L’attitudine alla distruzione, la continua ricerca di risposte nella morte, nella vita, nel sesso e nella sessualità rappresentano da sempre il nocciolo della produzione artistica dei quattro. Temi che scavano in profondità e offrono spunti di riflessione che abbiamo cercato di approfondire, in maniera piuttosto sconclusionata (come spesso accade, la conversazione è infatti scivolata lungo diramazioni che l’hanno spinta lontano dal punto di partenza), con lo stesso Jamie.

Jamie, iniziamo con una domanda, se vogliamo, “esistenziale”. Cosa rappresenta per te l’atto creativo? Come ti senti dopo aver messo il punto finale a una tua poesia, o dopo aver suonato l’ultima nota di una tua canzone?
È una domanda difficile a cui rispondere. Solitamente non penso in questi termini. Si può dire molto di uno scrittore in base a come inizia e finisce un suo lavoro. I libri di Malcom Lowry, ad esempio, iniziano con una frase che si protrae per un paio di pagine. Ci sono un sacco di poeti americani contemporanei che invece trovano affascinante abbandonare il lettore nel mistero. Qualcosa di realistico. Io considero la poesia un pezzo di tessuto che compone qualcosa di più grande rispetto a chi la scrive. Quanto a me, quando cerco le parole per una poesia o per una canzone a tormentarmi sono i dettagli più piccoli. Penso che siano queste piccole scelte a rendere tale uno scrittore. Aspetta, credo di aver interpretato male la tua domande. Intendi dire come mi sento una volta che ho chiuso un pezzo?

Sì, esatto.
Indipendentemente se è buono o meno, mi sento parzialmente sollevato ma so che devo continuare, continuare a scrivere, e che ci sarà sempre del lavoro da fare. Scrivere qualcosa di ampio e approfondito (succede una volta ogni uno o due anni) ti succhia un sacco di energie e per ricominciare devi necessariamente attendere che queste ritornino. E torneranno. Sono come la malattia… in qualche modo torna sempre.

Un elemento che ricorre nella tua “produzione artistica” è la morte. Una parola da cui tutti scappano, mentre tu sembri quasi giocarci, solleticandola. Cos’è per te la morte?
È la giustificazione di vivere nel modo in cui si vuole. Nonostante questo, la mia ossessione per essa mi ha provocato un grande dolore, portandomi a un passo dall’instabilità mentale. Il mio consiglio è non pensarci troppo. Fatta eccezione per quei pezzenti ignoranti che non riescono a guardare oltre i propri nasi, cazzi e muri. Che la morte sia sempre con loro!

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Nel precedente The Shadow Of Heaven l’atmosfera era più pesante e rarefatta, mentre in Suicide Songs (nonostante il titolo funereo) sembra essersi fatta più respirabile. Cosa è successo tra i due album?
Sono sempre stato una persona abbastanza solitaria. Il bere da solo nei pub di Manchester mi ha portato a starmene a casa e a lavorare in camera. C’era un pub “off-licence” in fondo alla strada e sentivo di avere tutto ciò che mi serviva. Ho sempre pensato che un sacco di gente usi i suoi amici per giustificare il fatto che non stia facendo nulla o non stia facendo le cose che vorrebbe fare. Non so se è vero. Quello che posso dirti è che in questi due anni non ne ho avuti molti, e quei pochi – in particolar modo la mia ragazza – li ho fatti soffrire. Spero soltanto di riuscire ad aggiustare le cose.

Con un titolo come Suicide Songs, la vostra intenzione era quella di sfidare l’ascoltatore? Come a dirgli “Dai, apri la porta della morte! Coraggio, non sei curioso di vedere cosa ti aspetta?”. Ecco, puoi dirci cosa si cela dietro?
Penso sia più da interpretare come una sfida nei confronti delle regole che dominano l’industria letteraria e musicale. E nei confronti delle persone che perpetuano questi crimini. Scrittori, giornalisti ed editori hanno sempre paura di dire la cosa sbagliata. L’arte ha a che fare con il ritrarre la vita, e il mio lavoro è quello di capire e dire la verità. Attualmente non riesco a pensare a scrittori e musicisti che mi piacciono. E con il passare del tempo mi ritrovo a leggere meno e ad ascoltare sempre meno musica. Comunque non voglio che la gente pensi alla morte. Ciò li farebbe solo stare male. Ma non riesco a fare a meno di pensare che questa paura della morte induca la gente a commettere una serie di banalità che messe insieme potremmo chiamare “peccati”.

In Suicide Songs la sensazione è quella di stare ascoltando un album mistico, ultraterreno. Un album che viaggia tra momenti di “depressione” e altri di illogica euforia (vedi Suicide Song e Hopeless World). Un saliscendi tra la vita e la morte. E in mezzo l’amore.
Credo che in esso si celi la differenza tra dichiarazione e arte. Conversazione e poesia. Deve esserci un elemento di grazia. In qualche modo deve essere “degno” e avere una sorta di resistenza interna. Ma non può sbraitare. Non può essere violento. Credo abbia a che fare con il dovere di portare rispetto nei confronti dell’intelligenza del pubblico. In sostanza, con il modo di porti con il prossimo.

Cosa ha significato per te crescere, specialmente dal punto di vista artistico, a Manchester? Nell’immaginario i toni che questa città assume sono principalmente il bianco e il nero. Un ambiente claustrofobico, ma allo stesso tempo un’enorme miniera da cui siete riusciti a estrarre “poesia”… È stato difficile? 
Il problema è che a Manchester mi sono divertito troppo, ma al contempo ho dovuto fare i conti con un periodo di dipendenza da alcolici. Penso sia difficile per la gente capire il motivo per cui un poeta – o un artista – faccia alcune cose. Sono pazzi, disperati, incazzati e affascinati dalla vita. Devono averla in una singola dose. E per capire com’è vedere il mondo quando non si ha nulla da perdere devono oltrepassare ogni limite. Ecco, come mi sentivo. Mi sono voluto spingere in un luogo in cui le forze della vita e della morte erano vicine. Per poi ridere. E scrivere e scrivere e scrivere e scriv…

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