Okkervil River

Quel che intendi con sincerità

In occasione dell'uscita di "The Silver Gymnasium" parliamo con Will Sheff.
Okkervil River 2013Ben Sklar

A differenza di molti colleghi della sua generazione, Sheff sembra più pessimista sui cambiamenti tecnologici che hanno investito il mercato come si legge in questo botta e risposta su musica, letteratura e, più in generale, sulle difficoltà del lavoro artistico tra anni Zero e Dieci.

The Silver Gymnasium è stato prodotto da John Agnello, che appartiene a un certo tipo di tradizione musicale. Com’è stato lavorare con lui? Come mai una scelta così caratterizzante?
Mi incuriosirebbe sapere qual è il sound di John. Non direi che ne ha uno specifico. Lui stesso ha dichiarato più volte che cerca sempre di non avere un suono caratteristico. So che ci sono certi trucchi che utilizza sempre. Ad esempio, usa molti microfoni su determinati strumenti come la batteria. E usa determinati compressori di suono. In ogni caso, la scelta di lavorare con John non ha niente a che vedere con un suono. Semmai, con una certa attitudine che ha nel produrre. Ovvero non spingere su certi suoni e cercare la perfezione formale preferendo ascoltare il pezzo e il disco nella sua interezza. Volevo collaborare con uno in grado di guardare the big picture e aiutarmi nei momenti delicati.

Cosa ne pensate del ritorno al suono e all’attitudine degli anni Novanta? Sembra che molti artisti stiano spingendo verso un rinnovato ethos della sincerità. Da Bon Iver ai Cloud Nothings passando per National e Titus Andronicus, si sta sperimentando una sorta di “cambio” da una musica più stilizzata a una più empatica. Gli Okkervil River mi sono sempre sembrati in linea con questo paradigma, quindi non credo sia niente di nuovo per voi. Ma è comunque un trend interessante, se di trend possiamo parlare.
Tutto quello che faccio come Okkervil River viene fuori come sincero. Credo che sia quello che molti fan si aspettano e molti detrattori odiano. Ma credo sia più un fatto di come la mia voce suoni e quanto riesca a fingere o meno. E in questo momento non ho molta energia per fingere. Per quanto riguarda la sincerità, invece, credo che l’indie rock sia ai suoi livelli di minimo storico. Ma per me non è fondamentale. Ad esempio, Rod Stewart mi è sempre sembrato profondamente “non sincero”, e mi piace tantissimo proprio per questo. Ma al momento trovo che nell’indie contemporaneo ci sia una mancanza di volontà generale nel mettere le vere emozioni in prima fila.

Parliamo di The Silver Gymnasium, allora. Le canzoni mi sembrano più mature e curate.
Mentre stavo lavorando per un mio progetto parallelo chiamato Lovestreams, che faccio principalmente per me stesso, per imparare nuove tecniche di scrittura e registrazione, mi capitava di scrivere cose più orientate verso gli Okkervil River e le tenevo da parte. Erano canzoni composte in modo più tradizionale: voce e chitarra e non elementi di collage sonoro, per dire. Una volta finito Lovestreams, mi sono reso conto di avere quasi tutto The Silver Gymnasium pronto. Ecco. Le canzoni del disco sono venute fuori da Lovestreams. Anche se l’approccio è diverso, credo che entrambi condividano un modo molto diretto di parlare all’ascoltatore.

Un concept sulla pre-adolescenza nel 1986. Come ti rapporti agli elementi stilistici dell’autobiografia? Credo che l’autobiografia sia uno degli elementi di quella sincerità di cui si parlava prima. E anche che i nostri giorni siano abbastanza maturi per riflettere sull’eredità culturale degli anni Ottanta e Novanta.
Non penso alla questione sincerità. Cioè, non è che provo a essere sincero, o non è la parola che userei. Credo di cercare di essere reale, scrivendo canzoni che abbiano un vero impatto sullo spettatore. Sono interessanto agli anni Ottanta come momento culturale, ma principalmente per ragioni egoistiche perché me li ricordo: sono stati anni formativi. Gli anni Novanta me li ricordo diversamente, per dire. Ero un adolescente ed ero molto serioso, molto critico sulla cultura pop. Non condivido, quindi, lo “spirito dei tempi” che molte altre persone condividono. Anche perché mi sembra sia un concetto abbastanza ineffabile da definire. Se devo essere onesto, ultimamente penso che sia gli 80 sia i 90 siano stati anni di impoverimento culturale e di codardia diffusa. La “promessa” degli anni Sessanta è morta da tempo e gli stronzi hanno vinto. E ora stanno consolidando il loro potere al punto che è difficile immaginare di rovesciare il tavolo senza fare una rivoluzione.

