Motorpsycho

Natura viva

Al sedicesimo vero e proprio album di studio, i Motorpsycho si staccano della natia Trondheim, in Norvegia, per riaffacciarsi sul mondo. Lo fanno con Still Life With Eggplant, che nell’arco di appena cinque brani riesce nella piccola, grande impresa di recuperare le proprie radici e andare al contempo avanti.
motor

Bent Sæther, un terzo dell’attuale formazione assieme ad Hans Magnus Ryan, meglio noto come Snah, e Kenneth Kapstad, risponde al telefono dalla sua postazione casalinga. Quando rompo il ghiaccio – che magari sarà realmente visibile dalla sua finestra, dato che le temperature in Scandinavia sono ovviamente sotto zero… – rivelandogli in tutta franchezza che le melanzane sono il mio ortaggio preferito, lui si scioglie subito: “Ehi!, eh eh”. Il resto della conversazione proseguirà all’insegna di una distesa, pacata loquacità.

 

Perché il titolo Still Life With Eggplant (in italiano Natura morta con melanzane), ripreso anche nell’ironica copertina realizzata dall’inseparabile graphic designer Kim Hiorthøy? 

Non so come spiegarlo, ma la nostra filosofia è che le soluzioni molto bizzarre possano funzionare benissimo con i Motorpsycho. Quando non abbiamo un titolo pronto per un album o una canzone, nel corso degli anni ci siamo sempre più abituati semplicemente ad aspettare finché le parole magiche prendono forma nelle nostre teste e le riconosciamo. Still Life With Eggplant è uno di questi casi. Stavo guardando la televisione, non ricordo quale programma, e ho sentito pronunciare Still Life With Eggplant: ho pensato “Cos’è questa roba? Suona bene!”. Me ne sono ricordato e dunque, per scherzo, eccoci qua. È talmente assurdo che in teoria non bisognerebbe intitolare un disco così. Ecco perché dovevamo farlo (ride, NdI).

 

L’articolata Hell, part 1-3, che apre la scaletta, è una sorta di suite, subito molto più minacciosa…

Oh, yeah. Still Life With Eggplant è derivato in pratica da alcune session che abbiamo organizzato a ottobre. Siamo andati in studio senza nessun piano, solo con un mucchietto di canzoni che avevamo bisogno di registrare alla nostra maniera per capire dove andare a parare. Alcune sono abbastanza stranianti, mentre altre abbastanza heavy o poppy. Le cinque che sono entrate nell’album sono sostanzialmente quelle che abbiamo finito entro la deadline. Con gli altri pezzi avremmo potuto realizzare un altro disco, ma ci sarebbe servito più tempo.

 

Ho letto che le rimanenti parti di questa suite confluiranno comunque nel prossimo lavoro. Avete quindi già delle idee per l’immediato futuro? 

Stiamo mixando, per cui avremo finito prima del tour europeo ma non abbiamo programmi su come il tutto verrà presentato e pubblicato, anche perché non possiamo far uscire un altro disco appena due mesi dopo Still Life With Eggplant: sarebbe folle (ridacchia, NdI). Non so nemmeno se queste tracce faranno parte di un album o se necessiteremo di altre canzoni o magari di canzoni differenti. Ci stiamo ancora lavorando, quindi non so.

 

Tornando al presente e proseguendo ad analizzare la scaletta, la cover dei Love August ha un retrogusto pop e sembra veicolare una forma di elettricità calda, quasi estiva per l’appunto, a dispetto del suo crescendo rumoroso…

Il chitarrista aggiunto nell’intero album è lo svedese Reine Fiske, che abbiamo conosciuto dieci o più anni fa ed è fan come noi degli anni 70, della psichedelia e del prog-rock. Prima di suonare, abbiamo indetto una specie di brainstorming e August è stata scelta come prima canzone da incidere. Quella che ascolti su disco è la seconda take, che scorre a meraviglia ed è molto nelle nostre corde, trattandosi di uno strano pop-rock, o come altro lo vuoi chiamare, dagli influssi Sixties. La adoro.

 

Barleycorn (let it come/let it be), dove il fingerpicking di Fiske è in risalto, parrebbe invece una personale reinterpretazione della tradizione folk, con i suoi toni più intimisti.

