Motta

Quattro appuntamenti dal vivo alla fine di maggio anticipano il tour di Francesco Motta che con il nuovo album "Vivere o morire" è diventato grande.
Motta, jan 2018

È in grande mutazione l’universo artistico di Francesco Motta, un ragazzo allampanato stretto nei suoi jeans neri e nascosto sotto un cesto di ricci da cui sbucano due grandi occhi malinconici. Un misto tra Joey Ramone e Lou Reed, in salsa pisana, però. Un universo da divorare avidamente, da consumare fino all’ultimo boccone, da Vivere o morire, per dirla col titolo programmatico del suo secondo disco solista. Si percepisce nell’emozione della sua voce, nel piglio nuovo, che il nostro è ad un bivio importante della sua vita: sentimentalmente (ha affidato ai social la rivelazione della sua storia con l’attrice Carolina Crescentini) e artisticamente. Vivere e morire è un’esplosione di volontà, auspici e sogni, malinconie e slanci positivi. Perché Motta è cresciuto, ma di età non ne vuole più parlare: “Ho fatto talmente tante interviste arrampicandomi sugli specchi per evadere la stessa domanda che chiunque mi faceva centinaia di volte: come è la fine dei vent’anni? Ora lo sguardo è più vasto, e in questi testi parlo di cose che non avevo mai affrontato prima”.

Un disco concept?
Più che chiamarlo concept, direi che c’è un racconto, con un inizio e una fine. Lo si capisce ascoltandolo tutto per intero. Ad un certo punto arriva quella canzone, l’omonima del titolo, e non è un caso che sia il manifesto di tutto, ma anche la mia preferita in assoluto e quella che è stato più difficile comporre. Quando si è manifestato quel pezzo, ho capito come doveva essere l’album. Vivere o morire è una scelta binaria, fatta di sì o no, di zero o uno. Lì mi sono accorto che non solo la penso così nel mio modo di vedere la vita, ma anche che per la prima volta nei miei testi, sto totalmente dalla parte del vivere.

Dunque stavolta il testo prende il sopravvento sulla parte musicale?
Sono sempre stato dentro la musica, per me la disciplina nel fare musica, comporre e suonare, è fondamentale, lo è sempre stata, fin da quando sono piccolo e poi con la mia band, i Criminal Jokers. Mi affascina sempre ciò che non riesco a fare rispetto a cosa mi torna più facile. Poi anche grazie a Riccardo Sinigallia, produttore del mio primo disco, ho capito quanto fosse importante in una canzone il “racconto”, e come anche un brano senza testo possa raccontare qualcosa. Stavolta, grazie al supporto come autore di Pacifico, ho messo tutto me stesso nei testi. Tanto che nella title-track per la prima volta dico “di cambiare accordi non me ne importa niente”. È una frase ironica ma c’è tanto di vero. Oggi il testo mi fa immediatamente capire quanto mi piaccia, quanto possa affezionarmi ad una canzone.

Sembra una strana coppia quella formata da Motta e Pacifico, eppure i testi funzionano alla grande…
Ho trovato la persona giusta con cui lavorare. Quando sono andato a Parigi per scrivere con Pacifico lui in pratica mi ha fatto da psicologo. Gli ho raccontato tutto della mia vita e lui ha operato un processo maieutico (è il metodo usato da Platone che nella conversazione tendeva a spingere l’interlocutore a ricercare la verità dentro di sé, Ndr) per cui lui mi stimolava ma alla fine ero io che scrivevo i testi.

Si dice che tu sia molto pignolo in studio di registrazione…
Sono un insopportabile perfezionista ma ho anche una voglia matta di cambiare idea sulle cose, non vedo l’ora che qualcuno mi porti su un’altra strada. E questo accade anche se sono sicuro di ciò che voglio da un disco, anche quando, come oggi, ho una visione assolutamente lucida di tutto. Non so come Taketo, il produttore, abbia fatto a sopportarmi, mi ha seguito moltissimo.

Hai registrato a New York in uno studio storico…
Sì, il Brooklin Recording Studio. È stato incredibile! Per me si trattava anche della prima volta che andavo a New York e da fan dei Velvet Underground e di tutto quell’immaginario, ho avuto la netta sensazione di trovarmi immediatamente a casa mia. Quello è lo studio preferito di Keith Richards! E anche se sembra una cavolata, quella magia la senti. E poi, appartenendo ad un collezionista, c’erano a disposizione tutti gli strumenti del mondo. Qui ho registrato con il mega percussionista Mauro Refosco e anche lui è stato pazzesco: è come se con le percussioni avesse inserito del testo. Questo musicisti hanno un metodo completamente diverso dagli italiani: non si risparmiano, ad esempio Refosco si rifiutava di mettere una battuta in loop anche se si ripeteva tale e quale. Niente, lui la voleva risuonare dall’inizio alla fine. Assurdo anche che non conoscesse i testi ma che fosse in grado di comprendere il senso, tutto. In quello studio ho potuto suonare un synth storico (forse il primo in assoluto), l’ho messo su Vivere o morire ma ero talmente terrorizzato ad usarlo che ho suonato una nota sola. A New York solo respirare quell’atmosfera è stato magico.

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Foto di Claudia Pajewski

Il disco è piuttosto omogeneo nel suono, nel mood. L’unico pezzo che si distacca dal resto è proprio il primo singolo scelto,  Ed è quasi come essere felice…
Sì, quel pezzo non c’entra niente col resto del disco, ma proprio per questo è perfetto come apertura perché rappresenta il punto di congiunzione tra quello che ero prima e l’oggi. È stata una scelta quasi politica scegliere quel pezzo come apertura.Quando dico “la musica è troppo forte, non si riesce a parlare”, è anche una presa di posizione nei confronti delle persone che non hanno più pazienza o attenzione nell’ascoltare le cose. Era una canzone che avevo nella sua versione strumentale da tempo, che musicalmente ha come riferimento l’autore di colonne sonore Cliff Martinez (anche batterista di Captain Beefheart e dei primissimi Red Hot Chili Peppers, Ndr). Per il testo… mentre di solito per scrivere un verso ci metto cinque mesi, quel pezzo è uscito fuori in una mattina.

