Perfume Genius

Il coraggio di essere

Mike Hadreas è tornato da poco con il suo quarto album, "No Shape", che sancisce la sua maturità non soltanto come musicista ma anche come essere umano. Lo abbiamo raggiungo telefonicamente nella sua casa di Tacoma, Washington, per farcelo raccontare.
PERFUME GENIUS
Il coraggio di essere

Risponde con voce accogliente e modi gentili, Mike Hadreas, che circa per altre due settimane potrà ancora godersi la quotidianità nella sua abitazione a Tacoma, Washington, dove trascorre le giornate con il compagno di una vita (anche artistica) Alan Wyffels e l’adorato chihuahua di nome Wanda. Ad attenderlo, un intenso iter promozionale per far ascoltare live il suo ultimo lavoro, No Shape, un disco importante per la sua carriera e non solo. No Shape è infatti anche un traguardo nell’esistenza privata di questo trentacinquenne di Seattle dal vissuto intenso: “Dopo i primi due album, in cui raccontavo in maniera densa e spesso autobiografica traumi, dipendenze e abusi (Mike è stata vittima di bullismo omofobo durante il periodo scolastico, ha visto con i suoi occhi l’atrocità della violenza domestica e nel suo periodo a Brooklyn ha toccato con mano la perdizione data dall’abuso di droghe e alcol, NdR), e l’arrabbiato e provocatorio Too Bright, nel quale uscivo dall’intimismo della mia stanza per urlare al mondo, quest’ultimo No Shape è il mio manifesto, che simboleggia l’essere finalmente riuscito ad arrivare dall’altra parte della barricata”. Sin dalle prime note della traccia d’apertura Otherside, che segna perfettamente tale passaggio, con un pianoforte iniziale che esplode in una musica luminosa ed enfatica, è evidente la volontà di aprirsi verso l’esterno con una nuova consapevolezza e una ritrovata stabilità emotiva: “È cambiata la scrittura, che non percepisco più come una terapia personale. Ci sono meno elementi e storie del mio passato, adesso è tutto più immediato e accessibile, più pop se vuoi. Mi baso su quello che sto vivendo e provando al momento, ma penso sia comunque una scrittura che può essere di aiuto, non soltanto per me stesso.

Da qui, anche un nuovo percorso compositivo: “Ho capito realmente che strada volevo percorrere quando è venuto fuori Slip Away, uno dei brani più ispirati che abbia mai scritto, una granata che mi è esplosa tra le mani”, una canzone che somiglia a un inno. Se infatti il primo singolo estratto dal precedente Too Bright, l’irruento Queen, divenne in poco tempo un anthem della comunità LGBTQ, con una frase potente e spavalda che metteva a tacere bigotti e omofobi come “No family is safe / When I sashay”, Slip Away è altrettanto coraggiosa. Questa volta, però, non troviamo Mike solo contro un mondo che collassa, bensì lo immaginiamo orgoglioso, a testa alta e mano nella mano con la persona amata, costi quel che costi: “È una canzone che, come il resto dell’album, ha molto a che fare con il trovare una connessione e una compagnia profonda con le mie amiche donne; racconta di quelle amicizie di sangue, così intime e forti da farci ritrovare in due, invincibili contro il mondo intero. Un immaginario simile a quello di film come Thelma & Louise e Céline e Julie vanno in barca, in cui si è disposti a morire per l’altro in nome dell’amicizia”. Un’idea perfettamente trasporta nello sgargiante videoclip di Slip Away firmato da Andrew Thomas Huang (noto soprattutto per le sue collaborazioni con Björk), che ispirandosi ai ritratti di epoca vittoriana – una delle ultime fissazioni di Mike, che ha appunto sommerso il regista di immagini tramite i social – ha allestito un quadro vivente, una fiaba surrealista che sembra uscita da Fantasie di una tredicenne, i cui i protagonisti – lo stesso Mike e Teresa Toogie Barcelo – si calano nel ruolo di due migliori amici in fuga da un gruppo di inquietanti teppisti dalle fattezze di Donald Trump, che distrugge questo microcosmo fantastico, degenerato in un clima apocalittico.