Mi pare che il brano sia stato scritto in origine almeno dieci anni fa, ma mi sedevo e non riuscivo mai a decifrare il codice. Del resto, alcune canzoni si completano in appena quindici minuti, mentre altre in anni e anni… Suona parecchio stupido, ma è la verità. Barleycorn (let it come/let it be) è una di quelle per le quali ho dovuto attendere, c’è voluto molto tempo perché la sentissi finita. È un compendio di tanti stili, ma ritengo che il risultato sia buono.

 

Ratcatcher supera i diciassette minuti e suona come una grande jam in libertà, a restituire il vostro amore per psichedelia, progressive e jazz, ma è anche un raffinato esempio di sperimentazione. 

Ecco, anche questo è un pezzo molto vecchio a livello di scrittura, risale a un’altra decina di anni fa. Dopo aver pensato la parte ritmica, abbiamo improvvisato per vedere cosa sarebbe successo. La versione definitiva, che amo molto, è una miscela di due take differenti. Mi piace come si combinano il mio basso, le chitarre e la batteria. È un bel pacchetto musicale, e non credo di aver mai sentito prima d’ora dei Motorpsycho che suonassero così.

 

Infine, l’acusticheggiante The Afterglow è una conclusione serena e filo-cantautorale, quasi gioiosa con l’aggiunta del mellotron.

Mi sa che ogni songwriter ha delle canzoni, in realtà poche, come modelli ideali, perché le percepisce impiantate nel proprio sistema. Per anni ho voluto riscrivere i Led Zeppelin, in particolare The Rain Song. Mi piacciono i Led Zeppelin perché in molti casi sono al contempo pacificati, aggressivi e malinconici. The Afterglow mi sembra un bel modo per chiudere il disco.

 

Nel complesso, insomma, l’album ritorna a un approccio rock dove ogni brano ha però una ben precisa individualità, senza connessioni narrative, a simbolizzare forse il vostro storico eclettismo, anche perché negli ultimi anni avete accumulato parecchio materiale.

Abbiamo realizzato il miglior album che potevamo. Credo fermamente che le cose non vadano forzate, bensì lasciare che accadano al momento giusto. Anche se non c’è una storia che leghi le canzoni, dato che non abbiamo pensato né a concept né a sovrastrutture, l’insieme suona completo. Forse è stato il frutto di una selezione fortunata.

 

A proposito di concept, l’atipico The Death Defying Unicorn dello scorso anno, un concentrato di hard rock sinfonico assieme al tastierista Ståle Storløkken dei Supersilent, vi aveva del resto tenuti impegnati per lungo tempo.

È stata una bella esperienza e ho imparato un sacco di cose da un progetto talmente enorme, persino da un punto di vista organizzativo. Il materiale era tanto e sono felice di averlo portato a compimento, anche perché credo che i Motorpsycho non avrebbero potuto farlo da soli e Ståle è stato fantastico. Tutti, dallo staff produttivo al quartetto d’archi impiegato in tour, hanno svolto un ottimo lavoro. Per di più è stata la prima volta che abbiamo collaborato in studio con la Trondheim Jazz Orchestra, un’orchestra sinfonica della nostra città. È carino avere a che fare con artisti locali, così come conoscere gente nuova, diversa dal solito.

 

Proprio perché siete sempre stati una band prolifica e i vostri dischi sono fatti per essere ascoltati dall’inizio alla fine, come ti rapporti all’era della Rete, della musica a portata di mano e facile da scomporre, dell’iperproduzione del mercato discografico?

Ovunque c’è così tanta roba gratuita che a nessuno interessa più niente dell’intera esperienza d’ascolto. È positivo perché la musica in streaming, fruibile per esempio attraverso Spotify, permette di provare e scoprire: se mi piace, esco a vado a comprarmi il vinile. Mi diverto a tenermi aggiornato, anche se per il piacere dell’ascolto preferisco gli lp in forma finita. Così vanno le cose.

 

Se dovessi indicare i capitoli più importanti della vostra carriera, quale sceglieresti? La critica tende a nominare sempre Demon Box e Timothy’s Monster, registrati tra l’altro nello stesso luogo di Still Life With Eggplant, il Brygga Studio di Trondheim.

Non mi metto a quantificare o fare classifiche perché per me si tratta di one big thing, in senso figurativo. Spero che il prossimo album sia sempre il migliore e il più importante (ride, NdI).

 

Per curiosa coincidenza, ad aprile usciranno anche i nuovi dischi di Mudhoney, Meat Puppets e Melvins, ovvero tutti gruppi riconducibili agli anni Novanta, al periodo del grunge. Cosa ne pensi e chi secondo te si è mantenuto particolarmente interessante con il trascorrere del tempo?

