Peter Kernel

Un esorcismo a colori

Al quarto album, "The Size Of The Night", il duo svizzero-canadese si conferma una delle band più stimolanti e oblique in circolazione. Facciamo il punto del loro percorso e di cosa significhi destabilizzare l’indie rock nei nostri anni 10.
PETER KERNEL_intervista

The Size Of The Night analizza la dimensione notturna, che può essere galvanizzante o terrificante, attraverso dieci brani di art rock imprevedibile: e l’aggettivo “imprevedibile” oggigiorno, in tempi in cui è forse più arduo che mai farsi sorprendere, acquisisce un valore speciale. Aris Bassetti (chitarra e graphic designer) e Barbara Lehnhoff (basso e film-maker), compagni di band e di vita, si alternano ai microfoni e amano giocare con i contrasti, quelli fra anti-strutture compositive e dettagli di arrangiamento affinati con naturale puntiglio, fra nervosismo elettrico e struggente epicità, ritmo primigenio e melodia, punk e pop, immediatezza e sperimentazione, attitudine ironicamente ludica e naïveté da musicisti do it yourself. Dopo How To Perform A Funeral (2008), White Death Black Heart (2011) e Thrill Addict (2015), senza contare il side project elettronico Camilla Sparksss, The Size Of The Night è il quarto album del duo svizzero-canadese, pubblicato ancora una volta dalla loro stessa etichetta, On The Camper. Musica che è precario equilibrio di opposti complementari, di reiterazioni e sterzate improvvise. Un esorcismo a colori.

Siete d’accordo se dico che, di disco in disco, il percorso dei Peter Kernel è stata una continua evoluzione, una messa a fuoco di una formula ormai del tutto personale e che si permette di osare sempre di più?
Siamo contenti che si senta questa evoluzione. È una cosa necessaria per noi. Da tanti anni maciniamo chilometri in Europa, incontriamo tanta gente diversa, ci cimentiamo con lingue straniere, mangiamo cibi che di solito non mangiamo, vediamo moltissimi concerti di gruppi con cui condividiamo il palco… tutto questo ti cambia. Il viaggio ti cambia. Sarebbe irrispettoso nei confronti di noi stessi fare sempre la stessa musica e avere sempre le stesse idee. Con questo nuovo disco abbiamo deciso di essere liberi di fare tutto ciò che ci passava per la testa, senza nemmeno porci il problema di come eseguire i brani live. Abbiamo inserito strumenti nuovi, ambientazioni differenti e doppie batterie, abbiamo cantato in dialetto ticinese. Cercando però di mantenere un certo fil rouge che rende il nostro suono riconoscibile.

Vi cimentate, sostanzialmente, con l’alt-indie rock, se la definizione ha ancora un senso. Qualcosa, in fondo, ormai di sedimentato, ma che voi riuscite a stravolgere. Deviare dalla norma è un obiettivo o vi viene spontaneo? È necessario per realizzare qualcosa di originale?
No, non è necessario. Anzi, non abbiamo mai pensato di voler essere originali. È una questione puramente personale. È una sorta di soddisfazione profonda che dobbiamo ricevere da ogni brano. Non ci interessa molto pensare di fare alt-rock o indie rock, o altro. Abbiamo in testa delle figure di chitarra che vogliamo sperimentare, dei suoni di flauto che vogliamo provare, degli stacchi che siamo curiosi di inserire e ci buttiamo. Inoltre, abbiamo una memoria davvero pessima, e se i pezzi si somigliassero troppo sarebbe un vero disastro dal vivo.

Qualche decennio fa il rock alternativo andava forte, mentre adesso sembra un po’ soppiantato da elettronica, hip hop… Senza fare distinzioni eccessivamente rigide (sciocche e anacronistiche), come si possono  rendere secondo voi ancora interessanti determinate sonorità?
Non sappiamo se sia qualcosa di ciclico, che tornerà alla ribalta in modo naturale perché mancherà; ma in generale si sta già facendo tanto, e bene, per renderlo interessante. Gli appassionati del genere non mollano, solo che alle nuove generazioni magari il genere in questione parla meno. Crediamo sia una questione culturale e sociale; in questo momento magari la gente ha bisogno di suoni precisi, puliti, comprensibili. Difficile da dire. Gli anni 90 sono finiti, con Internet e le nuove tecnologie tutti possono scrivere, registrare e pubblicare un brano in poche ore se non ci sono da fare le prove con il gruppo, ecc… Forse è normale che ci sia più musica di quel tipo. Comunque il rock alternativo sta offrendo musiche stupende e molto creative in questo momento.

Quali sono le band fuori dai canoni che vi hanno influenzato o vi piacciono attualmente?
Anni fa ascoltavamo artisti piuttosto particolari come Merzbow e KK Null. Ci piaceva il flusso di rumore, sentirci avvolti da qualcosa di estraniante; poi siamo passati a cose più strutturate e decifrabili come Polvo, Motorpsycho, Sonic Youth, e piano piano (invecchiando) abbiamo iniziato ad apprezzare molto la musica classica, per arrivare oggi ad ascoltare soprattutto musica indiana, araba o cose molto tranquille per la meditazione.