In canzoni nuove come Quello che siamo diventati o Chissà dove sarai, c’è il trionfo del Motta acustico, seppur con dei bellissimi archi molto ben dosati. Come se in questo disco tu abbia voluto togliere più che aggiungere…
Figurati che spesso non ho neppure sentito l’esigenza di mettere la batteria. E mi ha sorpreso vedere in un documentario su Lady Gaga (che poi è diventata la mia preferita) una tipologia di arrangiamento moto simile a quella che ho usato io.

Davvero ti piace Lady Gaga?
Sì sì, piange anche più di me! Guarda il documentario per credere!

E adesso ci perdiamo nei discorsi Nei segreti che si strappano a morsi... Canti tantissimo di amore in questo disco, ma lo fai senza frasi da bacio Perugina e neppure come i nuovi cantautori usciti dall’indie, che sembrano i Matia Bazar versione anni Dieci…
Sono perfettamente d’accordo con te sui nuovi cantautori ex indie. Per me cantare di amore è importante e lo considero un atto politico, poi c’è chi lo fa a cazzo di cane, ma questi sono problemi suoi. Il mio trucco nel fare le canzoni è non usare trucchi, cosa che è molto difficile. Quel che so è che non sono ancora riuscito a dire “ti amo”. Ma se ci arriverò sarò veramente contento, avrò raggiunto l’ambitissima semplicità. Prendi Buonanotte fiorellino di De Gregori: è la sintesi più difficile del mondo!

In un’intervista Cosmo raccontava come la vostra generazione (quelli poco sopra i trenta), sia una generazione nichilista, che non ha fiducia nel futuro. Ti senti così?
Io sono essenzialmente una persona che ha voglia di star bene. E trasformare questa sensazione in una canzone è difficilissimo. È più difficile mettere una speranza nel pop, essere positivi. Questa rigenerazione se senti il disco è conquistata, me la sono meritata. Ma stavolta non ci tengo ad essere rappresentativo di una generazione. Chiunque può interpretare le mie canzoni come preferisce ma né prima né oggi ho mai avuto voglia di sentirmi “generazionale”. Non ho tantissima fiducia nelle persone in questo preciso momento storico, ma ho voglia, io, di fare qualcosa di positivo.

Nel disco parli molto di te, di quanto sei cambiato. Come in un pezzo che si intitola E poi ci pensi un po’, dove immagini addirittura di avere un figlio e chiudi con un’orchestrina cubana…
Quel finale è memo vocale registrato col cellulare da me l’estate scorsa di un trio incredibile… Quando ho chiuso quel pezzo è come se avessi visto al fine del disco. Quel tipo di leggerezza mi serviva perché avevo messo un sacco di parole e non ne potevo più. Quella canzone è molto autobiografica, c’è tutta la mia voglia di maturità e l’oggettività nel guardarmi indietro e dire: sono contento! C’è anche la voglia di un nuovo inizio quando canto “hai disegnato un figlio”. È la prima volta che ho cominciato a pensare a cose che non avevo mai immaginato prima: È il pezzo più pieno di speranza che ho mai scritto.

Riccardo Sinigallia non produce il disco ma ti è stato vicino?
Siamo sempre vicini, sono stato anche da lui a finalizzare il suo nuovo album, lo aiuto nei silenzi condivisi. Lui mi ha detto: nel tuo secondo disco non farò la produzione perché te la devi smazzare da solo. Però quando stavo finendo il disco e mancava la scrittura finale de La prima volta, l’ho chiamato. MI faceva piacere che in qualche modo ci fosse, se non altro per tutto quello che mi ha insegnato. Quindi quel pezzo è uscito scritto a sei mani, anche con Gino Pacifico.

Il disco si chiude con un pezzo struggente dove parli di tuo padre, anzi, di tuo “babbo”…
Dei miei ho sempre parlato sia nelle interviste che nelle canzoni. Per me chiudere il disco con la frase del mostro e del bambino era molto importante. E’ una semplicità conquistata con grande fatica. Dire babbo è stato difficilissimo.

Hai aspettative?
Da una parte sì, dall’altra mi sento in qualche modo inattaccabile. Il disco è una fotografia di questo mio momento. Se mi dicono non mi piace è come se mi dicessero: nnon mi piace che ti chiami Francesco Motta. E allora pazienza!

Una sera mi parlasti della necessità di fare una rivoluzione. Da dove partiamo?
Prendendo posizione su tutte le cose, senza esserne mai stanchi. Anche se oggi, nella vita quotidiana è vincente chi questa posizione non la prende, io so che io, o te, invece ci sobbarchiamo questa responsabilità. Una posizione su tutto, che sia sull’amore o sulla politica. Noi la prendiamo. Bisogna sempre rischiare.

 

Dal vivo

26 maggio ATLANTICO Roma
28 maggio ESTRAGON Bologna
29 maggio OBIHALL Firenze
31 maggio ALCATRAZ Milano

10 luglio COLLEGNO (TO) – FLOWERS FESTIVAL
11 luglio PESCARA – TERRASOUND
14 luglio SASSARI – ABBABULA FESTIVAL
20 luglio GENOVA – GOA BOA
13 agosto BUDAPEST – SZIGET FESTIVAL
30 agosto MACERATA – SFERISTERIO

 

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 765

 

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