Rufus Wainwright

King of Pop

Rufus Wainwright
In Italia per due concerti

Se il ruolo di King Ink è intoccabile, nel tempo si è fatto strada un King of Pop eletto per il suo apporto all’Arte della Canzone, campo nel quale eccelle risultando di ben altra categoria rispetto alla maggioranza dei suoi coevi. Oltrepassata la soglia anagrafica dei quarant’anni, Rufus Wainwright compila una raccolta retrospettiva che funge da occasione sia per stilare qualche bilancio sia per tornare a giocare, a divertirsi in tour.

Rufus, sei il Re del pop contemporaneo…
Oh, aspetta, non so se sono effettivamente un Re ma sono perlomeno un Principe, qualcosina in più rispetto a un Duca (ride talmente forte che immaginiamo il gioco di parole con “Prince” e “Duke”, a richiamare ovviamente nel primo caso il genietto di Minneapolis e nel secondo il Thin White Duke, non sia casuale, NdR).

Uno dei tuoi assi nella manica è la combinazione fra melodie immediate e raffinatezza formale, come dire fra musica popolare e ascendenze classiche. Qual è il segreto per scrivere canzoni memorabili?
La chiave principale nel mio modo di operare è che voglio essere completamente aperto a ciò che sto sentendo. Alcune delle mie influenze, che determinano la parte più sofisticata, derivano dal fatto che amo tuttora la musica classica, ho studiato pianoforte per un lungo periodo, ho scritto un’Opera e voglio continuare a farlo (l’Opera in questione è Prima Donna del 2009, che sarà seguita dall’attesa Hadrian, NdR), ma non mi considero assolutamente un grande compositore, almeno non nel senso che possono esserlo Verdi o Wagner. Quando qualcosa mi attraversa la mente, d’altronde, non avviene in maniera molto istruita bensì principalmente al computer (ride, NdR). Dopodiché oriento il brano in ottica popolare e accessibile, ma allo stesso tempo lo mantengo rispettabile, stimolante e importante. Non saprei, è in sostanza un tentativo di attuare una sorta di bilanciamento. Quindi tutto ciò ha abbastanza a che fare anche con l’ignoranza (ride di nuovo, NdR).

Dopo il monumentale box set House Of Rufus del 2011, che racchiudeva tutta la tua produzione, adesso è il momento per il tuo primo best of Vibrate che ha richiesto al contrario una selezione, svolta con Neil Tennant dei Pet Shop Boys. Come hai scelto cosa includere?
Beh, cerco sempre di puntare in ciascun album su due o tre pezzi resistenti al tempo (ride ancora, NdR). Specie essendo un solista, non potendo dunque contare su una band che aggiunge inevitabilmente degli elementi, è necessario essere sicuri che il proprio repertorio sia veloce e flessibile. Una teoria che ho sviluppato, e credo sia corretta, riascoltando il mio box set. Ho selezionato brani ai quali sono ancora legato e trovo sempre freschi, provvisti di determinati colori, sebbene ci siano altri episodi altrettanto validi e che amo parecchio. Quando si pubblica un disco, del resto, ci si comporta come se si iniziasse una guerra: bisogna avere delle armi segrete, ovvero le canzoni più perfette possibili. In un modo o nell’altro, ho semplicemente scelto le tracce che sono sopravvissute in una sorta di battaglia fra cavalli, quindi si sono dopotutto scelte da sole.

A posteriori possiamo affermare che nella tua discografia c’è un fondamentale passaggio dal pop puro dei tuoi primi due lavori, l’esordio omonimo del 1998 e il successivo Poses, agli arrangiamenti orchestrali sempre più ricchi e barocchi di Want One e Want Two?
Sì, senz’altro.

Release The Stars, nel 2007, sembrava quindi un’efficace sintesi di queste due tendenze complementari, orecchiabilità e sfarzo sonoro. Come rammenti quella fase?
L’aspetto eccezionale di Release The Stars è che mi ricorda di quando mi sono innamorato di colui che è poi divenuto mio marito (riecco che ride, NdR), quindi mi fa pensare a qualcosa che mi ha completato perché ho finalmente trovato l’amore nella sua veste più compiuta. L’altra considerazione da fare è che ho realizzato l’album in Germania, a Berlino, che è al contempo uno dei posti più creativi e anacronistici del mondo: da un lato è una delle città più belle in assoluto, dall’altro è storicamente la più orribile. In più, è una città che può essere estremamente moderna e allo stesso tempo estremamente old fashion. Aver lavorato in questa nazione, in questa città, ha sicuramente influenzato in parte il disco e mi ha anche aiutato nell’utilizzare tutti gli ingredienti, quelli nuovi e quelli vecchi, che avevo introdotto in precedenza fissandoli assieme in una specie di bella collana europea (ride, è inevitabile, NdR).

All’inizio della tua carriera, nonostante le evidenti differenze stilistiche, fioccavano i paragoni canori con Jeff Buckley, ma la tua voce è divenuta via via sempre più riconoscibile e suggestiva, uno strumento divino.
Grazie mille. Sono stato accostato a Jeff Buckley quando ero molto giovane, ma non ritengo di avere niente in comune con lui per quanto ami molto la sua voce, così come quella di tanti altri cantanti. A un certo punto, comunque, ho intrapreso un cambiamento definitivo, in concomitanza con il disco dedicato a Judy Garland (il live Rufus Does Judy At Carnegie Hall, sempre del 2007, NdR), dove interpretavo il suo materiale appartenente al classico songbook americano, con specifici arrangiamenti vocali. Un’esperienza che mi ha fatto rivalutare la pronuncia, la dizione e la modalità di soffermarsi su una frase musicale. È con quel disco, insomma, che sono divenuto un vero cantante, ma sto tuttora cercando di evolvermi e credo ci siano molti artisti che migliorano le loro voci sulla lunga distanza, quando divengono più anziani. C’è qualcosa di bello nell’essere un uomo devastato (ride alla grande, NdR).

