Patti Smith

Un mito col vizio di forma

Quando ci parlammo, sei mesi fa, suonava con i figli, oggi Patti Smith è in tour con "Horses" il disco d'esordio pubblicato nel 1975.
Patti Smith
In tour con "Horses"

So che Patti Smith ormai suscita la stessa indulgenza o lo stesso fastidio di Fernanda Pivano che si accompagnava a Jovanotti. So che vederla cantare in Vaticano e stringere la mano al Papa fa digrignare i denti a chi ballava Jesus-died-for-somebody’s-sins-but-not-mine ma, oggi, mi lascia più perplessa chi ritiene che un verso del genere debba vincolare all’onestà e alla coerenza che non un’artista che forse sta solo decidendo di abdicare al mito di se stessa. I veri amori sono tali anche quando diventano ridicoli, e chi ha preferito abbandonarla per strada può sempre scegliere di non andarla a sentire in un tour con i figli riuniti in una formazione che si chiama, eloquentemente, The Patti Smiths. Per tutti gli altri, invece, Patti Smith dal vivo sarà solo l’ennesima conferma che in quegli anni ci si poteva bruciare anche senza morire. Ho imparato a essere giovane da questa donna, e non escludo che un giorno imparerò anche a invecchiare. Ho imparato a far sì che le “perle non si frantumassero nella mia bocca di ragazzina”, a volere bene alle groupie senza capirle davvero in fondo, perché come fai a stare in adorazione sotto il palco quando puoi cercare di salirci sopra. Ma, soprattutto, ho imparato a impormi senza essere crudele. È una cosa che cerco di ricordare, mentre le telefono per parlare di declino.

Ciao, sono Claudia.
Ciao, io sono Patti.

Voglio fare quest’intervista da quando avevo otto anni, quindi se mi inceppo fai finta di niente. Partiamo dal presente: vai in tour con i tuoi figli. Il nome che avete scelto mi fa sorridere, sembrate quelle famiglie mormone che avevano uno show televisivo negli anni sessanta. Che pezzi farete?
Sai, mio figlio Jackson è un bravissimo chitarrista, mia figlia suona il pianoforte e il bassista, Tony Shanahan, ormai è uno di famiglia. Insieme possiamo fare tutto; siamo sostanzialmente acustici, ma non so ancora nulla della scaletta. Non preparo mai i miei show finché non arrivo in un posto. Devo capire dove andrò a cantare, che tipo di gente c’è, se siamo in chiesa o in un club, e poi decido la setlist. Probabilmente faremo un paio di canzoni spirituali dato che saremo sotto Natale, poi quelle che la gente vuole sentire, qualche pezzo impegnato. E saremo anche violenti, pure senza batteria. In fondo quando ho iniziato mi presentavo sul palco solo con il pianoforte e la chitarra. Posso tornare a quel tipo di semplicità senza problemi. L’ultima volta che io e miei figli abbiamo suonato insieme è stato il 14 settembre per il compleanno di mio marito.

Quando sei apparsa a Sanremo e hai dedicato Because The Night a Fred Sonic Smith, sorridendo come una liceale alla prima cotta. Mi stupisce sempre constatare quanto tu sia connessa con quel che eri, penso al memoir Just Kids, e allo stesso tempo capace di evolverti. A questo punto sarebbe più facile cannibalizzare il passato, o limitarti a restare nella parte. Per esempio, se anni fa mi avessero detto: “Ehi, Patti Smith ha fatto una cover di Rihanna” (Stay, per la cronaca) avrei riso istericamente.
Oh, quella cover. È che a me piacciono le canzoni e basta. Certo, non la faccio bene come lei ma mi sono divertita. Recentemente ho fatto anche un pezzo di Adele. Non sono capace di scrivere canzoni semplici, ciò non significa che non mi piacciano. Cerco di non avere pregiudizi. Per quanto riguarda mio marito, è morto quando i ragazzi erano piccoli. La musica serve a tenerlo in vita. Era un musicista, loro sono musicisti, e quando suoniamo insieme pensiamo solo a lui.