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Slip Away nasconde poi anche un altro sottotesto: “Il mio film preferito è Dogfight con River Phoenix ed Elizabeth Taylor. Il suo finale è agrodolce, ma autentico e toccante. Ho provato a fare qualcosa di simile con questa canzone che parla di un amore che le altre persone dicono essere deviante e innaturale, ma che vuole esistere nella sua libertà e purezza”. Dopo la tragedia del night club Pulse di Orlando e l’inizio della presidenza Trump, nessun artista aveva espresso con così tanta forza il proprio potenziale queer: “Mentre facevo promozione per Too Bright, tutti continuavano a chiedermi perché stessi scrivendo tutto ciò, nonostante le persone gay potessero ormai sposarsi e non fosse più illegale fare pompini in Wyoming. Ma la verità è che esistono ancora cose orribile che stanno succedendo proprio ora. Dunque, si, Slip Away è un pezzo gioioso, ma è anche un pezzo di protesta”.

Slip Away è quindi il brano trainante di un album in cui è evidente una crescita nel suono, sempre più corposo, che avremo la possibilità di testare anche dal vivo, in data unica italiana al Todays Festival: “Inizialmente, quando mi esibivo, era come se mi stessero spiando dentro la mia stanza, mi sentivo osservato, messo a nudo e indifeso, come se qualcuno violasse la mia intimità. Adesso avverto un desiderio di condivisione e guardo il pubblico, lo cerco, mi sento parte di un insieme. Prima molto dipendeva dalla mia ansia, adesso non dico di essere diventato robotico ma è come se con le persone attorno a me mi sentissi parte di un tutto. Ma in quest’avventura, paragonabile alla conclusione di un romanzo di formazione che traghetta verso l’età adulta,  Mike non è stato solo: oltre al compagno, ad affiancarlo c’è stato il produttore Blake Mills, già al fianco di Fiona Apple e Laura Marling, per il quale il diretto interessato spende parole di estrema ammirazione. “Blake è straordinario, sia come musicista sia come persona. È talmente abile nel suo mestiere che è stato in grado di far suonare la chitarra in un modo del tutto nuovo alle mie orecchie, eppure è uno strumento con cui ho a che fare da un bel po’! Sono arrivato da lui in studio dopo essermi rinchiuso in casa per tre mesi, lavorando tutto il giorno, facendo orari da ufficio. Sai, non riesco a scrivere mentre sono in tour, tra un viaggio e l’altro, o in una stanza d’albergo; ho bisogno di concentrazione e isolamento. Dopo aver chiuso i pezzi, mi sono interfacciato con Blake e sono andato a registrarli a Los Angeles, a bordo di una piscina”. Un luogo del tutto nuovo per Mike, che aveva sempre inciso i suoi dischi tra la campagna inglese e Bristol: “È la prima volta che realizzo un album in un luogo dove splende sempre il sole, e questo lo si riscontra nei toni più ottimisti e aperti di No Shape. In passato registravo al chiuso e al buio, e quando uscivo dallo studio era già notte. Stavolta mi sono focalizzato molto sulla scrittura delle melodie, che Blake mi ha aiutato a far risuonare nella loro maestosità, ma benché il sound sia magniloquente i testi rimangono oscuri e profondi”. Mike combatte tuttora con certi fantasmi (nella fragilità di Every Night, che ricorda quasi Elliott Smith, narra proprio di una presenza spettrale nella sua abitazione) e resta un tipo melanconico, che si confronta ogni giorno con le proprie insicurezze e il senso di inadeguatezza che lo ha sempre contraddistinto. La grandeur sonora e la maggior accessibilità del disco sono stati del tutto intenzionali, mirando a creare arrangiamenti chamber pop dal gusto barocco, arricchiti da archi e reminiscenze classiche: “Non volevo che tutto girasse attorno al piano, la mia voce ha trovato una dimensione ancora più ampia. Quando compongo con pochi elementi, ho tutto sotto controllo. Per No Shape ho provato a spingermi su corde a me meno familiari, volevo sentirmi un vero musicista e ci sono riuscito.

