Rocket Recordings

È l’etichetta dei Goat e, ascoltando la sua discografia, potrete (finalmente) farvi un’idea di cosa sia la musica psichedelica.
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Regola #1 in casa Rocket Recordings: non giocare secondo le regole. La visione dei due uomini dietro l’etichetta con base sull’asse Bristol/Londra – Chris Reeder e John O’Carroll – è fondamentale tanto per orientarsi nella rete di connessioni che attraversano queste pagine, quanto per avvicinarci a una prospettiva da outsider/insider su quello che, senza giri di parole, è il nucleo propulsivo della questione: la musica psichedelica. Se è noto che nell’ultimo lustro un certo tipo di suoni acidi abbiano invaso l’universo indipendente, tanto da codificarsi in una scena – in senso 2.0, s’intende – e un trend, e facendo passare alla storia il 2014 come l’anno dell’esplosione degli “Psych Fest”, la posizione di Rocket è strategica per più di un motivo: attiva nel settore da tempi non sospetti (16 anni), nella marea di prelibatezze lisergiche del suo roster ospita anche la band rivelazione degli ultimi anni, i Goat, punta di quel fenomeno che sempre più spesso ha visto incontrare lo psych rock occidentale con la musica world; non bastasse, la label inglese si trova coinvolta anche nella faccenda festival, come ospite di peso di quello che è l’appuntamento europeo più ricco, atteso e attendibile in materia: il Liverpool International Festival of Psychedelia. E proprio come questo festival, la discografia di Rocket è un magma sonoro che rientra nel concetto di psichedelia solo se inteso in senso ampio: dentro ci sono i riffoni mastodontici di Mammatus e le visioni cinematiche e sintetiche di Teeth of the Sea, la trance deviata e ossessiva di Gnod e lo psych da manuale di White Hills e Oneida, le sperimentazioni sonico-mistiche di Anthroprophh (progetto di Paul Allen degli Heads) e le perlustrazioni intergalattiche degli svedesi Hills, senza contare le danze tribali di Goat e dei nostri Lay Llamas o la serie di split a nome Collisions, perlopiù viaggioni a/r a cura di due band della scuderia. Con la disponibilità di chi don’t do it for business, Chris e John ci hanno raccontato la storia di Rocket attraverso i riverberi di quella che sembra essere tutt’altro che una moda passeggera.

 

ANNO DOMINI 1989
Chris Reeder: Ho conosciuto John al terzo anno della scuola d’arte, io ero un metallaro e lui ascoltava hip hop. Poi sono arrivati i Mudhoney nel 1989 e hanno spalancato una porta su tutto l’underground americano di fine 80: etichette come Sub Pop, Amphetamine Reptile, Sympathy for the Record Industry, In the Red, Wax Trax e gruppi come Butthole Surfers, Minutemen, Rapeman e Dinosaur Jr, con il loro DIY e il desiderio di sperimentare e non conformarsi, hanno avuto un peso enorme nella nostra formazione; almeno quanto Loop e Spacemen 3, che mi avvicinarono a Stooges, Can e Neu!. Tutto nel 1989, andai fuori di testa. In quegli anni iniziai a interessarmi anche alla rave culture: ascoltavo i Butthole Surfers e dopo una cassetta di Easygroove (uno dei dj più popolari nei primi 90 acidi inglesi, NdR). Amavo la ripetizione, tutt’ora è così. E l’acid house era un’esplorazione perfetta della ripetizione psichedelica, si stava sviluppando proprio in quegli anni e fu inevitabile immergermici. Un’altra band che mi piace associare alla nascita di Rocket sono gli Stereolab, Simple Headphone Mind ancora mi stende.

 

John O’Carrol: Chris e io abbiamo avuto una formazione musicale parallela e tutt’oggi per noi è fondamentale condividere le scoperte reciproche. Ho iniziato dall’electro, passando attraverso breakdance e hip hop: poi un giorno sentii una chitarra distorta e mi si aprì un mondo. La prima volta che ho ascoltato Mother Sky dei Can fu un’illuminazione: era qualcosa che cercavo da sempre, senza saperlo. Se aggiungi alla lista di Chris classica, disco, jazz, ambient, elettronica e colonne sonore puoi farti un’idea della nostra collezione di dischi.

