Nada

Stella in mezzo alle stelle

L'artista toscana ha appena pubblicato il suo nuovo album, "L'amore devi seguirlo". Noi seguiamo lei, e torniamo a intervistarla.
Nada 06_@Andrea Bandini

Decenni di canzoni. Collaborazioni che variano da Piero Ciampi a Massimo Zamboni, passando per Cesare Basile e Zen Circus. Una voce che strega, magnetica e incantevole; una personalità forte, carismatica. Vive in Maremma, ama la vita e l’estate.  L’abbiamo intervistata in occasione dell’uscita del nuovo album, intitolato L’amore devi seguirlo, al solito ricco di spunti interessanti e soprattutto di belle canzoni, scritte con il cuore. Le risposte, un po’ telegrafiche ma sempre intense, ragionate, mostrano una personalità profonda e affascinante.

L’amore devi seguirlo: un consiglio ad assecondare le ragioni del cuore?
Sì, ma passando per il cervello.

Costruirò un amore profondo e sarò stella in mezzo alle stelle”. Il disco, fin dal titolo, parla di amore – declinato in tutte le sue varianti – con sentimenti talvolta devastanti, di attesa. Quanto si intrecciano poesia e autobiografia?
La poesia si intreccia quel tanto da permettermi di portare le cose a come vorrei che fossero.

In ambito politico si parla di rivedere il Trattato di Schengel, che fra le altre cose permette la libera circolazione dei cittadini. Aprite le città sembra quasi uno slogan di accoglienza. C’entra l’attualità?
Sì, c’entra. Mi meraviglia che si stia ancora a discutere di “quanti a me e quanti a te”.

Ne L’estate sul mare accenni a “quattro birre e un cannone, per calmare la disperazione”, dove il paradiso viene figurato come qualcosa di sfuggevole; un amore passato che non arriva e si fa attendere. Immagini forti, estremamente poetiche. Qualcosa di simile accade in Ballata triste. Si possono controllare i sentimenti?
Il paradiso de L’estate sul mare è solo il desiderio di essere amata. In questo gioco i sentimenti sono liberi. Ballata Triste è una storia drammatica e dolorosa. Un amore finito male, troppo male. Qui i sentimenti non sono più un gioco e arrivano a essere manie, insanie.

Non sputarmi in faccia – titolo a parte – potrebbe sembrare una canzone sanremese dei primi anni ‘60. Poi arriva una strofa spiazzante che all’epoca sarebbe stata censurata: “Con la bocca che ti do puoi fare / Tutto quello che ti pare”. Come avviene la fase di scrittura?
Mi piacciono queste ballad, anche se sono difficili da rendere senza cadere nello sdolcinato. Ma non è questo il caso. È una canzone che mi è venuta di getto. L’idea che ho seguito è stata di rispettarne la radice anni Cinquanta, con le terzine di pianoforte e i cori alla Platters, ma con quell’aria un po’ marcia da blues che la fa essere fuori dal tempo.

C’è una pioggia di sale, che uccide tutti quanti”. In Una pioggia di sale parli appunto di una pioggia acida e nera, velenosa, mortale, che obbliga le persone a barricarsi dentro casa. Uno scenario apocalittico, freddo, minaccioso. Che stride con la musica (spensierata, leggera, positiva), quasi a definire l’ineluttabilità della sciagura, “tutto deve continuare”; e finisce per creare uno stato surreale. Un contrasto voluto?
Sì. A volte mi trovo a essere un po’ catastrofica, forse per esorcizzare l’impotenza di fronte a una natura violentata che ci ricorda la sua forza. Devastando. Invece di correre ai ripari, ci sentiamo dire che tutto è sotto controllo e tutto continua. Così, in allegria.

Nella conclusiva All’aria aperta canti “Libera, libera, libera, libera / Libera l’anima mia”. A chi ti rivolgi?
È una preghiera. Non so bene che c’è lassù, ma questo non mi vieta ogni tanto di alzare gli occhi al cielo e di sperare che ci sia qualcosa o qualcuno che mi dia una mano a ripararmi i guasti, le falle che mi si sono aperte, quaggiù.

Qual è il tuo rapporto con Sanremo? Il palco che ti ha lanciata a soli sedici anni e sopra al quale sei poi salita a intervalli irregolari…
Con Sanremo ogni qualche anno ci sentiamo, quando ci fa comodo, a me o a lui, e ci diamo una mano.

Ma che freddo fa, Il cuore è uno zingaro, Il re di denari; cosa è rimasto di quella Nada e come osservi, a distanza di tempo, quelle affermazioni plebiscitarie?
È un ricordo lontano, lontano, lontano, lontano, lontano, lontano…

Nel 1973 Piero Ciampi (e Gianni Marchetti) collaborarono a Ho scoperto che esisto anch’io, il tuo terzo album pubblicato da RCA. Qual è il tuo ricordo di quella esperienza, e di Ciampi?
Piero Ciampi è sempre vivo in me e sono contenta ogni tanto di cantare le sue canzoni. Quel che ancora mi accompagna di quella meravigliosa esperienza è lo sguardo di Piero. Ma non te lo so raccontare.

Sei partita con la canzone “classica” italiana – timida sopra un palco gigantesco – fino ad approdare a uno stile quasi anarchico, personale, più consono a un pubblico di nicchia che al mainstream radiofonico. Il tuo nuovo video, La canzone dell’amore, sembra espressione di un canto selvaggio, un bisogno di libertà e di allegria…
Sì, sono un po’ selvatica.

Nel corso della carriera hai diviso il palco con artisti molto popolari, ad esempio Carmen Consoli, Paola Turci, Marina Rei (nella stupenda versione di Ma che freddo fa cantata a San Siro), ma anche con cantanti meno noti. I tuoi dischi oscillano fra produzioni mainstream e indie. Come spieghi questo fatto?
Vado sempre con le persone che mi piacciono. E normalmente le cose che faccio piacciono a loro. È affinità.

Non solo musica. Anche teatro e scrittura. Il prossimo aprile uscirà il tuo nuovo romanzo. Puoi svelarci qualche dettaglio?
Uscirà il 28 aprile per Atlantide, ed è la storia di una donna e della sua lunga e bella vita. Il titolo è Leonida.

 

Foto di Andrea Bandini

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