Uh, domanda difficile. L’anno scorso abbiamo realizzato un ricco box di Blissard, uscito in origine nel 1996, con outtake e un sacco di altri bonus. Quindi mi è toccato mettermi ad ascoltarlo di nuovo, ed è stato davvero strano perché erano quindici anni che non accadeva. È musica che ai tempi suonava vera, quindi la considero tuttora buona ma è solo quello che è. È arduo, però, esprimere una valutazione perché nel mentre le cose sono andate avanti. Lo stesso avviene con molte di questi vecchi gruppi, come i Dinosaur Jr o i My Bloody Valentine o chi vuoi tu. Non ho nessuna band preferita tra quelle del periodo: alcune sono buone e alcune cattive, mentre altre sono unicamente noiose. Trovo più interessanti quelle che non sono rimaste ferme e che non cercano di suonare come se fosse ancora il 1993. Ecco perché mi piacciono i Beatles, Neil Young o classici simili, perché hanno sempre cercato di guardare al futuro, provare nuove avventure. Per me è anche un fatto caratteriale: non bisogna concentrarsi sui successi maggiori, ma cercare invece un’autenticità, progredire e proseguire una ricerca.

 

Spesso si è parlato di quanto le origini nordiche abbiano influenzato la vostra musica, ma mi piacerebbe chiederti com’è al giorno d’oggi vivere e suonare in Norvegia. 

Nella nuova epoca di Internet, come si diceva prima, è per certi versi più difficile, ma ci sono ancora molti festival e concerti nei locali, non adatti a noi ma a gruppi più giovani. L’intera scena underground dalla quale siamo emersi negli anni Novanta è scomparsa, quindi è più difficile esprimersi rispetto a quanto lo è stato per i Motor-psycho, che ora come ora sono ovviamente un’istituzione essendo in giro da venticinque anni. Siamo l’old school, ma va bene perché siamo sempre in giro. Siamo stati fortunati, ancora una volta.

 

Con l’Italia, dove tornerete a suonare a maggio, avete un legame speciale.

Siamo stati spesso in Italia nell’ultimo ventennio e le date da voi rappresentano sempre il culmine del tour. Il cibo e il pubblico sono eccezionali, così la musica suona in qualche modo diversa perché il tutto influenza il nostro modo di suonare. È curioso, esotico e divertente.

 

Tu e Snah suonate assieme da circa un quarto di secolo, mentre alla batteria c’è stato un cambio tra Håkon Gebhardt e Kenneth. Pensi che la line-up a tre, una vostra costante, sia in qualche modo simbolo di stabilità ed equilibrio? Il tre è il numero della perfezione.

Non posso far altro che essere d’accordo (ride, NdI). Il problema con la perfezione è che ben presto diviene statica, monotona. Bisogna inserire delle forze per rendere il tutto stimolante e far sì che il trio rimanga compatto. Ma senz’altro c’è una magia nelle band formate da tre persone. Oltretutto il tre è un numero magico in molti altri sensi.

 

Nel 1989 avete scelto il nome Motorpsycho, proprio come Motor-psycho! di Russ Meyer, regista d’ispirazione persino per i Mudhoney. Se dovessi formare una band adesso, quale film omaggeresti? 

Uh, sai che nessuno di noi aveva mai visto il film di Mayer prima di decidere il nome della band? Si trattava solo di una buona parola, per via dell’energia di Motor e della stravaganza di Psycho. Forse oggi sceglierei Toy Story 3 (ride di gusto, NdI).

 

Per concludere, cosa ti è piaciuto al cinema negli ultimi anni? 

Recentemente preferisco guardare serie tv come I Soprano, ma è fuor di dubbio che apprezzo le pellicole di Wes Anderson.

 

Beh, alla faccia di chi avrebbe puntato a colpo sicuro su fantasy alla Il Signore degli anelli o sull’epicità cruenta di cult come Valhalla Rising. Visioni come I Tenenbaum o Moonrise Kingdom, infatti, sono ben poco associabili con tre vichinghi che si battono per la salvaguardia del rock. Quello che dai muri di suono degli albori è passato ad espressioni sempre più colte ed evolute. Sono pieni di sorprese, questi norvegesi.

Pubblicato sul Mucchio 705

 

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