 

BRISTOL
Chris: Ma l’influenza maggiore per l’etichetta fu la scena di Bristol, dove siamo cresciuti. The Heads e Flying Saucer Attack (massicci e granitici i primi, ambient e sperimentali i secondi, tutti e due con indole space, NdR) furono fondamentali. I membri di entrambe le band lavoravano nei negozi di dischi che frequentavo, eravamo amici. Poi arrivò il trip hop di Massive Attack, Tricky e Portishead che mi introdusse a etichette come Mo’ Wax e Ninja Tune. Senza contare che, quando siamo rimasti senza soldi a inizio Duemila, sono state due figure di riferimento per la scena di Bristol – Fat Paul e Geoff Barrow – a evitare che chiudessimo bottega: per tre anni, Rocket è stata una sorella minore della loro label, Invada Records. Senza il loro aiuto non saremmo qui.

 

INTO THE DRINK
Chris: Rocket è nata durante un concerto dei The Heads al Louisiana di Bristol, nel 1997. Ero con il mio amico Simon Healy, in apertura c’erano i Lillydamwhite. Fecero un set pazzesco e, ubriachi, giurammo che dovevamo mettere su un’etichetta e pubblicare un loro 7”. Il mattino seguente, l’idea ci sembrava ottima anche da sobri e sei mesi più tardi facemmo uscire uno split con The Heads e Lillydamwhite. Dopo poco a noi si unì John, mentre Simon lasciò nel 2007. A lungo non abbiamo guadagnato nulla: per noi un disco era di successo non in base alle copie vendute, ma se John Peel lo suonava in radio.

 

PSICHEDELIA: UNA (NON) DEFINIZIONE
John: Musica psichedelica non è un’espressione relativa a un genere, ma qualcosa che abbraccia film per le orecchie, suoni per gli occhi. Una sorta di neuro-ipnosi: non per ascoltare passivamente la musica, piuttosto per creare una connessione attiva su corpo e mente.

 

OUTSIDER
Chris: A inizio Duemila, quello che facevamo era totalmente fuori moda. Ci definirono “stoner”, per via degli Heads, un genere che stava diventando popolare, ma con cui non sentivamo alcuna affinità. Ci siamo allontanati da quei suoni, scelta che in parte ci ha isolati. Gruppi come Teeth of the Sea e Gnod non rientrano in alcuna categoria musicale, non ci è mai piaciuto inseguire un genere. Abbiamo sempre preferito essere ai margini della popular music.

 

John: Quando gli Heads pubblicarono il loro primo album (Relaxing With… nel 1995, NdR) il brit pop era the big thing in Inghilterra e in una recensione si beccarono 0 su 10: la scena che frequentavamo era tutt’altro che di grido per l’industria musicale. Ma non si tratta di far parte di un club esclusivo, è fondamentale saper trovare un equilibrio tra indipendenza e successo, come nel caso dei Goat.

 

INSIDER
Chris: Rispetto a 15 anni fa, l’attitudine verso la musica psichedelica è notevolmente cambiata, allora era una parola tabù. Ma non credo sia divenuta un trend di recente, è stata sempre popolare, che si trattasse di trip hop, acid house o reggae. I Mogwai sono psych a tratti, come possono esserlo i Beastie Boys o Beck. Piuttosto, penso che negli ultimi cinque anni la musica psichedelica sia divenuta un concetto più ristretto. È stata messa in una scatola e i musicisti ora non fanno che attingere da lì, dalla propria collezione di dischi, senza portare nulla di nuovo. Credo che la maggior parte dei gruppi Rocket non suonino secondo le regole della psych box e questo per noi è fondamentale. Il successo della scena potrà ucciderla se tutto diventerà mediocre, ma la psichedelia sarà sempre disseminata nella musica sotto varie forme.

 

John: Attualmente le espressioni più interessanti della musica psichedelica sono quelle meno convenzionali. Come le colonne sonore, penso a Berberian Sound Studio (datata 2012 e uscita a nome degli indimenticati Broadcast, NdR) e Under the Skin (del 2013, a cura di Mica Levi di Micachu & The Shapes, NdR). Il problema di oggi è che puoi immergerti in un genere musicale solo premendo un bottone; prima c’era più dinamismo, un genere era un ponte con un altro, la scoperta e l’evoluzione della musica erano processi organici, ora sono statici. Sono convinto che il futuro della musica incorporerà elementi audio-visivi e sarà lì che la psichedelia avrà enormi potenzialità di trasformazione.

