Omosumo

Sulle onde, verso orizzonti sconosciuti

Alla scoperta del trio siciliano formato da Angelo Sicurella, Roberto Cammarata (Waines) e Antonio Di Martino (Dimartino), al primo album con il riuscito "Surfin' Gaza", ricco di spunti e ingredienti.
Omosumo
Sulle onde, verso orizzonti sconosciuti

Tre domande in una: come e perché avete deciso di formare un trio, cosa avete portato nel progetto comune dalle vostre rispettive avventure in proprio, come gestite l’intreccio dei vari impegni?
Siamo in trio adesso ma ci siamo arrivati, all’inizio eravamo in quattro con un batterista, poi abbiamo trovato un equilibrio che ci piace molto così come è. Le diverse esperienze esterne agli Omosumo ci sono servite individualmente per crescere, capire delle cose, ma in questo progetto ogni volta che ci approcciamo alla scrittura, o alle prove per il live, si parte in qualche modo da zero, si lasciano fuori le piccole certezze e si mette tutto in discussione. I vari impegni li gestiamo cercando di non far coincidere periodi di lavoro intensi delle altre attività con quelle degli Omosumo, che vogliamo preservare come progetto autonomo.

Ci raccontate meglio da dove proviene l’interesse per il documentario God Went Surfing With The Devil, che ha ispirato l’intero album?
Durante le preproduzioni del disco a gennaio scorso – ben prima degli ultimi tragici eventi che hanno riguardato la striscia di Gaza – ci trovammo a parlare di vari argomenti, come spesso ci capita, e il discorso cadde su questo club di surfisti a Gaza dove palestinesi e israeliani si trovavano a surfare insieme. Questa immagine ci ha catturato, l’abbiamo trovata molto affine a certe cose che stavano venendo fuori nella scrittura, e l’abbiamo in qualche modo fatta nostra facendola diventare Surfin’ Gaza.

Il conflitto mediorientale è più che mai attuale: come ci si accosta a simili immagini e problematiche attraverso le note?
Surfin’ Gaza non vuole offrire soluzioni o sputare verità su una questione complessa e annosa come quella della striscia di Gaza, abbiamo le nostre opinioni in merito, ma non ci arroghiamo la posizione di chi debba spiegare ad altri come stanno le cose. Da quel contesto abbiamo provato a prendere delle sensazioni e immagini, come la guerra, l’abbandono, i rapporti tra persone, la deriva, la pace: e abbiamo provato a declinarle secondo la nostra musica.

Avete infatti dichiarato che Surfin’ Gaza è un “album sull’abbandono”. Da cosa fuggono, gli Omosumo, e che rifugio vanno cercando?
L’abbandono a volte è un desiderio, a volte una necessità. Non è necessario fuggire da qualcosa per trovare rifugio in qualcos’altro. Abbandonarsi su di una tavola da surf per toccare con le dita un orizzonte sconosciuto, o per il merito stesso di una agognata deriva è un punto di partenza. L’incertezza della meta uno stato delle cose. Questo concetto lo si può declinare un po’ su tutto. Uno streben che trascende fisicamente l’immaginario. Oggi è più che mai realtà.

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Quali sono per voi le analogie tra surf e musica?
Le onde, ovviamente.

Elettronica e strumenti suonati, cadenze ballabili e songwriting indie pop-rock, sfumature etniche e radici della vostra terra, lingua inglese (ma addirittura anche araba) e italiana: come gestite questi opposti complementari?
Tutte queste cose siamo noi stessi, sono le cose che ci influenzano e che ci destano emozioni, inevitabilmente finiscono dentro la nostra scrittura.

Durante i vostri concerti le ritmiche si accentuano ancora di più, per esibizioni trascinanti e fisiche, che stanno andando avanti da un bel po’ di mesi a questa parte. Che idee e aspettative avete per il proseguimento del tour?
Ci piace il palco e quello che succede lì sopra, la relazione che si crea con il pubblico. Speriamo di portare la nostra musica ancora in giro, magari non solo in Italia come ci è già successo qualche mese fa partecipando al SXSW in Texas. Troviamo molto stimolante il confronto con le realtà estere.

A seguire, i due nuovi video per la regia di Manuela Di Pisa.

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