Samaris

Complessa semplicità

Una strana intervista con la band islandese che con "Silkidrangar", su One Little Indian (etichetta ben specializzata in islandesi), ha tirato fuori un album di debutto delizioso, ben sopra la media.
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Strana perché? A parlare sono Áslaug Rún Magnúsdóttir e Jófríður Ákadóttir, le due ragazze della band, mentre Þórður Kári Steinþórsson è in giro da qualche parte. Parlano all’unisono, o meglio, si completano le frasi a vicenda, di continuo, come se fossero una persona sola. Ed è così che riportiamo la nostra chiacchierata. Ma soprattutto: parlano. Ben lontane dal cliché degli islandesi pensosi, malinconici, laconici, vagamente inafferrabili. Parlano, parlano tanto. Con un humour secco e tagliente, molto scandinavo. Non assomigliano alla musica che fanno (pensata, preziosa, particolare, sospesa). No. Ma non è un male, anzi.

Ve lo dico subito: ho provato a passare in rassegna tutti i modi possibili per evitare di fare considerazioni su di voi che mettessero in campo Björk perché sarebbe la cosa più ovvia e prevedibile del mondo… Stantia, quasi.
Dici? Ne sei certo? In effetti, non possiamo darti del tutto torto, va’.

Quanto è noioso dover affrontare sempre l’argomento Björk, con considerazioni immagino sempre uguali?
Tutte le domande sono più o meno sempre le stesse. Mica solo quelle su Björk. E allora? Dai, qual è la domanda quindi: cosa ne pensiamo di lei? Ci piace?

Tipo, sì. È stata un’influenza, la sua figura è stata significativa per voi?
Certo che sì. È stata in tutto e per tutto un role model. Prima di tutto troviamo importante che nel campo del music business ci sia stata una figura femminile così forte, definita e indipendente. Dopodiché, va detto che comunque è una grande musicista. E noi la ascoltiamo fin da quando siamo piccole. Ovvio che ci abbia influenzato, no? Poi magari la sua non è stata un’influenza diretta-diretta, è più il fatto che sia stata una pioniera…

Una pioniera? Sì? Quindi la vedete come tale anche in Islanda?
Ma certo!

Beh, sapete, c’è sempre il dubbio che siamo noi dall’esterno che tendiamo un po’ a stereotipizzare tutto, a far sì che sembri quasi che prima di Björk in Islanda ci fosse il deserto… insomma, che la facciamo un po’ troppo semplice.
Guarda che la semplicità è una cosa buona. La semplicità va bene.

Che musica ascoltate, voi due?
Molta musica classica. Beyoncé. Però Kanye West no. Poi cosa ascoltiamo? Mmmh: Arthur Russell, Warpaint, Groundislava (oh, lui è veramente molto figo, lo abbiamo appena incontrato a Parigi). Poi? Ah sì, James Blake.

Un elenco molto composito. Con cose che apparentemente c’entrano poco fra di loro, anche.
Bisogna essere aperti mentalmente, sennò la musica cosa la ascolti a fare?

Un po’ di tempo fa si ragionava in maniera anche diversa: il tipo di musica che ascoltavi definiva anche la tua identità… Che so, ascoltare punk non era solo un gusto musicale, era una affermazione di principio e di etica esistenziale, quasi.
Vero. Ma oggi c’è Internet. Puoi ascoltare facilmente di tutto. Un tempo arrivare alla musica costava fatica, soldi, appostamenti davanti a un negozio musicale. Oggi? Nulla di tutto ciò. Devi solo andare a sceglierti, in un mare di roba, quella che ti sembra più onesta, possibilmente particolare.