 

VISIONI
Chris: Sia John che io siamo designer, il nostro modo di pensare è molto visivo, per noi le copertine sono un ponte verso la musica. Da sempre abbiamo una grande passione per packaging e artwork – custodie, inserti, note, poster: una mania a cui ci hanno introdotto i dischi americani tra 80 e 90. L’artwork deve permettere di visualizzare la musica, deve essere un oggetto di studio mentre si ascolta il disco.

 

John: Siamo sempre stati interessati alle esperienze audio-visive, anche in fase live. Ho lavorato per molti anni con le luci, che uso istintivamente per esprimere qualcosa che ha a che fare con la musica. Spesso improvviso, un po’ in stile sixties, mantenendo un approccio organico – non uso mai solo un laptop. Visual e luci si intrecciano con la musica e la psichedelia è l’essenza di questo rapporto (per un esempio, andatevi a cercare il lightshow curato da John in occasione del decimo anniversario di Rocket, NdR).

 

WORLD (OF) PSYCHEDELIA
John: Rispetto al recente interesse del mondo musicale occidentale verso le sonorità etniche, penso che per decenni abbiamo avuto a portata di mano lavori come The Oud & the Fuzz di John Berberian (compositore newyorkese che negli anni 60 esplorò, con largo anticipo, la musica del Medio Oriente, NdR) o Train to Bombay degli Orient Express (altro nugget di fine 60 tra folk indiano e del Medio Oriente, NdR). È chiaro il ruolo di internet nel rendere il mondo più piccolo e di etichette come Subliminal Frequencies, Finders Keepers, Soundway e Luaka Bop nel portare alla luce autentiche gemme global. Anche in Rocket ci sono molte formazioni che fanno dell’ibridazione un aspetto fondamentale. Mi piace pensare che, durante i live, una volta entrato in uno stato di trance il pubblico riesca a raggiungere i luoghi da cui proveniamo: la musica può essere molto ritualistica e nessun’altra band sa incarnare questo approccio come gli Gnod con Tony’s Last Disco, ovvero l’afrobeat di Fela kuti e Tony Allen rallentato alla velocità di Outside the Dream Syndicate di Faust e Tony Conrad con effetto a dir poco intossicante.

 

(LA SVOLTA DI NOME) GOAT
Chris: World Music ha segnato una svolta per Rocket. La prima volta che l’ho ascoltato tremavo, come se sapessi che si trattava di una roba grossa. La loro storia e l’aspetto mistico connesso ai costumi aiuta a renderli atipici, ma il punto è che loro desiderano restare nell’anonimato. L’anno scorso, all’ATP curato dai Loop fecero un live (pazzesco, NdR) che raccolse tantissimo pubblico. Dopo il concerto andarono a bere al bar mentre suonavano i Mogwai e nessuno aveva la più pallida idea che fossero loro! Credo che anche il packaging abbia funzionato, per la copertina perforata ho preso l’idea a Nucleus degli Elastic Rock e spero abbia contribuito a renderlo un oggetto desiderabile.

 

CRYSTALLIZED
Chris: Lo scorso anno, per festeggiare il nostro 15esimo anniversario, avevamo pensato a un LP con pezzi di Goat, Gnod, Teeth of the Sea, Anthroprophh e Hills. Ma stavamo ricevendo così tanta nuova e ottima musica da band come Lay Llamas, Blood Sport e Uran che ci sembrò giusto non limitarci a una celebrazione del nostro passato, creando ponti con possibili nuove collaborazioni, come poi è successo con Lay Llamas. La compilation Crystallized è diventata un doppio LP con dentro nostre band, gruppi che ci piacevano e amici come Cherrystones, Shit and Shine e Vision Fortune.

