Pink Floyd

L'esercito della Salvezza racconta

Nell’estate di 50 anni fa Syd Barrett si congedava dai Pink Floyd con una canzone folle nata in una “giornata particolare”
Pink Floyd_accadeva 50 anni fa

Mesi strani per Syd Barrett quelli della fine del 1967. Le cose con i Pink Floyd non vanno benissimo, gli acidi lo stanno annichilendo e ormai anche i suoi amici lo guardano con occhi diversi. Syd non capisce. Cosa c’è che non va? – si chiede. C’è che il suo mondo è un catafascio in cui l’LSD è l’unica risposta certa. C’è che ormai anche impugnare una chitarra gli è diventata un’impresa. I Floyd si cautelano chiamando David Gilmour perché «c’è un nuovo disco da registrare», perché «per diventare una grande band non si può essere rallentati da niente e nessuno», ma non ce la fanno a dare il benservito al vecchio amico Syd. Quindi gli concedono una canzone, solo una, di A Saucerful of Secrets. E Syd non se lo fa ripetere due volte: scrive un testo, si ricorda delle jug bands (strani complessi jazz che, a inizio ‘900, usavano bottiglioni, pettini e strumenti costruiti su cocce di zucche) e registra una voce piena di eco. Però, al momento di chiudere la sua Jugband Blues (questo il titolo!) sente che manca un ingrediente. Syd vuole un inserto di ottoni, lo vuole assolutamente, anche fosse il suo ultimo desiderio. E vuole che gli ottoni siano quelli dell’orchestra dell’Esercito della Salvezza che ha sentito da qualche parte in giro per Londra. È così che inizia l’improbabile pomeriggio di sette musicisti della Salvation Army negli studios dei Pink Floyd. I maggiori George Whittingham e Maurice Cooper, oggi novantenni, ci raccontano una giornata particolare. Non esattamente un sogno, né uno scherzo.

Maurice, George, cerchiamo di andare in ordine perché la storia è davvero particolare. Dunque siamo a Londra, è il 1967, voi state provando come ogni settimana nel vostro quartier generale. E cosa succede?
Succede che, alla fine delle prove del mercoledì pomeriggio, il colonnello Bernard Adams, il nostro band master, dice al gruppo che i sette bandisti che avrebbe elencato si sarebbero dovuti fermare lì. Aveva qualcosa di importante da comunicare. Quindi fa i nomi: Ray Bowes, Terry Camsey, George Whittingham, Les Condon, Maurice Cooper, lan Hankey e Mac Carter. Insomma, io e Maurice eravamo in quella lista.

Avevate idea di cosa volesse dirvi? E perché scelse proprio voi sette?
No, non sapevamo nulla. Temevamo qualche punizione: ci muovevamo sempre in treno e, quella volta nello scompartimento, noi sette, avevamo fatto una po’ di baldoria.

Pink Floyd_accadeva 50 anni fa

Ok, insomma, vi fece fermare dopo le prove. Cosa vi comunicò esattamente?
Disse che dovevamo prendere i nostri strumenti e i nostri libri di musica perché ci aspettavano in uno studio di registrazione a New Bond Street (i De Lane Lea Studios, ora trasferitisi a Dean Street, a Soho, Londra, ndr). Un gruppo musicale aveva chiesto il nostro supporto, praticamente avevano bisogno dei nostri ottoni per una delle loro canzoni.

Ma vi disse anche che questo gruppo musicale si chiamava Pink Floyd?
Guarda può anche essere, ma noi non avevamo idea di chi fossero i Pink Floyd. Forse ne avevamo sentito parlare, ma in tutta onestà sapevamo molto poco di loro. In pratica ci spiegò che il loro manager, Andrew King, aveva parlato con il leader del gruppo Syd Barrett e che questo gli aveva espresso il desiderio di inserire una massiccia suonata dell’orchestra dell’Esercito della Salvezza in una delle loro nuove canzoni.

Dunque il colonnello vi comunicò di dover raggiungere i Pink Floyd nel loro studio. Come andaste?
Prendemmo il treno. Il nostro quartier generale sta a Bromley, a nord di Londra, ci volle un’ora per arrivare. Quando giungemmo, ci venne incontro Andrew King che ci presentò il gruppo.

Ai tempi King aveva venticinque anni, Syd Barrett addirittura ventitré (così come più o meno il resto della band), voi invece quanti anni avevate in quel 1967?
Io (George) quarantuno, Maurice trentanove.

Quindi vi trovaste di fronte dei “ragazzini”…
Sì, a prima vista ci sembrarono dei ragazzi scappati dall’Ostello della gioventù di Great Peter Street!

Ok, una volta entrati ai De Lane Lea Studios, poi cosa successe?
Poi ci fecero cenno di entrare in sala e di iniziare a suonare. Ci preparammo qualche minuto poi ci chiudemmo in cerchio ed eseguimmo una marcia. Una volta finita però, voltandoci verso di loro per avere un verdetto, capimmo che ciò avevamo appena suonato non andava bene. Fu chiaro perché ci chiesero immediatamente di suonare qualcosa di diverso. Così ripartimmo – non senza qualche perplessità eh! – stavolta eseguendo un inno. Ma anche in quel caso rimasero freddi.

Ma cosa volevano da voi?
Ce lo dissero subito dopo: volevano che strimpellassimo come quando i musicisti orchestrali accordano gli strumenti prima di iniziare un concerto. Capito? Volevano che suonassimo il nulla, volevano una sequenza di note alte, basse, veloci, lente, forti poi morbide. Capito?

E come andò?
Andò che per tre minuti di fila producemmo una cacofonia impressionante di suoni e andò che King ci fece segno che così era perfetto, “è proprio quello vogliamo!” – urlò. Così ci dissero che lo dovevamo fare di nuovo in modo da permettergli di inciderlo sul nastro.  Quindi ripartimmo con lo stesso caos per altri tre minuti.

Ma tra manager e band c’erano cenni di intesa?
Ti dico la verità, non è che parlassero molto tra di loro, al massimo si facevano dei gesti.

Vi dissero che quello che stavate suonando sarebbe andato a finire nella canzone Jugband Blues?
Guarda, ci dissero tutto e il contrario di tutto! Prima che i nostri tre minuti sarebbero stati il sottofondo di una canzone, poi addirittura che li avrebbero registrati al contrario!

E poi?
E poi nulla. Dopo circa trenta-quaranta minuti di session, ci accompagnarono alla porta e ci dissero “grazie”.

Davvero non vi dissero nient’altro dopo tutto quel frastuono?
No, nient’altro. Ah sì, ci fermarono e ci diedero il compenso per la nostra prestazione.

Quanto?
Due sterline a testa.

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