Tua figlia aveva sei anni. Per lei ricordarlo è inevitabilmente una faccenda diversa, il padre che conosce fondamentalmente è quello che hai creato tu, no?
I miei ragazzi hanno i loro ricordi privati, fidati. Che non hai paura di tentare nuove strade lo dimostra il fatto che stai per scrivere un romanzo. Lavoro a dei romanzi da una vita, ma non li ho mai pubblicati, e non lo farò per chissà quanto. Ho in ballo un altro tipo di libri. Scrivo da quando ero ragazzina, gran parte del mio lavoro è inedito, ma non conta quello. Io scrivo comunque. Non ho mai voluto essere una cantante, ma una scrittrice,
ed è così che mi descrivo. Ovvio, sono anche una performer e quella è una parte importante della mia vita. Ma la poesia mi coinvolge ancora molto.

Parlando di influenze, mi interessa questa opposizione tra passato e presente. Qual è stato il primo disco che hai posseduto e l’ultimo che hai comprato in un negozio? Poi dimmi anche dei libri.
Non avevamo molti soldi quando ero piccola, ci ho messo una vita a mettere da parte qualcosa per comprarmene uno. I miei potevano permettersi solo dei singoli. Il primo album è stato My Favorite Things di John Coltrane, credo, nel 1963. L’anno dopo invece ho comprato Dylan. E lì mi sono persa. Il primo libro invece me lo diede mia madre, si chiamava Silver Pennies ed era un delizioso volumetto di poesie su fate ed elfi; ce n’erano alcune bellissime di William Blake e William Butler Yeats. L’ultimo libro è di questo tizio norvegese, si chiama La mia battaglia di Knausgård. Lo conosci? L’ho preso dopo una sbornia di Murakami.

Sì, è una specie di persecuzione ormai.
Non compro mai dischi rock’n’roll, ma solo opera. L’ultimo è una copia di Tristano e Isotta live alla Scala. Acquisto un sacco di musica classica, poi sento le cose che ho già. I My Bloody Valentine, vecchi dischi r’n’b e Jimi Hendrix. Ma quello che esce adesso… non so.

credits: Mattia Zoppellaro
credits: Mattia Zoppellaro

Quando siamo giovani abbiamo certe idee, ci aspettiamo che i nostri idoli invecchino in un certo modo o che muoiano e basta. C’è tutta quell’ipocrisia sulla morte dei propri miti, una specie di cordoglio che mal si abbina con il sarcasmo nei confronti del declino, quando un cantante che amavi partecipa a show televisivi imbarazzanti o uno scrittore che hai adorato se ne sta imbolsito e ubriaco sul divano della madre. Ma pure tu eri così cinica e inclemente? La giovane Patti Smith che avrebbe pensato di questa Patti Smith che va in udienza dal Papa?
Penso che la riconoscerebbe, non sono cambiata poi così molto. Ho i capelli grigi, ma sono coerente con chi ero e chi non lo capisce non ha mai capito me. La giovane Patti Smith sarebbe solo stupita che io sia ancora viva, dato che ero sempre malata da piccola. Ecco, quella ragazza sarebbe solo felice di vedermi ancora qui. Invecchiare è una battaglia, un adattamento, ma contiene esperienze meravigliose. La compassione che ti accorgi di iniziare a provare, l’estensione del pensiero, il fatto di poter continuare a lavorare. Non partecipo a una cultura che ha un terrore fisico dell’invecchiamento, non la trovo affatto salutare.

Una delle cose che mi è sempre piaciuta è che non ti sei mai bevuta quella faccenda dell’autodistruzione. Non ti ha mai fatto sentire sola? So che eri coraggiosa e spudorata, ma facevi pur parte di quell’industria musicale. Insomma, era il Lower East Side degli anni Settanta. Quasi non ci si crede che eri sempre pulita.
Il fatto è che non frequentavo davvero quella gente. Mia sorella, Robert Mapplethorpe, Sam Shepard, le persone a me più vicine erano lavoratori, non tossici. Le persone mi accettavano per quel che ero, non ho mai sentito pressione. La droga non mi piaceva da piccola e non mi piaceva negli anni settanta. Non credevo che essere autodistruttiva avrebbe contribuito alla mia immagine. La mia immagine era data dal buon lavoro che avrei fatto. Dovevo essere brava, il mio unico obiettivo era quello. E il lavoro che faccio è sempre stato più fico di me.

