Neneh Cherry

Raw Like Neneh

Blank Project era uno dei nostri dischi top del 2014. In occasione delle date italiane di luglio - il 10 a Bologna e l'11 a Roma - abbiamo rispolverato con Neneh Cherry la sua carriera.
Neneh Cherry
Libera di spaziare

Nei crediti del suo immortale debutto da solista Raw Like Sushi del 1988 Neneh Cherry scriveva in una nota: “Se devi fare qualcosa, fallo bene… ma bene!”. In trent’anni di carriera, con solo quattro album a suo nome, ma un vertiginoso numero di collaborazioni, si può ben dire che Neneh abbia mantenuto i suoi buoni propositi. Nonostante un altalenante successo commerciale che non è mai arrivato a bissare le vendite del fortunatissimo Raw Like Sushi, Neneh è diventata sinonimo di integrità artistica, sperimentazione e soprattutto crossover. Figliastra del grande jazzista Don Cherry, Neneh è cresciuta tra Stoccolma, New York e Londra in un ambiente a dir poco bohémien, zeppo di musicisti e serate passate al piano con il padre prima, il musicista Ahmadu Jah e la banda Cherry in un secondo momento. A quattordici anni, album degli X-Ray Spex incollati al giradischi, Neneh è approdata a Londra verso la fine del periodo punk e ha trovato nel genio e nella sregolatezza delle Slits un lasciapassare per la scena post-punk londinese. Tra un concerto e l’altro, Neneh è diventata presto un collante per alcuni dei gruppi più influenti del periodo, condividendo con Ari Up la passione per il reggae e il dub e dando il suo apporto ai Rip Rig + Panic assieme a, tra gli altri, gli ex Pop Group Gareth Sager And Bruce Smith. Abituata fin dall’infanzia al mix tra generi e sensibilità diverse, Neneh ha contribuito a conciliare lo spirito rivoluzionario del post-punk con sonorità black, anticipando le trasformazioni successive di gruppi coevi come PIL e Lemon Kittens. Nei suoi DJ set londinesi, Neneh mescolava dub, reggae, punk e, pare, i primissimi dischi underground dell’allora nascente hip hop.

Pochi anni dopo l’esperienza Rip Rig + Panic, Neneh si è ritrovata ancora una volta a metà strada tra sottoculture musicali differenti. Vicina alla scena musicale di Bristol che partorì il trip hop di Portishead e Massive Attack, con i quali finì per collaborare, Neneh ha incontrato il futuro marito Cameron McVey, con cui ha lavorato a Raw Like Sushi miscelando hip hop, dance, rock e i magmatici sound elettronici. Il singolo Buffalo Stance (un remake di un brano del gruppo del marito) schizzò al numero 3 nelle chart inglesi. Raw Like Sushi suonava fresco, futuristico, ma soprattutto grezzo, “raw” per l’appunto, e dannatamente sfacciato. Neneh finiva nei primi libri di cultural studies come esempio perfetto di pastiche postmoderno, la sua iconica collana a forma di dollaro apertamente in contraddizione con il memorabile verso “No moneyman can win my love”, virtuale precursore di malelingue rap come Lil’ Kim o persino Nicki Minaj. Negli album successivi (Homebrew e Man), Neneh si spostava in direzione world, quadagnando ulteriore visibilità e smussando i toni della sua immagine e delle liriche. Se c’è un filo conduttore nella sua carriera è lo stupore con cui ogni ascoltatore, incontrandola in un momento specifico della sua vita, scopre la varietà della sua produzione, che include un disco free jazz con The Thing (The Cherry Thing, 2012) e una tripletta di album nu soul con il gruppo “di famiglia” CirKus.