 

John: Volevamo qualcosa che riflettesse il momento che stavamo vivendo, ci sentivamo a un bivio: un passato importante ma la voglia di guardare avanti. Crystallized, che ha anche avuto un buon successo, è stata un’affermazione della nostra identità, uno squarcio sulla nostra estetica. L’abbiamo costruita un po’ come Tago Mago, con il lato 3 che risultava il più ostico di tutti. Il brano degli Shit & Shine suona come un incrocio fra The Necks e Butthole Surfers, praticamente la summa delle nostre passioni.

 

THE ITALIAN CONNECTION
Chris: Il demo dei Lay Llamas spiccò subito in mezzo agli altri. All’album ci arrivammo gradualmente, prima con la compilation e poi attraverso l’ipotesi di un 7”. Ma non si tratta della prima band italiana con cui lavoriamo, è già successo nel 2005 con gli Ufomammut e a breve arriveranno i Mamuthones: la musica che ci hanno mandato è favolosa.

 

John: Quando ho ascoltato African Spacecraft (poi finita su Crystallized, NdR) mi ha subito colpito. Abbiamo visto Ostro prendere forma e credo che abbiano creato, su vinile, un ottimo equilibrio tra i due lati. È un perfetto album estivo di Rocket, i Lay Llamas hanno l’abilità di immergersi nella psichedelia ma senza copiare. Ostro poi è un titolo perfetto, come se guardassero al caleidoscopio della musica attraverso l’Emisfero Australe.

 

STAGIONE 2014/2015
Chris: Entro la fine del 2014, oltre al nuovo dei Goat pubblicheremo un album degli Anthroprophh e il primo di una serie di 3 dischi degli Gnod. I Mamuthones saranno protagonisti delle prossime Collisions, insieme agli Evil Blizzard. Shit and Shine e Hills sono al lavoro su un nuovo album e abbiamo due dischi dei Teeth of the Sea in programma per il 2015. Ci sono anche un altro paio di progetti in cantiere, ma è troppo presto per parlarne.

 

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ROCKET RECORDINGS SI RACCONTA ATTRAVERSO 10 USCITE
Sawdust Caesars – You Pigs…, 7” (1998)
La nostra seconda uscita, un 7” pazzesco di questi acid punk. Pieno di fuzz e wah wah, in mezzo a dell’ottimo garage lo-fi psych punk ringhiante.

 

The Heads – Sessions 02, 12” (2002)
Contiene il miglior pezzo degli Heads, Long Gone pt 1. L’uscita aveva un packaging notevole realizzato da John, tantissimi inserti, foto, un 7” aggiuntivo. Record Collector lo ha inserito nella top 10 dei migliori dischi da collezione degli anni 90.

 

Mammatus – Mammatus, LP/ CD (2006)
A great album of heavy space rock. E un gran colpo, per noi, la copertina disegnata da Arik Roper (già illustratore celebre per Sunn O))), Black Crowes, Earth e altri, NdR).

 

White Hills – Heads on Fire, CD (2007)
Siamo stati la prima etichetta a rendersi conto delle potenzialità dei White Hills. Non sono certo che abbiano mai superato la bellezza di questo album.

 

Gnod – Dropout with White Hills, 2LP/CD (2010)
Un grande album, in particolare i lati C e D. Una delle espressioni massime dell’incredibile attenzione dei Gnod ai particolari e della loro bravura nello sperimentare con la ripetizione.

 

Teeth of the Sea – Your Mercury, LP/CD (2010)
Questo loro secondo album fu un trionfo, fino ad allora non avevamo mai avuto così tanto interesse da parte della stampa. Ambizioso e sorprendente.

 

Goat – World Music, LP/CD (2012)
Siamo estremamente orgogliosi di questo album. Nulla da aggiungere!

 

Various – Crystalized: Celebrating 15 years of Rocket Recordings, 2LP (2013)
Un disco di cui siamo molto soddisfatti per la sua capacità di dimostrare come ci siano tante diverse sfaccettature e modi di intendere la psichedelia.

 

Lay Llamas – Ostro, LP/CD (2014)
Uno dei migliori esordi che abbiamo avuto la fortuna di avere tra le mani.

 

Anthroprophh – Outside the Circle, LP (2014)
Uscirà a settembre, ma già lo consideriamo importante perché rappresenta una sorta di ritorno alle origini di Rocket.

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