Richard Hell

Memorie della Generazione Vuota

A 40 anni dalla pubblicazione, torna ristampato "Blank Generation": manifesto del punk newyorkese redatto da Richard Hell insieme ai Voidoids. Abbiamo approfittato dell’occasione per intervistare il signor Inferno, rievocando ciò che accadde allora.
RICHARD HELL_La Generazione Vuota ha compiuto 40 anni

La Generazione Vuota ha compiuto 40 anni a novembre, diventando dunque definitivamente adulta. A riguardare adesso la foto di copertina, scattata da Roberta Bailey, dove quel giovanotto 28enne dall’espressione insolente apre la giacca per mostrare il petto nudo, con sopra la scritta a pennarello “You Make Me…”, si percepisce ancora lo spirito del tempo. Il signor Inferno – Richard Meyers all’anagrafe – incarnava l’attitudine punk più di chiunque altro, allora: ne fu consapevole lo scaltro Malcolm McLaren, incontrandolo nel 1974 ed esportando poi quei codici a Londra nel dar forma ai Sex Pistols. Hell se ne risentì, ovviamente, considerandosi defraudato, salvo ammettere successivamente che “le idee non hanno proprietari, io stesso ne ho rubate”. Dopo aver dissodato il sottobosco newyorkese insieme a Tom Verlaine, “inventando” il CBGB e suonandoci con i Television, finì per litigarci e si unì a Johnny Thunders e Jerry Nolan, appena fuoriusciti dai New York Dolls, creando gli Heartbreakers, dai quali si separò quindi all’inizio del 1976. A quel punto, reclutando i chitarristi Robert Quine e Ivan Julian, mentre alla batteria badava Marc Bell (in seguito Marky Ramone), l’irrequieto Richard aveva una band tutta sua: i Voidoids. Ecco la parola chiave: “vuoto”. Come void, appunto, ma anche blank.

Introducendo la riedizione targata Rhino dell’album d’esordio del quartetto (nella circostanza rimasterizzato, ricondotto alla veste originaria e potenziato da un disco di bonus con versioni alternative di alcuni brani, tracce dal vivo e rarità, tra cui il pezzo, Oh Boy, registrato nell’estemporanea rimpatriata del 2000), l’interessato ha scritto: “Io credo che abbiamo fatto qualcosa di differente. Da dove arrivava? Louie Louie e la poesia francese del XIX secolo; Bob Dylan, Link Wray, Jimmy Reed, Miles Davis; Edgar Alla Poe, Jorge L. Borges; Breathless e Pick Up On South Street e Lady From Shanghai; Andy Kaufman e Jerry Lewis…. E musicalmente, per quanto mi riguarda, una combinazione fra ignoranza estrema ed estrema ambizione”. La risultante di quei vettori, prossima a Patti Smith e all’incipiente No Wave (si ascolti, a proposito, la conclusiva Another World) anziché ai Ramones, comunica tuttora acume e perfidia: dall’impetuosa Love Come In Spurts alla cover di Walking On The Water (firmata dai fratelli Fogerty in epoca precedente i Creedence Clearwater Revival), passando dal beffardo valzer Betrayal Takes Two (i 37 secondi dell’assolo di Quine bastano – a detta di Hell – a dare valore all’album). Su tutto svetta naturalmente il brano che dà titolo al disco: archetipo concettuale del punk.

Che ricordi hai delle sedute di registrazione di Blank Generation? Che atmosfera c’era in studio? Accadde qualcosa di curioso in quei giorni?
È buffo che tu mi chieda ora una cosa del genere: ho sempre avuto una memoria terribile… Credo sia anche per questa ragione che faccio lo scrittore. Ricordo solo ciò di cui mi sono preoccupato di prendere nota allora, fra appunti o magari interviste. Dicevo che è buffo perché per preparare il testo del libriccino di 24 pagine accluso alla ristampa ho dovuto intervistare Ivan Julian, chiedendogli con insistenza di raccontarmi aneddoti a proposito delle sedute di registrazione: ha una memoria migliore della mia. Ci sono comunque due fatti rilevanti, a questo proposito. Anzitutto che la nostra nuova band, incasinata, strampalata e irregolare com’era, si trovava a lavorare in un contesto professionale di alto livello, nello studio creato da Jimi Hendrix: cosa che ci diede la sensazione di poter esercitare un’influenza culturale su larga scala, che era il mio obiettivo. Fu elettrizzante. L’altro aspetto è che per buona parte quelle canzoni erano recenti, in prevalenza addirittura scritte sul posto, e persino quelle meno nuove le avevamo provate giusto per qualche settimana. La maggioranza delle band del CBGB alle prese con il primo album aveva suonato quel materiale per due o tre anni di fila, sera dopo sera. Non era così per noi, dunque dovetti impegnarmi al massimo per velocizzare il processo di perfezionamento delle canzoni, soprattutto per quanto riguardava gli assolo di chitarra, quasi tutti eseguiti da Bob Quine. Con lui ci furono momenti di tensione: glieli facevo ripetere fino alla nausea. Questo è tutto ciò che posso dire a proposito dell’atmosfera. Malauguratamente non ho alcun aneddoto su orge od overdose da droghe nei cessi: maledetta memoria…

Tempo fa, in un’intervista a “Vice”, hai definito quel disco “davvero discontinuo”: avessi una bacchetta magica, cosa cambieresti?
Beh, l’attitudine che ho verso quell’album è fluida: a volte mi sembra malfatto, altre un capolavoro immortale. La cosa principale è che se avessimo potuto suonare quelle canzoni per anni anziché mesi probabilmente il risultato ne avrebbe beneficiato.