Il mio aneddoto preferito nella storia del rock’n’roll è quando all’apice della fama e della tua carriera hai mollato tutto. Le femministe non ti capivano, si sentivano tradite, dicevano che ti eri sposata per andare a fare le lavatrici nei sobborghi.
È stata una scelta umana, prima ancora che una scelta da donna. Avere figli o meno non fa di te una femminista. Sono sempre stata un’umanista: mi interessano i diritti di mia figlia quanto quelli di mio figlio. Crescerli è stato il lavoro più tosto di tutti, ma allo stesso tempo studiavo, scrivevo, lavoravo ai miei progetti. Ho scritto di più quando crescevo figli che non in altri momenti della mia vita, perché averli attorno mi costringeva ad essere disciplinata. Avere una famiglia compromette un certo stile di vita rock’n’roll, ma non me né mai fregato niente. Non ho sacrificato nulla nel diventare madre e moglie, ho solo cambiato prospettiva e ricanalizzato la mia evoluzione.

Parli spesso di coerenza, ma su New York forse hai smesso di esserlo. Hai detto in più occasioni che è una Disneyland per chi ha velleità artistiche e che chi vuole fare arte farebbe bene a migrare altrove.
Hanno frainteso tutti quello che volevo dire! Non ho mai detto alla gente di non venire a New York, ma che la città non è più indulgente con chi non ha mezzi, con chi è povero e vuole sfondare. Quando ero giovane potevo lavorare in una libreria e permettermi un appartamento economico: appartamento economico è un’espressione che è scomparsa dal vocabolario di questa città. Ci sono altri posti interessanti dove puoi condurre le tue battaglie: Newark, Detroit, Philadelphia. So perché vogliono venire qui, chi li biasima. Ma quel posto non esiste più. È ancora una città magnifica, non lo metto in dubbio, ma è così chiusa. Era calpestata e oppressa quando arrivai, un posto di macerie, in cui i sopravvissuti potevano prosperare. Ora è troppo complessa. La amo, ma l’ho anche persa.

Invece su tuo marito non hai mai cambiato idea. Parli come se fosse ancora vivo, e non ti sei mai più innamorata. In quello sei stata fedele alla linea.
E come avrei potuto. Quando hai sposato il re, perché dovresti volere qualcun altro?

Credits: Chico De Luigi
Credits: Chico De Luigi

C’è una scena in Please Kill Me che non riesco a dimenticare anche se mi fa stare male. La racconta Penny (non mi ricordo chi fosse, né il cognome), una ragazza che bazzicava attorno al Max’s Kansas City, si faceva sempre di anfetamine ed era convinta di essere diventata amica di Patricia Lee Smith. La chiamava sempre così. E forse erano state davvero amiche, ma poi Patti Smith partì per un tour, stava diventando famosa, e quando tornò e Penny le andò incontro a braccia aperte si comportò come se non la riconoscesse. Era ruvida, distaccata, concentrata solo su se stessa. Questa monomania della cantante per la sua carriera ricorre sempre nei ricordi di chi ha avuto a che fare con lei. Dopo averci parlato al telefono posso capire che effetto fa. Lo sento nella sua voce: l’atteggiamento da madre misericordiosa che all’improvviso si incupisce quando avanzi l’ipotesi che il suo tour sia necrofilo o che lei si stia esponendo al ridicolo. La donna che ti dice che sei dolce e poi che deve andare; quella che vorrebbe chiacchierare per ore e poi farnetica di gallerie da visitare e impegni a cui non può mancare. Che parla di suo marito come se non fosse mai morto e che diventa iper-produttiva, perché la vecchiaia le avrà consegnato cose bellissime ma anche una normale solitudine. A proposito di miti che non invecchiano come vorremmo, c’è una parola che non conoscevo prima di leggere Sulla strada di Kerouac e che da quel momento non ho mai smesso di utilizzare. La parola è stillicidio. Non credo sia un eccesso di poesia se dopo aver parlato con Patti Smith riesco finalmente a chiudere il cerchio. La sua fine, questa fine che non è poi così speciale, è letteralmente questo: uno sgocciolamento gravitazionale, forza e intensità che vanno a puttane. Eppure qualcosa resta e si oppone al vizio di forma: poco dopo essersi conosciuti, la cantante spedì un telegramma a Fred Sonic Smith. C’era scritto: ti mando energia e luminosità in allegato.
Ecco quel che resta. Una luce che questa donna non riesce a smettere di irradiare e che, anche quando si affievolisce, ti permette ancora di avere un minimo di sensibilità nel buio. Quella sufficiente per non inciampare. Quella che non sarà più tutto ma è ancora abbastanza. E ti fa dire ti perdono Patti Smith. Anche per essere rimasta Patti Smith.

Horses dal vivo

14 Giugno, Roma, Campo Boario

18 Giugno, Firenze

19 Giugno, Verona

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