Tra l’altro The Silver Gymnasium mi sembra un disco dalle radici letterarie. Ad esempio, il racconto di formazione è un genere tipico della letteratura americana.
In effetti quando stavo scrivendo le canzoni ero molto interessato alla letteratura di formazione nel New England. Principalmente perché sentivo dovesse essere importante essere dettagliato, specifico, approfondito, altrimenti un disco troppo generico non sarebbe servito a nessuno. E mi sembra anche che l’universo del New England non sempre sia rappresentato in maniera autentica. A questo riguardo, il lavoro di scrittori come Stephen King, John Irving e John Knowles ha aiutato. E ci sono stati anche scrittori young adult come Daniel Pinkwater, Wilson Rawls, Katherine Patterson, Jean Craighead George e Zilpha Keatley Snyder. Più in generale, mi affascinano le storie in cui si raccontano le dinamiche delle piccole cittadine.

Il nuovo album è stato accolto bene dalla critica, come sempre. Hai già dei feedback per quanto riguarda il pubblico?
Il rapporto con i critici o il pubblico, o con qualunque altra entità astratta, è così confuso che spesso non ci capisco niente. Mi fa piacere che la gente apprezzi i nostri dischi. Ma non sono sempre sicuro del perché faccio quello che faccio ed è difficile rapportarmi alla gente come a un gruppo generalizzato. Così come quando i critici apprezzano o disprezzano, o quando i fan vanno via dal concerto. Insomma, non capisco certe dinamiche e allora ci penso in maniera astratta. Sono più interessato a relazionarmi con quello che mi spinge a fare arte e, casomai, all’impatto che il mio lavoro ha su un singolo individuo. Quando qualcuno mi manda una mail o mi dice di persona che la mia musica ha significato molto per lui, mi gratifica di più di dieci concerti e cento recensioni.

Il vostro primo disco è del 2002. Come è cambiato il mondo della musica alternativa negli ultimi dieci anni? Come vedi il futuro?
Ora l’indie rock è un business molto più di quanto non lo fosse qualche tempo fa. Negli anni 80 e 90 si pensava all’indie come una scena genuina. Qualcosa di separato e culturalmente indipendente dal mainstream. Ora l’indie sembra più il campo di allenamento di chi vuole essere mainstream. Un modo per costruire consenso e formare la propria band. E ci sono anche meno soldi. Un sacco di gruppi indipendenti che riuscivano a vivere bene sono stati spazzati via da compagnie come Spotify e non possono più fare musica professionalmente. Dall’altra parte, le corporation si sono interessate all’aspetto cool suggerito dall’indie e hanno cominciato a buttare soldi per pubblicizzare e sponsorizzare. Quindi poche manciate di artisti alternativi possono diventare molto più ricchi rispetto a quanto potesse capitare negli anni 80. L’innocenza e molto di quel senso di “integrità” sono spariti. E penso anche che gli artisti abbiano poco coraggio. Spesso se fai cose “strane” o vibey hai una grande ricompensa critica, ma si ha paura di intraprendere vere sfide o di fare qualcosa che possa essere legittimamente stroncato. Non credo, ad esempio, che un gruppo come i PIL possa esistere nell’attuale clima culturale. Tutti cercano di galleggiare e magari prendere un po’ dei pochi soldi che sono rimasti. In realtà è una situazione deprimente. Rispecchia anche quello che sta succedendo nel mondo, dove la differenza tra i ricchi e i poveri è sempre più grande e pochissime persone possono permettersi di vivere “nel mezzo”. Ho paura che in futuro solo chi ha già i soldi potrà permettersi di investire energie nel lavoro artistico.

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