Rammenti qualcosa del vostro primo show al CBGB del 19 novembre 1976 e dell’altro del 14 aprile 1977, entrambi documentati nella versione ampliata dell’album?
Come dicevo prima, in tutta onestà, non posso fingere di avere ricordi che non ho. Sono passati 40 anni e suonare al CBGB era un’abitudine. Con i Television avevamo “inventato” quel posto nel 1974 e personalmente ho continuato a frequentarlo assiduamente per i quattro anni seguenti: il primo con gli stessi Television, quello dopo con gli Heartbreakers e gli altri due con i Voidoids. Metà del pubblico era composta da conoscenti, in larga misura musicisti, e l’altra poteva chiacchierare con noi, se voleva. Stavamo ridisegnando il mondo a nostra immagine e somiglianza. Era una specie di paradiso, benché squallido. Ci avrò suonato 30/40 volte per ciascuno di quegli anni e sono pochissimi i singoli concerti che riescono a spiccare nei ricordi. Si mescola tutto: i tossici, le puttane, i giornalisti, i musicisti, i Black Russian e gli scotch & soda, i bigliettini d’amore, gli scherzi, le celebrità e i segreti… Posso dire che dovevo essere nervoso per il debutto dei Voidoids, con due chitarristi che non avevano mai suonato al CBGB, ma ogni show in quel locale aveva – per una ragione o per l’altra – una sua intensità. Alla fine credo che il suono delle registrazioni dei concerti contenute nel disco di bonus possa dire più cose dell’aria che si respirava di quanto possa fare io.

Le parole chiavi in quella parte della tua avventura artistica erano void e blank: esprimevano lo spirito del tempo?
No, non direi, per certi versi indicavano più che altro la mia condizione individuale: avevo la scimmia e per me era quello lo “spirito del tempo”. Però hai ragione: ho scelto io di chiamare la mia generazione “vuota” con l’intenzione di mettermi in contrasto con la visione allora imperante della gioventù, ossia gli hippie dai capelli lunghi.

Che cosa rimane e cosa invece è andato perduto di quell’esperienza?
Beh, io sono convinto che la visione delle cose maturata da una persona in gioventù con ogni probabilità continuerà a influenzarla per il resto della vita, a meno che non sia una marionetta ostaggio delle mode. Personalmente ho dovuto lottare tantissimo per arrivare ad averne una e la conservo tuttora. La gente non cambia così tanto nel tempo, in definitiva.

La tua relazione con Robert Quine era speciale, come dimostrato ancora di recente nell’album in sua memoria Quine/Hell. Come funzionava tra voi?
Eravamo due individui alienati dalla società e persino dalla vita, benché continuassimo a credere nel rispetto reciproco fra le persone, e a entrambi piaceva l’arte al punto di esserne ossessionati, che fosse rock’n’roll, jazz, cinema o letteratura.

Sei ancora in contatto con Patti Smith o altri esponenti di quella scena?
Il minimo possibile, solo quando non se ne può fare a meno.

Il tuo divorzio dalla musica nel 1984 fu in qualche modo influenzato dall’accoglienza tiepida riservata all’album Destiny Street?
No. Ero in pessime condizioni fisiche e psichiche quando realizzai quel disco, che venne pubblicato da una piccola etichetta con grossi limiti di distribuzione. In realtà, buona parte dei critici che lo recensirono ne parlò bene, ma non c’era alcuna possibilità che vendesse più di quanto ha fatto. Abbandonai la musica perché ero stufo dello stile di vita che comportava.

Non ti manca mai, la musica? O la consideri solo una parentesi nella tua vita artistica, cominciata con la poesia e proseguita con la letteratura?
Sì, a volte mi manca: in genere quando ascolto qualcosa che vale. Mi fa pensare che potrei scrivere qualche canzone nuova e provare a registrarla. Ma formare una band e metterla in condizione di suonare è un’impresa molto impegnativa: non fa più per me, soprattutto l’idea di esibirsi dal vivo. E poi ci sono troppe altre cose che voglio fare. Avessi a disposizione 100mila dollari per pagare i musicisti, trovare un posto per provare e uno studio di registrazione, prendendomi sei mesi o un anno di vacanza dalla vita che conduco… Comunque no.

Nell’autobiografia I Dreamed I Was A Very Clean Tramp hai scritto che “essere un musicista di rock’n’roll è come fare il pappone”: non è un po’ troppo spregiativo?
In realtà nel libro cerco di spiegarlo… Ovviamente ho scelto quel vocabolo anche per l’impatto che ha, ma trovo sia pertinente in quel contesto. Un sacco di ragazzi si butta sul rock’n’roll nella speranza di convincere, per mezzo delle proprie performance, le ragazze a pagare per stare vicine a loro.

I tuoi ultimi scritti, ad esempio quelli raccolti in Massive Pissed Love, sono più politici del solito: come vivi nell’era Trump?
Ogni cittadino americano dotato di dignità vive oggigiorno una condizione di ansia e paura a causa della sua figura malevola e disgustosa. Cerchiamo di fare tutto il possibile per opporci alla sua azione.

Se le cronache dicono il vero, abiti ancora nello stesso appartamento dell’East Village dove ti stabilisti nel 1975: com’è cambiata intorno New York nel frattempo?
Quando arrivai in città da ragazzino, alla fine degli anni Sessanta, New York era fatta di quartieri: il mio era abitato in prevalenza da proletariato americano di origine ucraina con una spolverata di italiani, polacchi e portoricani. Adesso invece non è altro che un enorme centro commerciale per benestanti depravati, turisti e studenti universitari. Ci sono ancora musei, sale cinematografiche e librerie eccellenti, comunque.

Pubblicato su Il Mucchio Selvaggio n. 761

 

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