Peter Kember

Lo scienziato minimalista del rock’n’roll

Ha vari pseudomini e per questo passaggio dal vivo in Italia si presenta come Sonic Boom, ma se andate il 16 e il 18 aprile sotto al palco - prima a Milano, poi a Roma - troverete sempre Peter Kember. Qui la nostra intervista in occasione della sua collaborazione con Panda Bear pubblicata sul Mucchio di Gennaio 2015.
Peter Kember

Con la sua musica ha attraversato tre decadi, dall’estasi sinfonica e alterata degli Spacemen 3 all’elettronica mistica e vintage di Spectrum attraverso le lunghe e ardite esplorazioni droniche degli Experimental Audio Research. Scienziato minimalista del rock’n’roll, Peter Kember non ha mai dismesso il suo camice da sperimentatore: di suoni, collaborazioni e droghe (oggi solo leggere). Pur mantenendo questo status di ricercatore analogico con un debole per le frequenze aliene e uno spiccato gusto per la melodia, in qualità di uomo dietro le macchine e con ruoli diversi Kember ha lavorato negli ultimi anni con MGMT, The Vacant Lots, Peaking Lights, Moon Duo, Teen, Sun Araw e Panda Bear. Quando lo contatto per chiedergli se, in occasione dell’uscita di Panda Bear Meets The Grim Reaper ha voglia di rispondere a qualche domanda, la priorità che ripete in continuazione è che “l’articolo parli soprattutto del disco di Noah”. Come direbbe il Panda: Oh, sweet.

L’atmosfera vagamente sci-fi dell’album suona come una conferma della forte intesa in termini di approccio e ascolti tra te e Noah Lennox…
È stata la prima volta che abbiamo lavorato fianco a fianco, per Tomboy avevamo fatto tutto a distanza, ma già agli inizi della sessione l’ingegnere del suono mi guarda e fa: “Voi due insieme siete perfetti: Noah sa cosa vuole e tu sai come ottenerlo”. Ci siamo confrontati molto per trovare una tavolozza sonora che si allontanasse dagli assemblaggi di suoni e strumentazione più comuni. La musica è conversazione prima che creazione e l’uso che ne fai è il punto fondamentale. Abbiamo molte cose in comune, abilità diverse che mirano a un approccio simile – entrambi prediligiamo essere essenziali, ottenere un suono puro avendo cura dei dettagli – e anche gusti musicali affini: è raro che Noah mi faccia ascoltare qualcosa che non apprezzo. Due fra le poche cose su cui non andiamo d’accordo sono Elton John (che non piace a me) e i Talking Heads (che non ama lui)!

Suono puro, melodie semplici: il minimalismo è sempre stato un marchio di tutti i tuoi lavori. Dove affonda le radici nella tua formazione?
Ho iniziato a suonare la chitarra a 14 anni e sono rimasto subito affascinato dal suo ampio spettro sonoro. Poi c’è stata un’illuminazione, quando ho capito che i miei dischi preferiti erano basati su due o tre accordi, anche se il risultato non lasciava trasparire questa semplicità. Nello scantinato della scuola che frequentavo c’era una sala prove: il mio primo incontro con un sintetizzatore analogico è avvenuto lì, con un Kong MS-10 (synth monofonico introdotto nel 1977, NdR). Era la cosa più bizzarra che avessi mai visto, ma non avevo idea di come approcciarlo… Come poteva suonare solo una nota per volta? E con quell’effetto cosi strano! Ho usato macchine del genere prima con gli Spacemen 3 e poi con Spectrum, ma la grande svolta è arrivata con gli E.A.R. (primo album Mesmerised, del 1994, NdR), quando ho iniziato a usare synth come l’EMS Synthi AKS (di cui un altro fan celebre è stato Brian Eno, NdR): macchine complesse ed eleganti, capaci di assoluta semplicità o infinita complessità.

Forever Alien, album uscito a nome Spectrum nel 1997, è un manifesto: nel titolo e nella copertina.
Ho sempre avuto un’attrazione per i suoni che non sembrassero provenire da questo mondo: il titolo si riferisce a questo, ma anche a una sorta di disaffezione che avevo verso il genere umano… Sono una persona religiosa, ma distante dalla comune accezione di dio, dalle religioni organizzate. Mi ritrovo abbastanza in alcuni fondamenti del Buddismo e soprattutto nell’Animismo, sono convinto che suoni e oggetti possano avere una reale personalità. Come quel VCS3 sulla copertina di Forever Alien! Quel synth analogico, uno dei primi portatili messi in commercio, è una dichiarazione d’amore verso quella tecnologia. Con la chitarra lo spettro sonoro è più limitato, perché con i sintetizzatori modulari puoi riprodurre gli stessi effetti avendo un controllo molto più dettagliato e amplificare le possibilità di connessioni tra i suoni. Ai tempi degli Spacemen 3 sperimentavo molto con quelle macchine, ma solo dopo ho cominciato a capire cosa stavo facendo (ride, NdR). In generale ho sempre amato essere pericoloso, lavorare con i lucchetti di sicurezza aperti.

Con gli E.A.R., progetto nato per essere condiviso con altri musicisti, hai lavorato con Kevin Shields, e come Spectrum hai pubblicato un album insieme ai Silver Apples, A Lake Of Teardrops del 1999. Ma soprattutto, in Forever Alien c’è un brano dedicato a una pioniera dell’elettronica e pilastro del seminale Radiophonic Workshop, Delia Derbyshire, con cui hai successivamente collaborato in due dischi degli E.A.R., Vibrations e Continuum, poco prima che lei morisse nel 2001. Cosa ti ricordi di lei?
Il primo disco del Radiophonic Workshop, BBC Radiophonic Music del ‘68, è stato il mio fedele compagno durante le registrazioni di Forever Alien. Sapevo che anche Delia, come me, era nata a Coventry, quindi presi l’elenco del telefono e… trovai il suo numero. Delia è stata estremamente generosa e paziente nei miei confronti, mi ha insegnato gran parte delle cose che oggi so sul suono, soprattutto di fisica, mostrandomi come la matematica sia il motore propulsivo della musica. È stato un privilegio enorme per me. Noah è solito definire la sua musica più che psichedelica, “trasformativa”: trovo sia un’espressione perfetta anche per riassumere l’approccio che ho condiviso sia con Kevin che con Simeon dei Silver Apples.

In prospettiva, cosa credi che abbia reso gli Spacemen 3 così importanti per la musica degli ultimi trenta anni?
Credo che gli elementi fondamentali siano stati la capacità di ispirarci a vicenda con un’ostinazione pazzesca e il fatto che sentivamo che nella vita moderna ci fosse un’ipocrisia massiccia a cui non volevamo aderire. Tutta quella disinformazione dannosa sulle droghe, il sesso, la religione, la politica… Non avevamo aspettative di cambiare la musica, ma ci confrontavamo molto su come distanziarci da tutto questo.

 

Dal vivo in Italia:

Milano – 16 aprile, Macao
Roma – 18 aprile, Vicious

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