Il valore del suo percorso nella cultura musicale contemporanea è tornato al centro dell’attenzione in occasione dell’inaspettato Blank Project, arrivato diciotto anni dopo Man del 1996, un album che tutti ricordiamo per via della hit 7 Seconds in duetto con Youssou N’Dour. Man concludeva una lunga fase di successi, ma anche di incomprensioni con il mondo delle major. Fin dai tempi di Raw Like Sushi Neneh ha sempre dichiarato con candore di essersi ribellata al tentativo di “impacchettare” la sua figura e il suo sound. Uno spirito di indipendenza, il suo, che è possibile trovare in tutte le fasi della sua storia e che Blank Project, uscito per una piccola etichetta indie e contraddistinto da un sound ruvido e minimale, è tornato a confermare, facendola scoprire a un pubblico di nuovi fan. Blank Project ha il suono di una live band (i RocketNumberNine) alle prese con ritmiche esplosive nel loro minimalismo, mentre Neneh – nei testi e nell’interpretazione – costruisce un personaggio determinato a uscire da buio e depressione, facendo piazza pulita di problemi e piantagrane incontrati sul suo percorso. Dal vivo Blank Project suona ancora più graffiante, e l’indole punk di Neneh si scatena come trent’anni fa.

 

Foto di Kim Hiorthoy

Blank Project è stato osannato dalla critica. Come ti sei rapportata alla ricezione del disco da parte del tuo nuovo pubblico? Pensi che ci sia un lato del disco che parla dei tempi correnti?
So che potrà sembrare un luogo comune ma mi viene molto difficile pensare a chi sia il mio pubblico, a come percepiscano me o quello che produco musicalmente. Mi sono ritirata dalle scene per un po’ di anni per dedicarmi alla mia famiglia e perché non mi sentivo in pace con me stessa e il mio processo creativo. Mi sentivo come se fosse il business a mandare avanti la mia creatività e adesso sento di essermi liberata di quella sensazione. Tuttavia sono estremamente riconoscente a chiunque abbia dedicato attenzione al mio lavoro. In questo mondo pazzo e malato dove tutto scorre ad alta velocità, trovo incredibile che la gente abbia tempo da dedicare ai miei sfoghi! Per quanto riguarda il rapporto tra il disco e “i tempi correnti”, beh, siamo tutti qui e il disco è stato concepito oggi, per cui riflette i tempi che viviamo per forza di cose…

Nonostante tu non abbia mai smesso di lavorare a progetti paralleli e ad altre collaborazioni, Blank Project è stato il tuo ritorno dopo diciotto anni. Quando hai capito che era il momento giusto per tornare a fare musica? Ci sono stati dei tentativi di registrare un tuo disco durante tutto questo tempo?
Non ho mai smesso di scrivere e suonare dal vivo. Mi sono solo inabissata nel mio lavoro, lontano dai media. Ho lavorato molto in Francia con il mio progetto di famiglia CirKus: più che essere tornata, mi sono “rialzata”!

L’album è stato registrato in soli cinque giorni. Ci racconti come è andata? Avevate un’idea chiara del sound che volevate ottenere o è stata una sorta di scoperta?
Lavoro da vicino con mio marito Cameron (in arte Boogabear). Abbiamo registrato dei demo di un bel po’ di canzoni che parlavano principalmente della mia perdita di controllo, seguita a un periodo buio in cui sono morte mia madre e la madre di Cameron, e della mia risalita verso la luce. Abbiamo poi mandato le parti vocali ai RocketNumberNine e loro hanno ribaltato il tutto, in un modo che a noi è piaciuto da morire. Abbiamo lavorato duro in studio per un po’ di settimane e Kieran (Four Tet) Hebden ci ha registrati e fatti suonare dannatamente bene.

Come è iniziata la collaborazione con Four Tet e i  RocketNumberNine?
Cameron conosceva Kieran dai tempi in cui suonava nel suo primo gruppo, Fridge. Da parecchio cercava di convincermi a coinvolgerlo nelle nostre cose. Per prima cosa abbiamo fatto un remix di una cover di MF Doom (Accordion, NdR), che avevamo registrato per il nostro disco free jazz (The Cherry Thing, NdR), poi abbiamo collaborato insieme con Baby Bam e infine ha deciso di lavorare a Blank Project. Joakim, il boss di Smalltwon, ci ha fatto invece conoscere RocketNumberNone quando eravamo alla ricerca di un gruppo cui potessi fare da front singer dal vivo. I concerti ai Gilles Peterson’s World Wide Awards e quello di Londra al Koko sono andati così bene che Cameron ha suggerito lavorassimo insieme a loro per il nuovo album.

