Persian Pelican

Il songwriting del sogno

Il progetto psych-folk del songwriter marchigiano Andrea Pulcini giunge al terzo capitolo della sua affascinante discografia. Ne abbiamo approfittato per un botta e risposta.
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Uscito nei giorni scorsi su etichetta Bomba/Malintenti/Trovarobato, Sleeping Beauty raccoglie tredici brani capaci di svelare un mondo ricamato su atmosfere sognanti e romantici abbandoni: il fil rouge che tiene uniti i pezzi è, d’altronde, il tema del sogno, declinato ora in passaggi densi di mistero ora in aperture solari e melodiche. In equilibrio tra una mai ovvia intensità e la più contagiosa leggerezza, l’album è stato interamente concepito da Andrea che, in fase di registrazione, si è avvalso della collaborazione di ottimi musicisti come Marcello Piccinini (batteria, percussioni), Daniele Gennaretti (basso, chitarra, cori), Paola Mirabella (cori, batteria).

 

Sleeping Beauty è un lavoro corposo e intenso. Quanto ci hai investito in termini di tempo e, soprattutto, di coinvolgimento emotivo?
Molto. Più di tre anni tra scrittura e registrazioni. A livello emotivo racchiude la fase più tribolata e allo stesso tempo solare della mia vita. Come un sogno premonitore, alcune canzoni sono state un antidoto emotivo per delle perdite dolorose che sarebbero avvenute di lì a poco. Non c’è nulla di artefatto. Ogni momento condensa e trasfigura in musica visioni, letture o esperienze vissute in prima persona.

 

Nonostante la forza di alcuni episodi presi singolarmente, l’impressione è che l’album funzioni al meglio nel suo insieme, ascoltato ininterrottamente dall’inizio alla fine. L’hai pensato come un concept?
Sleeping Beauty è stato concepito per essere ascoltato e consumato tutto d’un fiato. Ogni canzone, però, rappresenta un respiro autonomo e indipendente. Oltre alla ricerca di un’armonia negli arrangiamenti, ciò che lega tutti gli episodi del disco è la fascinazione per il sogno, declinata ogni volta in modo differente.

 

Da dove arriva tale fascinazione?
Vicino al mio letto è appeso un vecchio poster de Un chien Andalou, da molti considerata la pellicola più significativa del cinema surrealista. Per qualche strano motivo l’osservare insistentemente la famosa scena in cui Luis Buñuel taglia la pupilla di una donna con un rasoio, mi ha suggerito di occuparmi di un altro tipo di realtà. Ho iniziato a indagare la relazione che intercorre tra l’uomo e il sogno, non in termini psicoanalitici, ma creativi. Quanti desideri, illusioni o passioni si mescolano nell’inconscio per dare vita a nuovi paesaggi onirici. Se solo sapessimo riuscire a concretizzare quell’energia creativa, sapremmo vivere le nostre paure o dolori in maniera diversa. La lettura de La danza della realtà di Jodorowsky ha fatto il resto.

 

In che misura il risultato finale somiglia all’idea del disco che avevi quando hai iniziato a lavorarci? E in che misura se ne differenzia?
Rispetto all’idea iniziale non ci sono stati grandi traumi. Grande merito va al lavoro di Paola Mirabella e di Daniele Gennaretti, che in fase di registrazione è riuscito a far rivivere i provini in maniera vivida e cristallina e a interpretare il non detto alla perfezione. La differenza più sostanziale è stata sulle ritmiche, ma il prezioso apporto di Marcello Piccinini ha facilitato il nostro compito.

 

Ci sono stati dei dischi ascoltati nei mesi di lavorazione a Sleeping Beauty che ne hanno influenzato temi e sonorità?
A livello di sonorità ogni canzone contiene una piccola devozione o goccia di angostura tratta dagli ultimi lavori di Timber Timbre, Sandro Perri, Cass McCombs, Damien Jurado, Marcelo Camelo, Rodrigo Amarante, M. Ward e Mac DeMarco.

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Fino a che punto ti interessa la classicità della forma-canzone e fino a che punto, invece, ti intrigano le possibilità di espandere i confini di schemi costituiti?
Dei tre album realizzati finora, Sleeping Beauty è forse il primo nel quale sono presenti alcuni episodi più vicini alla canonica formula strofa-ritornello. Pur mantenendo una durata fruibile, mi ha sempre intrigato provocare nuove evoluzioni e dilatazioni nella struttura, non come sterile esercizio di stile, ma come flusso di coscienza. Aprire l’ovile e seguire la pecorella nel suo smarrimento.

 

Come componi le tue canzoni? Scrivi prima musica o testo?
Tutto nasce abbastanza in fretta. Solitamente musica e linee vocali appaiono insieme. In una fase successiva arriva il testo. È di fondamentale importanza sfruttare il calore del momento creativo. Se l’ambiente comincia a raffreddarsi e si inizia con l’accanimento terapeutico, meglio passare ad altro. Probabilmente non era l’idea giusta.

 

La tua musica ha davvero poco di italiano. Eppure ci saranno stati degli artisti italiani che, nel corso degli anni, hai ammirato. Mi dici qualche nome?
Oltre agli imprescindibili Conte, Battiato, Dalla, Stratos, Rosa Balistreri, Ciampi, Tenco e Battisti (ma la lista potrebbe allungarsi), nel presente provo profonda stima e affetto per Alessandro Fiori, Marco Parente e Giovanni Truppi.

 

Credi plausibile l’ipotesi di un disco di Persian Pelican interamente cantato in italiano? Magari tra qualche anno?
Al momento non è in programma, ma niente si può escludere a priori. Con un altro progetto che ho, Vincent Butter, abbiamo fatto alcuni tentativi interessanti in tal senso. Semmai dovessi trovare una poetica appropriata, diretta e sincera, non avrei difficoltà a cambiare veicolo. Nello stesso tempo mi interesserebbe fare esperimenti con altre lingue che amo come il catalano o lo spagnolo.

 

John Lennon o Brian Wilson?
Difficile dirlo, anche perché negli ultimi tempi sto riscoprendo con orecchie più mature l’incredibile genialità di Brian Wilson. Se scelta deve essere fatta però, per diritto di anzianità emotiva e vinili dico Lennon. Tomorrow never knows.

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