Tra l’altro, a proposito di “ora che c’è Internet”, mi viene da chiedervi: quanto è profondo il solco tra stare a casa, ancorati al proprio computer e alla propria connessione, e invece uscire fuori e mettersi a formare una band e fare prove, creare cose nuove assieme?
Noi ti possiamo dire dell’Islanda. Che è un caso molto particolare. Essendo un mercato piccolo, microscopico, sei ancora invogliato a uscire fuori e formare una band: appena fai qualcosa, col fatto che tutti conoscono tutti e tutti vedono tutti, il feedback è immediato. Altrove devi penare un sacco prima di farti notare, di essere notato, di trovare un manager, un’etichetta, qualcuno che sappia valorizzarti e che ti faccia capire che quello che stai facendo è più o meno significativo. In Islanda no. Succede tutto subito. Un vantaggio mica male.

Ma voi come vi siete conosciuti?
A scuola. Avevamo la passione per la musica in comune. Poi un inverno – e da noi gli inverni sono incredibilmente lunghi, per mesi non c’è la luce e c’è pochissimo da fare – per battere la noia abbiamo deciso di formare i Samaris.

Ora che avete una etichetta di un certo livello che vi gestisce, dovete viaggiare, fare tour promozionali, le cose sono meno semplici, no?
Ok, ok, ora è tutto un po’ più complesso, vero. Devi crescere un po’. Devi comportarti da persona un po’ più seria.

È un bene o un male?
Oh, entrambe. Ma noi, per nostra regola di vita, cerchiamo di focalizzarsi soprattutto sulle cose positive. Lavorare con della pressione addosso è difficile: e allora, visto che lo scopo principale del fare musica è per noi essere felici e gioiosi, cerchiamo di evitarla, questa pressione. Poi è chiaro, c’è anche dell’ambizione in quello che facciamo. Perché negarlo.

Ecco: essere ambiziosi comunque è un modo per mettersi addosso della pressione.
Mettiamola così: cerchiamo sempre di trovare l’equilibrio migliore possibile. Quando dai vita a un album, un po’ di pressione te la metti addosso, questo è chiaro. Ma basta che continui a domandarti: perché lo sto facendo? Se la risposta finale è onesta e ti piace, allora sei a posto.

Leggete le recensioni?
Ogni tanto. Ma non andiamo molto su Internet. Magari leggiamo qualcosa sui giornali cartacei, ma anche lì: puoi capire già dalle prime righe se una recensione negativa è tale perché per qualche strano motivo stai sulle scatole al recensore, o perché ancora più semplicemente il recensore quella mattina si è svegliato male. Se è così, smettiamo di leggere.

Vi piace affrontare il pubblico? È quello che succede, quando suoni dal vivo.
Sì. Poi certo, quando suoni in un posto particolarmente piccolo e intimo dove il pubblico è quasi sul palco con te, può diventare un po’ impegnativo; ma pure da situazioni come queste possono nascere vibrazioni positive. Comunque ad oggi direi che abbiamo già fatto un buon numero di concerti, siamo esperti, affrontare il pubblico non ci dà più nessun fastidio.

Ma quando suonate dal vivo, visto che i testi delle vostre canzoni sono strettamente in islandese e per giunta se ho capito bene anche un islandese in parte desueto, sentite un po’ il peso di una invisibile barriera linguistica?
Ma per nulla. Sai perché? Perché quella di cantare in islandese è una decisione nostra, intenzionale, fortemente voluta. Alla gente deve andare bene per forza.

Mai avuta la tentazione di usare l’inglese?
Come non averla. Ma vedere che la gente entra nella tua musica anche se non capisce bene quello che stai cantando, beh, è una soddisfazione unica. Le persone, ma soprattutto i maschi, quando vedono noi e vedono pure che siamo due donne sul palco oltre a un ragazzo, pensano che in qualche modo siamo fragili, preoccupati dal fatto che la nostra musica possa non piacere o non essere capita. Però noi facciamo esattamente la musica che ci piace: per quale motivo dovremmo avere paura? Non c’è una ragione al mondo per averla. No?

Pubblicato sul Mucchio 718, maggio 2014

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