Hai detto spesso che con The Cherry Thing cercavi di ricongiungerti con le tue radici musicali e familiari. Dobbiamo concepire Blank Project come un nuovo inizio?
È come se stessi ripercorrendo la mia strada nella storia. The Cherry Thing rappresenta l’eredità di mio padre, Blank Prokect rispecchia il periodo Rip Rig + Panic. Alla prossima potrebbe essere il turno di Raw Like Sushi

 

Foto di Kim Hiorthoy
Foto di Kim Hiorthoy

Il sound del disco è generalmente scarno, ma mantiene sempre un non so che di tagliente, grezzo, come se in ogni traccia volessi lasciare un segno indelebile. Come in The Cherry Thing c’è un qualcosa di punk. A rischio di sembrare naïve con questa domanda: che significato aveva per te il punk ai tempi delle Slits e dei Rip Rig + Panic  e cosa significa per te oggi?
Il punk è stato la mia via di fuga dall’essere una freak per tutta la mia infanzia. Ho amato il mio periodo di crescita, i miei geinitori, mio fratello, i nostri amici, la nostra vita, ma era al di fuori che non mi sentivo mai completamente a mio agio. In Svezia ero la strana ragazza di colore, a New York ero la l’artista matta scandinava… Poi l’adolescenza è arrivata di colpo e ho sentito il bisogno di trovare il mio spazio nel mondo. Ho quindi incontrato le Slits, che mi hanno avvolto in un fascio di energia femminile e fatta diventare una post-punk punk… ho trovato me stessa… Oggigiorno per me le Skinny Girl Diet sono il punk, sono il volto e le radici e la coscienza musicale del nuovo punk.

Il tuo nome è diventato sinomimo di crossover tra generi e ribellione. Qual è stata la parte più positiva dello scampare alle etichette di genere e quale la maggiore difficoltà nel “depistare” continuamente le aspettative dei tuoi ascoltatori di vecchia data?
La cosa più negativa: troppi schiamazzi per 7 Seconds. La più positiva: vedere i ragazzi che pogano da matti nella mosh pit durante i nuovi pezzi.

Ricordo di aver letto un’intervista tempo fa in cui Ari Up diceva che tu e lei andavate alla ricerca di dischi hip hop underground a New York. Di fatto, ti viene spesso attribuito il merito di aver introdotto il primo hip hop statunitense nel Regno Unito con i tuoi DJ set. Ti sei di fatto sempre trovata in mezzo a tante sottoculture diverse contemporaneamente. Se ripensi al passato, ritieni che le cose siano cambiate drasticamente e concordi con chi dice che non ci sono più vere e proprie sottoculture musicali? Manca qualcosa oggi?
C’è così tanta sottocultura che faccio fatica a tenermi aggiornata! Cosa manca? Nulla, tutto sta tornando… è tutto così esaltante. La musica ha un ruolo centrale e la parte migliore è che ora le regole sono tutte confuse e sfasate, per cui non è più solamente un business ma un modo di vivere. Me ne sono andata quando la parte economica stave prendendo il sopravvento e sono tornata quando si è dileguata. Per quanto riguarda l’aver portato l’hip hop nel Regno Unito, temo di non essere stata io! Ma l’hip hop era praticamente il mio stile di vita… è vero però che abbiamo suonato i primi dischi hip hop all’Hot Stye.

Come è nata la recente collaborazione con Dev Hynes (Blood Orange) per il pezzo Agender?
I boss a Selfridges stavano pensando a qualcosa fuori dalle regole. Dev è easy, una persona dolce… Cameron ha realizzato delle parti con i RocketNumberNine partendo dall’idea originale di Dev (credo abbiano messo la sua parte in loop) e poi lo abbiamo rimandato via Internet a Dev, che ha mixato il tutto. Il pezzo è andato avanti e indietro finché non siamo stati tutti soddisfatti.

Sei stata in tour con Blank Project per più di un anno. Ora è di nuovo il nostro turno: che memorie conservi dell’Italia?
Scorpacciate di pasta sul ciglio della strada. Tutti i ricordi prevedono cibo e vino. E poi sole, mare, risate, bambini, altra pasta, piatti regionali… Il festival di Don Cherry in Sardegna… altro cibo…. altre risate… piatti di pesce…

 

 

IN ITALIA

10 LUGLIO, BOLOGNA, BOLOGNETTI ROCKS

11 LUGLIO, ROMA, ANDREA DORIA CONCERT HALL

 

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