Naomi Punk

Energia

Parliamo con Travis Coster, cantante/chitarrista del trio di Olympia al terzo album con il nuovo "Yellow", di punk e anti-tribalismi, decostruzione delle forme e costruzione dei linguaggi, jam e doppie identità, natura e alter ego queer. Va in onda un nuovo "film giallo".
Naomi Punk (cred. Jami Nadel)

Cosa significa per voi, oggigiorno, la parola “punk”?
Punk è più una modalità spirituale e concettuale, per me, che non un’estetica. Non abbiamo mai voluto esistere deliberatamente all’interno di un’estetica punk. Dato che siamo cresciuti suonando in un contesto molto punk, come altre band con cui collaboravamo o che seguivamo, e che eravamo dentro a quel tipo di scena, i nostri gusti e la nostra evoluzione musicale riflettono tutto ciò.

Potremmo dire che nel corso del tempo vi siete allontanati dal genere avvicinandovi alla sperimentazione?
Non penso che siamo più interessati alla “sperimentazione” adesso rispetto a prima; non penso che siamo interessati al genere-idea della sperimentazione. Alcune band vedono la sperimentazione come il loro obiettivo in musica – per esempio, esplorando nuovi suoni e documentando ciò nelle registrazioni. Noi siamo più interessati a sperimentare specificatamente con forme punk e pop… queste forme sono canoniche nella cultura, sono modificate e rigurgitate all’infinito da tutti i tipi di artisti… Siamo interessati a decostruire ulteriormente il rock, il pop e il punk e trovare così un nostro linguaggio, e poi utilizzare questo linguaggio per discutere questioni in una modalità che non può essere perseguita con le parole.

Vi sentite vicini nell’attitudine a una formazione come i No Age?
Credo che i No Age siano diventati ciò che sono perché hanno cristallizzato un’estetica con le loro strutture e il loro stile, e tutto l’atteggiamento verso l’industria musicale e l’idea di fare concerti. Non direi che siamo esattamente della scuola dei No Age, ma alcune delle loro peripezie e trovate live (tipo, suonare allo stesso tempo con poeti, DJ techno e band punk hardcore) mi hanno dato da pensare quando ero ancora piuttosto giovane e lavoravo sui miei progetti… Ritengo che mi abbiano aiutato a decostruire la mentalità tribale delle moderne subculture underground. Non mi sento interessato al tribalismo. Con la musica spero sempre di organizzare show che possano mettere in connessione persone radicalmente differenti, provenienti da differenti ambienti e percorsi di vita.

Siete originari di una città, Olympia, che è stata cruciale per la cultura punk, movimento riot grrrl incluso. Come vanno le cose in città? Si respira ancora un’aria controcorrente? Ci sono nuove band valide?
Olympia è figa. Una lista di band: TransFX, Deface Man, Beta Boys, GhostBitch, Milk Music, Vexx, Xylitol, GAG, CC Dust, The Moving Pictures, Total Life… e tante altre. La scena hardcore è dominante, forse la migliore d’America. Mi sa perché Olympia è una città estremamente piccola – anche se la maggior parte della gente non se ne rende conto – e non ha una vera economia, quindi l’Energia di una musica come il punk è più reale. Qui sembra diverso da qualsiasi altro posto che abbiamo visitato in tour. A volte mi stufo di viverci, ma ho molto rispetto per questo tipo di Energia.

Avete detto che la maggior parte del materiale di Yellow deriva dalla cosiddetta “The Scorpion Suite”, realizzata da una versione alternativa dei Naomi Punk, i cosiddetti “The Scorpions”. Dunque, perché questa doppia identità?
Amiamo jammare per ore e ore. Abbiamo abbattuto un sacco di barriere tra i membri della band perché suoniamo tanto assieme. Questo ha creato una specie di autorialità che è accessibile soltanto a noi, perché abbiamo un nostro linguaggio che possiamo condividere. Iniziammo a sviluppare il nostro linguaggio musicale mentre ci stavamo esercitando per gioco con la nostra band, che all’epoca chiamavamo “The Scorpions”. Il tutto si è evoluto in una faccenda molto elaborata. Mi pare che gli Scorpions abbiamo iniziato soprattutto a suonare “country”, come Lee Hazlewood. La cosa si è modificata, e ci è piaciuto come suonava per cui abbiamo cominciato a registrare.

Yellow è un doppio di ventisei tracce, dalla struttura particolare. Come descriveresti la vostra evoluzione da disco a disco? Stavate cercando di fare qualcosa che scardinasse la routine?
Con il primo album, The Feeling, abbiamo imparato il nostro linguaggio come band. Come fronteggiare la comprensione del rapporto tra batteria, chitarre, tutti gli elementi. È sostanzialmente un demo. Il nostro secondo album, Television Man, è un’espansione dei temi dell’esordio, ma più veloce e in presa diretta. È la nostra demo “dal vivo”. Yellow è la colonna sonora del film. Mi piace che sia concettuale. Mi piace che siamo stati trascinati nel dilatare l’universo del materiale. Mi piace il fatto che non segua nessuna regola del rock moderno. Ma possiede sempre tutti quegli elementi bizzarri che lo rendono accessibile a un ascoltatore casuale, come delle ballate alla chitarra acustica. Credo che la poetica del realizzare dischi sia nel trovare nuove stoffe da ordire fra tessuti significativi.

Nell’album parlate spesso della società industrializzata in opposizione a un ritorno alla natura: da dove scaturisce di preciso questa esigenza espressiva?
Ho trascorso molto tempo nei boschi, in riva all’oceano, sulle montagne. Ho pensato parecchio alla dicotomia tra natura e società, così come è presentata dalla culturale globale. Credo che le storie che siamo forzati a credere riguardo a civilizzazione, industrializzazione, tecnologia, terrorismo e natura umana siano un inganno. Credo che stiamo vivendo in Matrix, nell’Era dell’Accelerazione. È come se i testi di questo disco provenissero da diversi punti di vista della mia rabbia contro la società, dalla spiritualità, da episodi psicotici, dalla ricerca della libertà. Volevo usare questi testi per manifestare psicologicamente una resistenza contro la violenza esercitata dalle oppressioni istituzionalizzate del capitalismo e dalle menzogne della società, per esprimere a livello subliminale una guarigione per la Terra, per tutte le specie. Non mi interessa provare a convincere qualcuno a pensarla come me, per cui ho semplicemente trasceso la logica della spiegazione trasformandola in una mia fantasia, una parte della mia arte. Volevo inviare messaggi per far crescere una coscienza collettiva, per diffondere l’Energia della natura, fatta da tenebre e luce.

Toglici un’ultima curiosità: chi è Naomi?
Quando sei un giovane queer, può essere spaventoso e pericoloso presentarsi nella maniera in cui vorresti. Gli alter ego possono essere portali attraverso i quali mettersi in fuga, oppure imparare cose riguardo a se stessi, indossare qualsiasi abito desiderato senza preoccuparsi del giudizio sociale, avere un nuovo paio di occhi per guardare il mondo. Naomi Punk è stato uno dei miei alter ego per un po’. Adesso è il nome della nostra band.

 

Sul Mucchio n.757, attualmente in edicola, trovate un esteso dossier sul nuovo punk rock

 

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