Nel 2010 è stata poi la volta di un album scuro, introspettivo e minimale come All Days Are Nights: Songs For Lulu, mentre lo spumeggiante Out Of The Game del 2012 era un ritorno alla policromia e al desiderio di comunicazione, quasi un inno alla vita. Oltre ai testi, la stessa musica parrebbe dunque riflettere il tuo mood esistenziale: nel caso specifico, i due dischi erano stati rispettivamente segnati dalla perdita di tua madre e dalla tua paternità.
Sì, sì. Ho sempre affrontato quel che la vita dà (nei primi anni Zero la sua dipendenza da metanfetamina e relativa riabilitazione divennero di dominio pubblico, NdR). Una delle cose più belle dell’essere un songwriter è che – che tu stia attraversando una tragedia o un evento meraviglioso, una caduta verso il basso o qualsiasi altro fatto – puoi comporre una canzone al riguardo. Così facendo comunichi, e forse farai dei soldi (ride, inutile specificare, NdR). La riflessione più interessante è che sono stato in grado di scrivere di ogni stato esistenziale, senza rimorsi. Quando ero più giovane ero più concentrato sull’innamoramento verso i ragazzi, ma ora che sono sposato e sono padre faccio ancora delle pazzie (scoppia a ridere, NdR). Certamente, per dire, farò delle pazzie in tour! Insomma, sono fortunato perché posso parlare della mia vita ordinaria, post-matrimonio, e la gente vuole lo stesso ascoltarmi, non mi obbliga a essere un eterno teenager e così non avverto la pressione di essere un dodicenne per tutto il tempo.

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Ci sono artisti che schermano la loro sfera privata, ma tu al contrario l’hai sempre espressa tramite le tue canzoni, talvolta con evidente (auto)ironia: penso anche a una traccia come Gay Messiah. Ecco, amo la tua miscela di senso dell’umorismo e romanticismo passionale, melodrammatico.
Sì, ci tengo a ribadire, visto che sto parlando con un’italiana, che sono un grande fan dell’Opera. Tutte le grandi Opere romantiche, che siano di Verdi, Puccini o Wagner, richiedono un tasso di dramma elevato per tenere avvinta l’audience, ma per equilibrare c’è spesso un uguale quantitativo di commedia. Avendo seguito l’Opera per tanti, tanti anni e avendone studiato la storia come mezzo artistico, sono stato probabilmente capace di portarne dei segni nelle mie canzoni. Quando impieghi tali elementi, la musica può diventare come una pozione magica. Non so se ci riesco appieno tutte le volte, ma quantomeno questo è quel che provo a fare.

Credi in una cultura gay applicata alla vita e all’arte o essa può trasformarsi soltanto in un altro stigma, pericolosamente affibbiato da chi divide tutto in categorie? John Grant mi ha detto, per esempio, che è lieto di aiutare i giovani a sentirsi meno soli nelle battaglie per i diritti, che in paesi come l’Italia rimangono utopici.
Allora, sono molto interessato alla questione di genere. Quando ero giovane, essere gay nel mondo occidentale era ancora seriamente pericoloso. Non era qualcosa di cui parlare in giro, neanche in una città come New York. Era difficile e c’era persino gente pronta a uccidere, come se fossimo nel Medioevo. Ho trovato degli amici nella storia della cultura gay, personalità come Tchaikovsky, Oscar Wilde o Andy Warhol. Ero supportato da simili sopravvissuti del passato, che erano omosessuali e mi hanno aiutato psicologicamente ad affrontare i problemi. Sono quindi un forte credente nella cultura gay, nell’aver combattuto per centinaia di anni per arrivare a ciò che siamo oggigiorno. È dura trovarsi ancora a lottare per i diritti e vedere che dopo secoli non succede niente (ride improvvisamente a crepapelle, NdR).

La tua famiglia è leggendaria per essere composta da musicisti: genitori di nome Kate McGarrigle e Loudon Wainwright III, tua sorella Martha. Parlando in generale, la principale influenza sull’arte proviene a tuo avviso da condizionamenti ambientali – come e con chi cresci e così via – o dall’esperienza personale nel mondo esterno?
È davvero difficile, per me, rispondere a questa domanda. Perché mia madre mi ha iniziato subito alla musica, ancor prima che potessi veramente cantare o fosse riconosciuto che avessi della stoffa. Ero piccolo e non cantavamo necessariamente a livello professionale, ma penso che, siccome lei era un’artista, le venisse spontaneo trascorrere il tempo esplorando sempre più la musica. Lei stessa cominciò molto, molto giovane. Direi che voglio essere democratico (ride di gusto, NdR), quindi tutti possono riuscirci se hanno la visione giusta. La cosa più importante è avere appunto una visione, che trascini sul piano mentale e spirituale verso l’obiettivo. Dopodiché, come fattori in ballo si tratta al 10 percento di talento e al 90 percento di lavoro (ride per l’ultima volta prima di salutare e riagganciare la cornetta, NdR).

DAL VIVO

4 Aprile – Brescia, Teatro Grande
8 Aprile – Bologna, Teatro Duse

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