No Shape è un disco sull’essere riusciti a raggiungere l’altra parte del fiume, senza scappare però del tutto dai tormenti. Un disco che elabora l’inquietudine che persiste anche quando si riesce finalmente a farsi una vita: “Siamo condizionati da uno strano momento storico in cui ad esempio il matrimonio gay è diventato legale negli Stati Uniti, ma dove ci sono ancora individui pronti a farti fuori solo per essere quel che sei. Ed è in questo clima catastrofico, di un mondo così brutto, che io mi tengo stretto il mio, di mondo; io non ci rinuncio, non pretendo di vivere in un mondo di fantasia, ma voglio esistere e trovare la gioia nonostante le cose orribili che accadono e non voglio convincere nessuno di quello che sono, non mi importa più di piacere o essere accettato. Adesso sono più concentrato sulle persone con cui posso costruire qualcosa. La vita è fatta di connessioni e di un sentire comune. La cosa più importante per me oggi è stare con le belle persone che ho vicino”. Ma No Shape nasce anche dalle semplici sfide della vita quotidiana, come l’essere presente per l’altra persona e per se stessi, rimanere sobri, pagare l’affitto, occuparsi del cane e cucinare: “Una volta che hai passato gran parte dei tuoi giorni a non credere di meritarti una vita normale, è strano svegliarsi un giorno, guardarsi attorno nella propria casa e realizzare che invece l’hai fatto accadere, che quella vita la stai vivendo davvero. Mi sono preso cura di me e da tempo sto prendendo le decisioni giuste. In questo capisco di non aver fallito: non ho rinunciato al mio progetto, senza mai tornare indietro. L’emozione trapela spesso dalla voce tremolante di Mike, che tra un tiro di sigaretta e l’altro mantiene sempre la sua pacata sensibilità, in equilibrio perfetto con l’altro lato meno noto della sua personalità: un grande senso dell’umorismo. In questa più serena consapevolezza, in questa maggiore realizzazione personale si inserisce la relazione con Alan, assieme a lui da otto anni, un’anima a suo tempo persa come Mike, incontrata durante una serata a Brooklyn e diventata inseparabile dopo essersi presi per mano al cinema. Alan che è stato sempre disposto ad accogliere tutto di Mike, ad amare quelle che spesso vengono considerate debolezze. Un insegnante di pianoforte, che ha tirato Mike fuori dalle situazioni peggiori, diventandone anche il braccio destro artistico, con il quale confrontarsi. Da qui nasce la struggente traccia di chiusura di No Shape, intitolata con il solo nome dell’amato, in cui Mike canta il conforto (e non) del vivere insieme: “Più che un dono ad Alan, è una canzone sul noi; l’ho scritta durante le sessioni di registrazione perché desideravo una traccia di chiusura che ancora mancava. Alan sapeva che stavo creando un brano del genere, e da persona molto attenta e critica quale è la prima volta che l’ha ascoltata è stato molto duro. Ma il mattino seguente, dopo averla riascoltata, l’ho visto emozionato. Sulla copertina dell’album c’è Mike in una veste simile a quella di un matador, rivolto verso un paesaggio romantico ma evidentemente artificiale: “Per questa immagine mi sono scontrato con la mia etichetta discografica. A loro non piaceva che non guardassi in camera, e che osservassi questo paradiso naturale che in realtà è un dipinto, ma a me piaceva il suo mistero, che rappresenta un po’ il mood del disco, che è, sì, brioso, caldo e accogliente, ma che nasconde un lato più cupo e incerto. Il titolo No Shape, invece, è stato scelto per descrivere un suono stilisticamente senza regole: “Ho ascoltato di tutto durante la sua composizione, da Bruce Springsteen e i Talk Talk ai cori femminili bulgari”. Una musica che non si limita a un solo genere, ma è soprattutto un invito a essere ciò che si è: “Non c’è una forma che dobbiamo assumere, un genere in cui per forza dobbiamo identificarci o una maniera giusta per comportarci. Spesso siamo limitati o intrappolati da una forma in cui ci mettono, che noi stessi indossiamo o in cui siamo costretti a vivere. Che questa sia il corpo o la società. Una riflessione che si allarga a un atteggiamento diffuso all’interno dell’universo gay, in cui spesso si tende a un machismo ostentato, in funzione di non si sa quale normalizzazione all’interno della società; e che ha come conseguenza un’ulteriore discriminazione verso chi del proprio orientamento sessuale e della propria parte femminile non si è mai vergognato, proprio come Mike: “A chi ha paura di  giocare con la propria persona, anche solo per scoprire parti meno esplorate di sé, non so che dire, me ne infischio. Ho trascorso una vita a essere preso in giro per la mia delicatezza e il mio essere femminile (che tra l’altro non ha nulla a che fare con l’essere omosessuale), ma con il tempo ho capito che quello era un aspetto che faceva parte di me. Non ne ho più avuto paura ed è diventato addirittura un mio punto di forza, un’energia. Non devo più convincere nessuno, è frustrante e inutile farlo. Oggi posso indossare i tacchi e domani aver voglia di vestirmi da carpentiere. Piaccio o non piaccio, non me ne frega un cazzo, questo sono io”.

 

DAL VIVO

26 Agosto

Torino – Todays Festival

(+ Richard Ashcroft)

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