 

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In The Size Of The Night riuscite a cogliere come sempre una frenesia contagiosa, un pathos a mio avviso ancora maggiore, ma non temete di assecondare soluzioni di vario tipo, che vi portano di volta in volta a flirtare con archi malinconicamente pop (The Secret Of Happiness), filastrocche post-folk (Terrible Luck), sperimentazioni (Drift To Death, The Reveng Of Teeth), post-punk (Men Of The Women), cosmic spoken distopici (The Shape Of Your Face in Space), ecc: come operate tra istinto e rifinitura degli ingredienti?
Siamo fermamente convinti che ogni brano debba avere una propria identità, debba vivere in modo autonomo anche decontestualizzato dal disco. Ogni brano per noi è come una persona. Ognuno ha il suo carattere, il suo aspetto e il suo ruolo. C’è una forte componente istintiva nella prima fase di scrittura, dove arriviamo a registrare anche 200 frammenti di qualche secondo sul telefonino. Poi riascoltiamo tutto per settimane, combiniamo assieme alcuni pezzetti, altri li scartiamo e i 15/20 migliori li prendiamo e iniziamo a improvvisarci attorno stando attenti a vestirli tutti diversamente. Il pathos e l’epicità di cui parli sono probabilmente dati dal periodo intenso che stiamo attraversando.

The Size Of The Night è stato “scritto, eseguito e registrato al buio”. Raccontateci com’è andata…
Volevamo rendere un piccolo omaggio al nostro amico Andrea Cajelli, che è venuto a mancare a gennaio del 2017. Ci aveva registrato tutti i dischi e ci aveva indicato la strada in momenti difficili. Era una sorta di membro nascosto della band. Quando è morto, avevamo le demo in mano per andare a incidere e ci siamo ritrovati persi. Per diverse settimane non siamo riusciti a fare nulla. Non sapevamo più come andare avanti. Dopo un paio di mesi, abbiamo provato e capire con chi avremmo potuto registrare il nuovo disco, ma ci sentivamo sempre male. Allora abbiamo deciso di fare da soli, nonostante non sapessimo nulla delle faccende tecniche. Ci sono venuti in mente un paio di consigli di Andrea, siamo andati su YouTube e ci siamo arrangiati. The Size Of The Night non è un disco tecnicamente perfetto, ma è nostro. È personale e rappresenta bene quello che siamo ora.

Perché avete scelto proprio il tema della notte? Cosa evoca in voi? In realtà, leggendo i testi ricorre spesso l’amore…
È legato a questi ultimi mesi. Alla scomparsa di Andrea e ad altre questioni personali di cui non vogliamo parlare pubblicamente. Ci sono stati molti momenti in cui non riuscivamo più a vedere i limiti di niente. Sentivamo quindi la necessità di esorcizzare qualcosa di pesante e scuro, ma volevamo farlo in modo anche positivo. Per assurdo, infatti, il risultato è forse uno dei dischi più positivi che abbiamo mai pubblicato.

Siete voi due che componete, eseguite (batteria a parte), registrate, pubblicate per la vostra stessa etichetta, curate i videoclip: la dimensione DIY è una necessità ma anche una scelta ben precisa?
È anche una necessità. Noi viviamo facendo Peter Kernel dal novembre 2011. Se avessimo dovuto condividere le vendite con un’etichetta, dare il 20% a un manager, pagare ogni volta un grafico per le copertine e i poster o un regista per i video, non saremmo riusciti a farlo diventare un lavoro. Sappiamo di auto-limitarci, ma va bene cosi. Conosciamo ogni dettaglio della nostra attività; nessuno ci lascerà mai a piedi e nessuno potrà mai rubarci nulla.

Quanto ha contribuito l’esperienza dello scorso anno con la Their Wicked Orchestra, per un 12” di riarrangiamenti, nell’ampliare ulteriormente gli orizzonti?
Sul nuovo disco l’orchestra appare solo nell’ultimo brano, ma di sicuro è stata un’esperienza importante. Ci ha permesso di ampliare i nostri orizzonti e soprattutto di sentirci a nostro agio con certe sonorità e con i silenzi. Abbiamo dovuto confrontarci dal vivo con 400/500 persone che per sentire ciò che stavamo facendo sul palco dovevano stare zitte. E, quando vedi che succede, è come una magia. Ti dà forza.

Ecco, L’ultima traccia, The Fatigue Of Passing the Night, si chiude così: “After the fatigue of passing the night, I fall asleep”. Cosa sognano, i Peter Kernel?
Sognamo di trovare sempre il modo di esprimerci in modo soddisfacente e onesto.

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